«Dimmi una cosa, Julian,» sussurrò lei, allentando improvvisamente la tensione muscolare del braccio. «Hai davvero pensato che fossi così ingenua?»

Julian aggrottò le sopracciglia perfette, infastidito dal tono inaspettatamente piatto. «Cosa intendi?»

«Mio nonno non era solo un ambientalista sentimentale,» continuò Elena, voltando lentamente la testa verso di lui. Per la prima volta da quando erano entrati in quella stanza, lo guardò dritto negli occhi, e Julian vi scorse un’oscurità quieta, la stessa calma ingannevole che precede il crollo di un argine. «Era un professore emerito di farmacognosia a Columbia. E prima di morire, mi ha insegnato tutto quello che c’è da sapere sulle difese naturali delle piante. Soprattutto quelle che crescono spontanee nelle paludi di Blackwood.»

Julian allentò la presa sul polso di lei, colto da un improvviso brivido di fastidio. «Di che diavolo stai parlando? Firma quel maledetto foglio.»

«L’orchidea bianca che tuo padre ha insistito per importare per le composizioni della suite,» disse Elena con voce vellutata, indicando con un cenno del mento i sontuosi piedistalli che circondavano il letto a baldacchino. «Non sono semplici Phalaenopsis. Le ho curate io personalmente ieri sera, quando sono arrivata per i preparativi finali. Ho fatto solo una piccola aggiunta botanica. Un’infusione invisibile di estratto di Aconitum napellus vaporizzata sui petali e sui bicchieri di cristallo.»

Julian si raggelò. «Stai delirando.»

«Hai bevuto il primo brindisi da quella piramide non più di dieci minuti fa, Julian. Per festeggiare il tuo capolavoro finanziario, ricordi?» Elena posò con estrema lentezza la penna d’oro sulla scrivania, senza apporre alcuna firma. Poi fece un passo indietro, lisciandosi la gonna di seta avorio. «I primi sintomi sono sottili. Una leggera parestesia alle labbra. Poi un formicolio che sale lungo le braccia, simile a un improvviso calo di pressione. Infine, un’aritmia che i medici del pronto soccorso confonderanno inevitabilmente con un infarto da stress prenuziale.»

L’espressione sul volto di Julian mutò con una rapidità sbalorditiva. La sicurezza aristocratica cedette il passo a un’ombra di panico primordiale. Portò la mano alla gola, deglutendo a vuoto. Le sue labbra, improvvisamente, sembravano davvero intorpidite.

«Tu… tu stai mentendo,» balbettò, ma la sua voce aveva perso ogni risonanza imperiosa. Le sue pupille si dilatarono. «Non avresti mai il coraggio. La polizia…»

«La polizia troverà una tragedia nuziale causata da una rara reazione anafilattica ai fiori esotici o da un difetto cardiaco congenito mai diagnosticato. Nulla di rilevabile a un esame tossicologico di routine, a meno che non si sappia esattamente quale alcaloide cercare nei tessuti muscolari.» Elena gli rivolse un sorriso sottile, glaciale, privo di qualsiasi traccia della timida fanciulla di provincia che lui credeva di aver manipolato. «A meno che, naturalmente, tu non prenda immediatamente l’antidoto.»

Julian fece un passo verso di lei, ma le sue ginocchia cedettero leggermente. La paura amplificava ogni minima sensazione corporea; il cuore gli batteva all’impazzata contro le costole, confermando la sua peggiore allucinazione. «Dov’è? Elena, dannazione, dov’è?»

«Nella mia borsa da viaggio, nell’armadio guardaroba,» rispose lei con calma chirurgica. «Ma prima, parliamo di affari.»

Elena allungò la mano verso la cartella di pelle scura posata sul tavolino e ne estrasse un secondo documento, preparato con cura nei giorni precedenti con l’aiuto dell’anziano notaio di famiglia a cui suo nonno aveva affidato ogni segreto.

«Questo è un accordo vincolante di donazione irrevocabile,» spiegò Elena, spingendo il nuovo foglio davanti a Julian. «Con questo atto, la Vance Real Estate rinuncia a qualunque diritto di prelazione e cede a titolo definitivo e gratuito l’accesso viario e idrico alla Blackwood Marsh Trust, una fondazione ecologica a mio nome. In più, prevede una clausola di risarcimento milionario a favore della fondazione qualora la tua famiglia tenti qualsiasi azione legale contro mia madre o la mia cerchia nei prossimi cinquant’anni.»

«Sei pazza… mio padre ti distruggerà…» ansimò Julian, mentre una goccia di sudore freddo gli colava lungo la tempia, rovinando l’acconciatura impeccabile curata dal barbiere di Madison Avenue.

«Tuo padre ama il denaro, ma ama ancora di più l’illusione della dinastia Vance. Se tu cadi morto in questa stanza prima di pronunciare i voti, le azioni della compagnia crolleranno lunedì mattina all’apertura dei mercati per l’incertezza sulla successione. E lui non avrà nessun erede a cui lasciare le sue torri di vetro.» Elena raccolse la penna d’oro da quaranta carati e gliela tese, impugnandola questa volta dal fusto. «Firma tu, Julian. Firma per salvarti la vita.»

Julian tremava visibilmente. Il panico chimico e psicologico si era ormai impossessato di ogni sua fibra. Strappò la penna dalle mani di lei e premette la punta sulla pergamena, tracciando la sua firma sontuosa, barocca e rapida in calce al documento, accompagnata dalla data e dal sigillo a secco che portava al dito mignolo.

«Ecco! È firmato!» gridò, ansimando, mentre il respiro gli si faceva corto. «Ora dammi l’antidoto. Muoviti!»

Elena prese il foglio firmato, controllò con calma certosina ogni riga, soffiò leggermente sull’inchiostro fresco per asciugarlo e lo ripose nella sua pochette d’argento satinato. Poi lo guardò dritto negli occhi, con un’espressione di disarmante serenità.

«Non c’era nessun veleno nei bicchieri, Julian.»

Il silenzio che calò nella suite nuziale fu più violento di uno sparo. Julian rimase immobile, la mano ancora sospesa a mezz’aria, il petto ansimante. «Cosa?»

«L’estratto di aconito ha un odore dolciastro inconfondibile e avrebbe reso torbido lo champagne,» spiegò Elena, con la precisione clinica di una scienziata che chiude un esperimento. «Quello che hai sentito sulle labbra era semplice estratto di capsicina diluito nel burro di cacao con cui ho spennellato l’orlo del calice. Provoca una momentanea irritazione e un formicolio innocuo. Il resto — il cuore che corre, la debolezza alle gambe, la gola chiusa — lo ha fatto la tua stessa codardia. Sei così abituato a calpestare gli altri che al primo cenno di pericolo ti sei sgretolato come fango secco.»

Julian divenne pallido come la calce, poi una vampata di rosso scuro gli imporporò il collo fino alle orecchie. «Brutta… ti trascinerò in tribunale! Questo contratto è stato firmato sotto estorsione e minaccia di morte!»