Il suo ampio tetto asimmetrico e spiovente era completamente coperto e magicamente protetto da un magico, scintillante e sottilissimo strato di purissima e bianca brina mattutina ghiacciata che brillava sotto la luce debole del sole.
Ho camminato in modo rapido, ritmico e sicuro percorrendo tutto il lungo e serpeggiante sentiero di pietre piatte e ghiaia sparsa, ascoltando con enorme piacere fisico il suono sordo, nitido e incredibilmente appagante del pietrisco bianco che scricchiolava allegramente ed esplodeva frantumandosi ritmicamente proprio sotto il mio peso.
La pesante porta di legno grezzo dell’officina era stupidamente, ingenuamente e inutilmente chiusa e sbarrata dall’esterno con una spessa ma ridicola e vistosa catena di metallo lucido e un voluminoso lucchetto d’acciaio economico e dozzinale comprato in offerta al supermercato all’angolo.
Era l’insulto finale che il palestrato e ignorante fidanzato di Sky aveva arrogantemente installato pochi giorni fa credendo presuntuosamente di sigillare per sempre a doppia mandata il glorioso passato artigianale della mia famiglia e del mio defunto nonno.
Mi sono fermata e ho preso senza alcun momento di esitazione o dubbio un grosso, sporco e pesante piede di porco di ferro arrugginito che giaceva abbandonato, sporco di fango e in parte coperto di neve fresca, appoggiato casualmente vicino alla catasta disordinata di vecchia legna da ardere coperta da un telo azzurro cerato.
Ho inserito la leva di ferro ruvido e ho forzato violentemente e senza pietà alcuna l’anello debole della serratura con un solo colpo secco, mirato, esperto e devastante sfruttando l’intera forza cinetica e la leva del mio giovane corpo pieno di pura adrenalina incontrollabile e giustizia divina.
Il metallo economico, mal temprato e decisamente scadente del voluminoso lucchetto commerciale cinese ha immediatamente e miseramente ceduto e si è spezzato in due tristi e inutili pezzi asimmetrici con un rumore fortissimo, acuto, soddisfacente, e profondamente liberatorio, cadendo tintinnando impotente a terra nella polvere e nella neve ghiacciata.
Ho spinto la grossa e cigolante porta di legno ruvido e pesante spingendo con forza spalla, fianco e mani ed sono entrata a grandi e frettolosi passi nell’ampio e ombroso spazio freddo e polveroso della memoria.
Sono stata subito e quasi magicamente e nostalgicamente inebriata e meravigliosamente avvolta dal denso e immensamente familiare odore resinoso di vecchia segatura dorata e dolce colla forte di origine animale e scuro, pungente olio di lino crudo.
Quell’aroma di vero lavoro manuale aleggiava ancora inesorabilmente, testardamente e potentemente resistente nascosto e annidato da qualche parte sotto l’acre, invadente, banale e chimico odore del dopobarba maschile scadente e dozzinale del ragazzo di mia sorella che infestava la stanza.
I due intrusi incivili e senza gusto avevano stupidamente e barbaramente montato e posizionato una moderna e squallida scrivania in metallo grigio e truciolato economico proprio esattamente e dolorosamente sopra i ricchi e antichi cumuli di veri trucioli di vero legno nobile e profondamente aromatico.
Avevano goffamente e incredibilmente coperto e nascosto alla vista le secolari, preziose, vissute e massicce assi perfette e allineate del freddo pavimento con un tristissimo, brutto e peloso tappeto blu sintetico di acrilico e nylon comprato a saldo al grande magazzino per coprire la magnificenza del legno.
Ma trionfalmente e solennemente abbandonato proprio esattamente al centro nevralgico, mistico ed energetico della grande, caotica e disordinata stanza rettangolare, incredibilmente imponente, maestoso, silenzioso e totalmente e orgogliosamente inamovibile per pura testardaggine fisica e peso specifico insormontabile, troneggiava ancora in tutta la sua bellezza e prepotenza il gigantesco, pesante, usurato e magnifico banco da lavoro centenario.
Era un monolite di legno massiccio, squadrato, funzionale e costruito interamente e perfettamente a mano di purissima, robusta e chiara quercia secolare con incastri complessi, un capolavoro di ingegneria strutturale e passione umana che aveva resistito a tutto, anche alla stupidità della mia famiglia d’origine.
Mi sono avvicinata lentamente e con grandissimo, profondo e reverenziale rispetto e timore reverenziale, facendo scorrere e scivolare amorevolmente, religiosamente e delicatamente l’intero palmo nudo della mia mano tremante per il freddo e per la travolgente emozione lungo e sopra tutta la grande, usurata, scalfita ma incredibilmente e setosamente liscia e amorevolmente levigata superficie piana del mobile gigante.
Ho sentito, avvertito e assorbito profondamente attraverso la pelle viva e l’epidermide sensibile dei polpastrelli l’intera, maestosa e silenziosa storia di infinite e anonime generazioni di duro e onesto lavoro manuale intrappolata per sempre ed eternamente nelle dense, scure e preziose venature ramificate e scure dell’incredibile legno antico e stagionato.
Mi sono accovacciata in silenzio piegando elegantemente le ginocchia proprio e esattamente davanti al grande e massiccio cassetto inferiore di estrema sicurezza del mobile da lavoro, quello grande, incredibilmente scuro e profondissimo che per anni e decenni e svariati e comici ed estenuanti tentativi inutili nessuno degli estranei e degli stupidi intrusi occasionali era mai e minimamente riuscito ad aprire, forzare o scardinare con brutale ignoranza e banale forza bruta mal applicata.
Ho estratto con estrema e calcolata lentezza e precisione cerimoniale e rituale la preziosa, grande e vecchia chiave sagomata di ottone massiccio intagliato e antico dal mio cappotto caldo e l’ho finalmente e precisamente inserita e spinta dentro con forza fino in fondo e con molta e profonda accortezza in profondità nella stretta, buia e segreta serratura frontale di solido e durissimo e resistente ferro nero temprato a fuoco.
La serratura era annerita, usurata e resa quasi liscia, scivolosa e cieca dal lungo ed implacabile e infinito e inesorabile scorrere dei lunghi e lenti e faticosi decenni e dal trascorrere del tempo inclemente e della storia silenziosa dell’officina magica.
La complessa e robusta mappa intricata di ottone freddo e sagomato della grande e dentellata chiave ha magicamente, docilmente, perfettamente, facilmente e inesorabilmente e perfettamente agganciato con una precisissima e stupefacente aderenza millimetrica e millenaria gli enormi e complessi e sicuri ingranaggi nascosti all’interno del duro meccanismo interno del cassetto massiccio.

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