Elena rimase immobile, la mano sospesa sul quaderno. Il silenzio che seguì lo spegnimento del generatore fu denso, innaturale. Non si udiva più nemmeno il gracidare delle rane nei canali, zittite da un rumore che solo le creature della palude avevano percepito prima degli umani.

Il segnale acustico della ricetrasmittente posata sul tavolo gracchiò piano. Elena la prese e premette il pulsante: «Marcus?»

Nessuna risposta. Solo un fruscio di fondo, seguito da tre colpi secchi: il segnale di allarme concordato per indicare la presenza di intrusi all’interno del primo perimetro di recinzione.

Elena non si fece prendere dal panico. Aveva trascorso troppi anni tra quegli alberi per non conoscere ogni anfratto della casa e del terreno circostante. Si infilò la giacca impermeabile scura, prese dalla cassettiera la pesante torcia da lavoro in alluminio e una fiala di vetro scuro con un vaporizzatore d’ottone: l’arma che Julian credeva fosse una minaccia immaginaria, ma che in realtà era una concentrazione pura di oleoresina di capsico arricchita con essenza di radice di Cicuta virosa, sufficiente a rendere inabile un aggressore per dodici ore consecutive con una semplice inalazione accidentale.

Scese silenziosamente le scale di legno che portavano al piano terra. La porta principale era ancora sbarrata dall’interno con la spranga di ferro.

Poi sentì il rumore: un raschio metallico proveniente dalla serra annessa al laboratorio, dove si trovavano le vasche di purificazione delle specie botaniche rare. Qualcuno stava forzando i cardini della porta vetrata di raccordo.

Elena si mosse nell’ombra con la familiarità di chi si muove nella propria stanza da letto. Raggiunse l’angolo del corridoio d’accesso alla serra, trattenendo il respiro. Attraverso i vetri opachi rigati dalla pioggia vide la sagoma scura di un uomo, alto e robusto, avvolto in un impermeabile tattico con il cappuccio calato sul viso. In mano teneva una torcia a fascio stretto con filtro rosso, che illuminava metodicamente gli scaffali delle piante invece di cercare oggetti di valore.

Non era un ladro comune. Non cercava computer o denaro contante. Stava cercando i faldoni delle ricerche e i campioni vegetali conservati nelle celle frigorifere autonome.

Dietro di lui, all’esterno della serra, si profilava una seconda figura che teneva in mano una tanica di plastica. Volevano distruggere le prove scientifiche con un incendio provocato, facendo passare il tutto per un incidente dovuto al malfunzionamento del generatore elettrico durante il temporale.

Elena non esitò. Invece di affrontarli direttamente all’interno della struttura, scivolò attraverso la botola della cantina che conduceva all’uscita di sicurezza interrata, sbucando dietro il capanno degli attrezzi, nel pieno della pioggia battente.

Il terreno era un pantano viscoso. Camminò a ridosso della vegetazione, approfittando del fragore del vento tra le fronde dei pioppi per mascherare i propri movimenti. Raggiunse la valvola manuale della condotta idrica che alimentava il sistema antincendio della serra: un impianto artigianale progettato da suo nonno che non utilizzava acqua pura, ma una soluzione salina iperconcentrata prelevata dal fondale limaccioso della palude, ricca di zolfo e solfuri minerali, concepita per soffocare le fiamme istantaneamente togliendo ossigeno all’ambiente chiuso.

Elena afferrò la leva di ferro arrugginita con entrambe le mani e la tirò verso il basso con tutto il proprio peso.

All’interno della serra scattarono gli ugelli nebulizzatori a soffitto con un sibilo sordo e violento. Una nube densa di vapore solforoso e acqua torbida saturò la stanza in meno di tre secondi.

Dall’interno giunsero urla soffocate di sorpresa e panico, accompagnate dal rumore di vasi di terracotta che si infrangevano sul pavimento di cemento. Gli intrusi, accecati dalla nube e con le vie respiratorie irritate dallo zolfo disciolto nell’aria, cercarono a tentoni l’uscita, inciampando nei bancali di coltivazione.

Quando la porta della serra si spalancò, il primo uomo emerse tossendo violentemente, con le mani premute sugli occhi.

«Fermo dove sei,» disse una voce fredda alle sue spalle. Marcus era lì, emerso dal buio del filare di tassi, con una carabina da caccia calibro dodici puntata al petto dell’intruso. «Butta a terra qualunque cosa tu abbia in tasca, o ti garantisco che il pantano di questa palude non restituirà le tue ossa prima del prossimo disgelo di primavera.»

Il secondo uomo, vedendo il compagno bloccato, lasciò cadere la tanica di benzina nel fango e tentò di fuggire verso il canneto, ma la palude di Blackwood non perdonava chi non conosceva i sentieri segreti: dopo tre passi precipitò fino alla cintola nella torba mobile di un antico canale di scolo, rimanendo intrappolato nella morsa di melma e radici marcescenti, incapace di muoversi senza sprofondare ulteriormente.

Elena si avvicinò lentamente al primo uomo, illuminandogli il volto con la torcia. Sotto il fango e l’irritazione agli occhi, riconobbe l’uomo che aveva visto due mesi prima negli uffici amministrativi della Vance Real Estate, presentato come il responsabile delle indagini peritali della compagnia: Robert Cole, un ex detective del dipartimento di polizia di Yonkers riconvertitosi nei servizi di sicurezza privata per le grandi corporation.

«Cole,» disse Elena con un tono che non lasciava spazio alla compassione. «Dì al tuo datore di lavoro che ha appena sprecato l’ultima occasione per mantenere questa faccenda su un piano puramente civile.»

6. L’ambasciata di Leonard Gable
Alle dieci del mattino successivo, la pioggia aveva lasciato il posto a una nebbia fitta e lattiginosa che si alzava dalle anse dell’Hudson, avvolgendo i canneti in un sudario grigio. La quiete della riserva fu interrotta dall’arrivo di una singola berlina tedesca nera con vetri oscurati, scortata a distanza da un’auto della polizia di contea chiamata da Elena per verbalizzare il tentato incendio della notte precedente.

Dalla berlina scese Leonard Gable. Con il suo cappotto di cashmere scuro, la cartella di cuoio rifinita a mano e l’aria di un uomo abituato a risolvere contenziosi complessi nelle suite degli hotel a cinque stelle, sembrava un’anomalia totale in mezzo al fango e alle foglie bagnate della Blackwood Marsh.

Elena lo ricevette sotto il portico del laboratorio, senza invitarlo a entrare. Rimase in piedi, le braccia conserte, mentre Marcus sorvegliava la scena a qualche metro di distanza, pulendo con apparente disinvoltura un falcetto da potatura con una pietra d’affilare.