«Torino?» Eleanor sgranava gli occhi smarriti, poi il suo sguardo cadeva sulla giacca lisa del figlio, macchiata di grasso d’officina sul polsino. All’improvviso, una scintilla di lucida demenza le attraversava le pupille opache. «Tu… tu puzzi di nafta. Perché puzzi come un facchino? Dov’è la pezzente? Dov’è quella serpe che hai portato in casa? Ha rubato le mie perle! Dille che la faccio frustare dai custodi!»

«Basta, mamma, ti prego… taci,» sussurrava Daniel, affondando la testa tra le mani ruvide. «Non c’è nessuna perla. Non c’è più niente.»

Ma dentro di lui, quella menzione quotidiana del mio nome non svaniva. Si trasformava in un’ossessione monomaniacale. La discesa all’inferno non gli aveva insegnato il pentimento; gli aveva insegnato solo a distillare il rancore. Nel buio del suo monolocale, mentre fuori sferzava la tramontana, Daniel teneva una scatola da scarpe sotto il divano letto. Dentro non c’erano soldi, ma ritagli di giornale: ogni articolo, ogni trafiletto economico che parlava delle attività della Fondazione Valenti-Sforza e della riorganizzazione dei cantieri navali sotto il mio controllo.

Guardava le fotografie sfocate in cui io comparivo accanto a ministri, banchieri europei e presidenti di associazioni umanitarie. Indossavo cappotti impeccabili, la testa alta, lo sguardo sereno di chi cammina sul proprio terreno senza timore. E sullo zigomo, quella cicatrice argentea che lui stesso mi aveva impresso sembrava brillare sulla carta patinata come una beffa eterna.

«Non finisce così,» mormorava Daniel nell’oscurità del suo tugurio, stringendo il pugno fino a farsi sbiancare le nocche. «Non mi hai lasciato niente, Elena. E chi non ha più niente non ha più nulla da perdere.»

Capitolo 12: I vetri di piazza Affari
Mentre i Moretti affondavano nell’anonimato della miseria materiale e spirituale, la mia vita aveva ripreso la traiettoria che mio padre aveva tracciato con geometrica precisione prima della sua scomparsa.

La sede principale della holding Valenti-Sforza occupava gli ultimi tre piani di una torre di cristallo e acciaio che dominava il centro finanziario di Milano. Dalle ampie vetrate del mio ufficio al trentaduesimo piano, la città appariva come una scacchiera ordinata: il Duomo con le sue guglie marmoree che catturavano la luce dorata del primo mattino, la cupola della Galleria e, più a nord, il profilo netto delle Alpi innevate che tagliavano l’orizzonte come una lama d’ossidiana.

Marcus entrò nel mio studio alle otto e mezza, come ogni mattina, portando con sé una cartella di cuoio nero e una tazza di porcellana con tè Earl Grey bollente.

«Il rapporto trimestrale della divisione navale è pronto per la ratifica del comitato,» disse posando i documenti sulla mia scrivania in ebano massiccio. «La riconversione dei bacini di carenaggio di Genova per la produzione di yacht a propulsione ibrida procede con due mesi di anticipo rispetto al cronoprogramma. Abbiamo riassorbito l’ottanta per cento della vecchia forza lavoro dei Moretti. Gli ordini per il prossimo biennio coprono già i costi operativi fino al 2028.»

Presi la cartella e cominciai a sfogliarla. I numeri erano chiari, solidi, privi di quelle acrobazie contabili con cui Daniel e i suoi consulenti avevano cercato di mascherare i loro furti per anni.

«E i conti personali della famiglia?» chiesi senza alzare lo sguardo dai grafici di rendimento.

Marcus si aggiustò gli occhiali con un movimento misurato. «La liquidazione giudiziale ha recuperato ventiquattro milioni sui ventotto dovuti. La vendita all’asta delle opere d’arte minori e delle carrozze storiche della villa ha coperto le parcelle dei curatori fallimentari. Non ci sono pendenze residue con l’erario. Dal punto di vista della legge, la vicenda è chiusa.»

«E dal punto di vista umano, Marcus?»

Marcus esitò una frazione di secondo, un evento rarissimo per un uomo che considerava i sentimenti alla stregua di scarti d’arrotondamento contabile.

«Daniel Moretti lavora in una rivendita di automobili usate alla periferia di Torino,» rispose con voce piatta. «Guadagna circa milletrecento euro al mese più modeste commissioni. Paga regolarmente la quota minima per l’assistenza della madre alla clinica San Camillo. Non ha conti correnti attivi a suo nome; riceve lo stipendio su una carta prepagata con Iban. L’amante di Monte Carlo ha smesso di rispondere alle sue chiamate quarantotto ore dopo il pignoramento dei conti e si è trasferita a Dubai con un immobiliarista libanese.»

Sollevai gli occhi dalla cartella, incrociando lo sguardo grigio di Marcus. «Ha tentato di mettersi in contatto con te?»

«Ha inviato quattro lettere raccomandate al nostro studio fiduciario di Vaduz. Sono state respinte al mittente senza essere aperte, conformemente alle sue istruzioni. Tuttavia…» Marcus aprì un secondo scomparto della cartella e ne estrasse un fascicolo più sottile. «La nostra squadra di sicurezza a Torino ha segnalato alcuni comportamenti anomali nelle ultime due settimane.»

Un brivido sottile mi corse lungo la schiena, ma mantenni il viso impassibile. «Che genere di comportamenti?»

«Due settimane fa ha chiesto un anticipo di tre mensilità sul suo stipendio, che gli è stato negato. Ha venduto un orologio d’acciaio senza marca, l’ultimo oggetto di valore che gli era rimasto. E tre giorni fa ha noleggiato a suo nome una vecchia utilitaria grigia senza riconsegnarla nei termini previsti. Ieri non si è presentato al lavoro.»

Marcus posò una serie di fotografie sul tavolo. Erano scatti rubati con un teleobiettivo: Daniel che parlava con un uomo dai tratti slavi davanti a un bar malfamato vicino alla stazione di Porta Nuova; Daniel che saliva a bordo di una Fiat Punto grigia con targa parzialmente scolorita; Daniel che sostava a lungo davanti a un negozio di articoli per la caccia e la pesca.

«Pensi che stia cercando di fuggire all’estero?» domandai.

«Se volesse fuggire, andrebbe verso la frontiera francese o svizzera,» rispose Marcus con freddezza chirurgica. «Ma il casello autostradale di Milano Ghisolfa ha registrato il passaggio della vettura noleggiata ieri sera alle ventidue e quarantacinque. È a Milano, Elena. O almeno, la macchina è a Milano.»

Rimasi in silenzio per alcuni istanti, guardando la fotografia di Daniel. Il viso che un tempo avevo creduto di amare era trasfigurato: l’eleganza raffinata era stata sostituita da una magrezza febbrile, gli occhi scavati avevano l’espressione allucinata di una fiera messa all’angolo.