Mi fermai esattamente nel punto in cui Daniel mi aveva colpita.
Il marmo era stato ripulito a fondo. Non c’era più traccia del mio sangue. Sfiorai con la punta delle dita il mio zigomo: la cicatrice c’era, una sottile linea argentea lunga appena due centimetri, quasi invisibile sotto la luce naturale, ma per me rappresentava un promemoria indelebile della mia libertà conquistata.
Sentii dei passi lenti avvicinarsi dall’esterno.
Non era Daniel. Daniel, secondo i rapporti che Marcus mi inviava settimanalmente, viveva ora in un modesto monolocale in periferia a Torino, lavorando come venditore a provvigione per una concessionaria di auto usate. Guadagnava il necessario per pagare l’affitto e per provvedere alla retta di una casa di riposo convenzionata per anziani dove Eleanor era stata ricoverata dopo un crollo nervoso irreversibile. La donna non riconosceva quasi più nessuno; passava le giornate seduta vicino alla finestra, chiedendo continuamente a chiunque passasse dove fosse finita la sua carrozza d’argento e perché le cameriere tardassero a servirle il tè.
Era Marcus. Aveva un plico di documenti sotto il braccio e un bicchiere di caffè da asporto per me.
«I lavori per il centro inizieranno lunedì prossimo,» disse Marcus, porgendomi il caffè caldo con un sorriso raro e sincero. «Il sindaco di Milano e l’assessore regionale ai servizi sociali hanno confermato la loro presenza per la posa della prima pietra della fondazione.»
«Grazie, Marcus,» dissi, assaporando il calore della tazza tra le mani guantate di pelle nera. «Per tutto.»
«Non devi ringraziarmi, Elena. Ho solo eseguito ciò che tuo padre avrebbe voluto. Lui sapeva quanto fossi forte, anche quando tu stessa ne dubitavi.»
Guardai su per la grande scalinata elicoidale. Non c’era più nessun fantasma a guardarmi con disprezzo. Non c’erano più parole velenose a echeggiare tra quei soffitti affrescati. C’era solo lo spazio vuoto e pulito pronto a essere riempito di nuove vite, di persone vere che lottavano ogni giorno senza fingere di essere dei che camminavano tra i mortali.
«Chiudi i cancelli quando abbiamo finito, Marcus,» dissi, incamminandomi verso l’uscita con passo leggero.
«Certamente, dottoressa.»
Uscii all’aperto. Il vento di novembre soffiava tra le foglie dorate dei tigli, spazzando via gli ultimi residui di un passato che non mi apparteneva più. Mi infilai gli occhiali da sole, respirai profondamente l’aria pulita della collina e salii sulla mia auto.
Non c’era più nessun debito da saldare. La partita era chiusa per sempre.
Capitolo 11: L’ombra di Torino
La vendetta economica è un’operazione chirurgica: recide i vasi sanguigni del capitale, asporta i titoli di credito, cauterizza le linee bancarie e lascia il paziente a dissanguarsi nel disonore. Ma l’animo umano, soprattutto quando è nutrito da generazioni di vana superbia, raramente accetta la morte civile senza contorcersi nel fango.
A Torino l’inverno arrivò con una puntualità spietata. I viali alberati di corso Francia perdevano l’ultimo fogliame marcio sotto una pioggia mista a nevischio che rendeva l’asfalto lucido come grafite. In quella periferia industriale riconvertita a capannoni commerciali a basso costo, Daniel Moretti si svegliava ogni mattina alle sei in un monolocale di ventotto metri quadrati che puzzava di riscaldamento centralizzato a gasolio e muffa da condensa.
Non c’erano lenzuola di lino d’Egitto con la cifra ricamata a mano. C’era un piumone sintetico comprato in un discount, un lavandino smaltato che gocciolava con regolarità esasperante e una tazza di caffè solubile consumata in piedi davanti a uno specchio scheggiato. Guardandosi, Daniel non vedeva più l’erede della Moretti Shipping. Vedeva un uomo di trentacinque anni con le guance scavate, i capelli tagliati da un barbiere di quartiere per dieci euro e le dita ruvide. Il famoso anello con sigillo d’oro massiccio – quello con cui mi aveva lacerato la carne – non c’era più: era finito in un banco dei pegni di via Nizza per pagare la prima caparra dell’alloggio e il deposito cauzionale per la casa di riposo di Eleanor.
Il suo nuovo impiego presso la concessionaria di auto usate “AutoVeloce” era un inferno quotidiano. Il proprietario, un ex meccanico arricchito di nome Tonino che conosceva perfettamente i trascorsi di Daniel attraverso le cronache giudiziarie, provava un piacere quasi fisico nel ricordargli chi comandava.
«Moretti!» urlava dalla vetrata del suo ufficio rivestito in finto noce. «C’è una Punto del 2012 nel piazzale posteriore da lavare prima che arrivi il perito. Muovi quel culo nobile e prendi l’idropulitrice, a meno che tu non voglia che ti decurti un’altra giornata!»
Daniel serrava la mascella fino a farsi dolere i molari. Le sue mani, che un tempo non avevano mai sollevato nulla di più pesante di un calice di champagne o del timone in mogano di un motoscafo Riva, erano coperte di piccoli tagli e screpolature causate dal detersivo industriale e dall’acqua gelida. Lavava parabrezza sporchi di fango, lucidava carrozzerie ammaccate e doveva sorridere con deferenza viscida a impiegati statali e piccoli commercianti che contrattavano su cinquanta euro di sconto per una berlina a metano.
«Sì, signor Tonino, vado subito,» rispondeva a bassa voce, deglutendo il veleno di una rabbia che non trovava più sbocco.
Ogni sabato pomeriggio, Daniel prendeva l’autobus numero 33 per andare a trovare sua madre alla residenza “San Camillo”. La struttura era dignitosa ma spoglia, impregnata di quell’odore acre e pervasivo di disinfettante all’eucalipto e minestrone precotto che caratterizza gli ospizi convenzionati.
Eleanor sedeva in una poltrona di finta pelle verde accanto a una finestra che dava su un cortile d’asfalto grigio. Le sue unghie, un tempo laccate di rosso scarlatto da estetiste a domicilio, erano tagliate corte e irregolari. Indossava un golfino di lana acrilica marrone che un’assistente sociale le aveva rimediato dal magazzino delle donazioni.
«Daniel?» chiedeva la donna voltandosi a scatti quando sentiva i suoi passi, la voce ridotta a un pigolio infantile. «Hai portato l’autista? Perché la marchesa Rinaldi non è ancora venuta a prendermi per il tè? Dobbiamo andare a Portofino prima che chiudano il porto turistico.»
Daniel si sedeva sullo sgabello di plastica accanto a lei, sentendosi soffocare. «Mamma… Portofino non c’è più. Siamo a Torino. Ti ho portato dei biscotti.»
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