Capitolo 7: L’alba dei conti da pagare
La notte a Milano non portò consiglio ai Moretti; portò solo la spietata chiarezza del disastro.

Mentre io mi trovavo nell’attico di via Montenapoleone, assistita da un medico privato che applicava tre sottili punti di sutura chirurgica sulla mia ferita per evitare che rimanesse una cicatrice permanente, a Villa Moretti si consumava l’agonia finale.

Marcus mi teneva costantemente aggiornata tramite brevi messaggi crittografati sul tablet.

Alle due del mattino, Daniel aveva tentato disperatamente di contattare sette diversi istituti di credito, compresi alcuni intermediari finanziari ai limiti della legalità con base a Lugano. Nessuno aveva risposto. Quelli che avevano alzato la cornetta avevano riagganciato non appena sentita la parola Moretti. Nel mondo della finanza ad alto livello, le notizie non corrono: volano alla velocità della luce. Alle ventitré della sera precedente, tutti i principali tavoli di trading sapevano che il fondo Astraea aveva staccato la spina alla holding di famiglia e che la procura stava preparando i fascicoli per bancarotta preferenziale e false comunicazioni sociali.

Alle quattro del mattino, Eleanor aveva avuto una crisi isterica distruttiva. I domestici – ai quali era stato comunicato che i loro stipendi arretrati e le loro liquidazioni sarebbero stati garantiti interamente e direttamente dal mio patrimonio personale – avevano rifiutato di prepararle le valigie. L’anziana cameriera di camera, Maria, che Eleanor aveva umiliato per oltre quindici anni trattenendole mance e insultandola per il minimo granello di polvere, aveva posato il grembiule sul bancone della cucina, preso la sua borsa e abbandonato la casa senza voltarsi indietro.

Quando l’alba di ottobre tinse di grigio plumbeo il cielo sopra la Brianza, fuori dai cancelli dorati di Villa Moretti non c’erano gli amici del circolo del polo, né i soci della canottieri o le nobildonne che facevano a gara per sedersi accanto a Eleanor ai gala di beneficenza della Scala.

C’erano tre furgoni di ditte di traslochi giudiziari, due gazzelle dei carabinieri e una folla di giornalisti economici allertati dal comunicato ufficiale diramato dall’ufficio stampa di Astraea alle sei in punto.

Il titolo d’apertura del Corriere della Sera online era lapidario:

«Terremoto nella nautica di lusso: collassa il gruppo Moretti. Il fondo svizzero Astraea escute i pegni e avvia la liquidazione. Indagati Daniel ed Eleanor Moretti per crac finanziario.»

Nessuno menzionava ancora il mio nome per esteso. Avevo dato disposizioni tassative affinché la mia identità rimanesse protetta dietro lo scudo fiduciario fino a quando non fossi stata io a decidere di presentarmi all’assemblea straordinaria dei creditori. Volevo che assaporassero ogni singolo grammo della loro rovina nell’ignoranza di ciò che li attendeva.

Capitolo 8: L’assemblea dei fantasmi
Tre giorni dopo, nella sala conferenze principale dello studio notarile più prestigioso di piazza Cordusio, l’aria era pesante, densa di fumo di sigari spenti e di una tensione quasi insostenibile.

Attorno all’enorme tavolo ellittico in radica di noce sedevano i rappresentanti legali di tutte le banche creditrici, i commissari giudiziali nominati dal tribunale e gli avvocati della Moretti Shipping. In fondo al tavolo, seduti come due imputati davanti alla corte marziale, c’erano Daniel ed Eleanor.

Erano irriconoscibili.

Eleanor indossava un tailleur nero privo di qualsiasi gioiello; il castone d’oro e le collane di perle erano già stati sequestrati dagli ufficiali giudiziari per coprire i pignoramenti mobiliari d’urgenza. I suoi capelli d’argento, solitamente impeccabili, apparivano crespi, raccolti frettolosamente in una crocchia disordinata. I suoi occhi, un tempo freddi e taglienti, vagavano a vuoto nella stanza, carichi di un terrore senile.

Daniel sembrava invecchiato di dieci anni. Il colletto della camicia era slacciato, la cravatta storta, le occhiaie scure e profonde scavate sul viso non rasato da giorni. Continuava a mordersi le unghie fino a farle sanguinare, fissando la porta d’ingresso con un misto di speranza disperata e cupa rassegnazione.

«Signori,» esordì il notaio incaricato, battendo leggermente l’indice sul faldone degli atti. «Siamo qui riuniti per prendere atto della cessione integrale del controllo societario del Gruppo Moretti al creditore pignoratizio di maggioranza assoluta, il Trust Astraea. Come sapete, l’azzeramento del capitale sociale ha estromesso i precedenti soci di maggioranza da ogni diritto di voto e di gestione. L’amministratore fiduciario, dottor Vance, ha comunicato che la proprietaria beneficiaria in persona sarà presente per firmare i verbali di transazione finale.»

Eleanor alzò la testa con uno scatto d’orgoglio disperato: «Vogliamo sapere chi è questa persona! Abbiamo il diritto di guardare in faccia chi ha tramato nell’ombra per distruggere la nostra famiglia! Varisco, fai qualcosa! Non possono trattarci come pezzenti nel nostro stesso studio notarile!»

L’avvocato Varisco abbassò gli occhi sui suoi fogli, la voce ridotta a un sussurro imbarazzato: «Signora Eleanor, la prego di tacere. Non siamo in una posizione tale da poter pretendere alcunché. Se il fondo decide di procedere con l’azione penale per la distrazione dei quindici milioni, suo figlio rischia fino a otto anni di reclusione preventiva. Il silenzio è l’unica difesa che ci è rimasta.»

In quell’istante, le pesanti porte a vetri della sala si aprirono.

Il silenzio piombò nella stanza, assoluto e pesante come una lastra di piombo.

Entrai per prima.

Non ero più l’Elena che avevano conosciuto. Non indossavo i maglioncini modesti o le gonne comprate con i saldi che Eleanor derideva apertamente ogni domenica a pranzo. Indossavo un completo su misura in lana vergine color gesso firmato da un atelier parigino, una camicia di seta nera accollata e scarpe col tacco che scandivano ogni mio passo sul pavimento di legno massiccio. I capelli scuri erano tirati indietro in una coda perfetta, lasciando interamente scoperto il mio profilo.

E lì, sullo zigomo sinistro, risaltavano nitidi i tre piccoli punti di sutura neri, testimoni silenziosi e inconfutabili della loro barbarie.

Dietro di me camminava Marcus Vance, seguito da un plotone di sei analisti finanziari e avvocati societari di calibro internazionale.

Daniel si alzò in piedi di scatto, facendo rovesciare la pesante poltrona di cuoio all’indietro con un boato che fece sobbalzare i presenti. «Elena…»

Eleanor portò le mani alla bocca, gli occhi che minacciavano di schizzare fuori dalle orbite. «Tu… no… non è possibile… È un incubo… Daniel, dimmi che non è lei!»