Incontrai i suoi occhi scuri. Per la prima volta da molto, moltissimo tempo, mi sentii completamente vulnerabile, ma non provai paura. Provai un desiderio travolgente.
“Domani sera alle otto,” risposi. “Non fare tardi.”
Il suo sorriso fu una promessa pericolosa e bellissima. Si chinò, le sue labbra sfiorarono l’angolo della mia bocca in un tocco elettrizzante, e poi si allontanò, lasciandomi senza fiato.
Mentre io scoprivo l’apice del successo e l’inizio di un nuovo, travolgente amore, l’oscurità aveva inghiottito del tutto la famiglia Williams.
Daniel aveva toccato il fondo. Il vero fondo. Non quello romanzato in cui l’eroe caduto impara dai propri errori e si riscatta. Daniel era diventato un relitto tossico, consumato dal risentimento, dall’alcol e dalla negazione.
Dopo il pignoramento di ogni loro bene, la morte del padre per un secondo, fatale attacco cardiaco, e la follia galoppante di Linda, Daniel si era ritrovato a vivere in un monolocale umido alla periferia di Gary, in Indiana. La sua un tempo immacolata bellezza borghese era svanita. A trentasette anni era stempiato, gonfio per l’abuso di superalcolici e con i denti ingialliti dalle sigarette economiche. Lavorava a singhiozzo, venendo licenziato sistematicamente da ogni impiego umile che trovava a causa del suo atteggiamento arrogante: si rifiutava di prendere ordini da persone che, nella sua testa malata, considerava ancora “inferiori” a lui.
Sua madre, Linda, aveva completamente perso il contatto con la realtà. Bloccata su una sedia a rotelle a causa di un ictus non curato adeguatamente (non potendosi più permettere l’assicurazione privata), trascorreva le giornate fissando un piccolo televisore gracchiante nel monolocale, mormorando frasi sconnesse sui tornei di golf al Country Club e su come la cameriera le avesse rubato l’argenteria.
Sarah, l’amata e viziata sorella, era fuggita. Pur di non vivere nella miseria e nello squallore con la madre e il fratello, si era sposata in fretta e furia con un uomo di vent’anni più grande di lei, un imprenditore edile di dubbia moralità che la trattava come un soprammobile e la tradiva apertamente. Viveva intrappolata in una gabbia d’oro molto più piccola e opprimente di quella che credeva di meritare, costretta a sopportare abusi psicologici pur di poter usare una carta di credito. Il ciclo si era ripetuto.
Ma per Daniel, il veleno più letale non era l’alcol. Erano le riviste.
Ogni mese, rubava dai chioschi o raccoglieva dalla spazzatura le copie di Forbes, Vogue o Chicago Tribune Magazine. Cercava il mio volto. E inevitabilmente lo trovava. “Elena Rossi: La Nuova Regina della Filantropia”, “Il Gruppo Rossi vola in borsa guidato dalla figlia del fondatore”, “Il Gala di beneficenza di Elena Rossi raccoglie 10 milioni di dollari”. Nelle foto, ero sempre luminosa, potente, vestita di diamanti e seta, circondata dall’élite globale. E spesso, al mio fianco, c’era l’ombra protettiva e affascinante di Matteo Romano.
Daniel guardava quelle foto nella penombra del suo squallido appartamento, sentendo il rumore dei topi nei muri. Non provava rimorso. Non pensava: Guarda cosa ho perso, guarda quanto ero stupido. Pensava: Lei mi ha rubato tutto. Quella è la mia vita. Quei soldi dovrebbero essere miei. Quella bambina è mia.
Il suo ego malato aveva distorto la memoria fino a convincerlo di essere lui la vittima di un complotto demoniaco ordito da me e da mio padre. E quella convinzione si tramutò in un’ossessione pericolosa. L’ossessione divenne un piano. Un piano disperato, folle, concepito dalla mente di un alcolizzato che non aveva più nulla da perdere.
Voleva riprendersi Emma. Non perché amasse la bambina – non le aveva mai inviato un biglietto d’auguri, non aveva mai lottato davvero in tribunale – ma perché Emma era l’unico legame di sangue con la famiglia Rossi. Credeva, nella sua delirante ignoranza della legge federale, che avendo la bambina in suo potere, avrebbe potuto estorcermi milioni, ricattarmi, riottenere il suo status.
Passò mesi a studiare i movimenti della bambina. Grazie a un vecchio conoscente del padre che lavorava nel consiglio scolastico (e che non sapeva nulla della caduta dei Williams, avendoli persi di vista), Daniel riuscì a scoprire quale prestigiosissima accademia privata frequentasse Emma.
Si procurò un’uniforme falsa da operaio della manutenzione idraulica. Un giovedì mattina di metà aprile, giorno in cui la scuola elementare ospitava la “Fiera delle Scienze” con porte aperte ai genitori (cosa che rendeva i controlli all’ingresso leggermente più caotici del solito), Daniel si avvicinò all’edificio.
Io ero lì, ovviamente. Indossavo un cappotto leggero di Prada sopra un abito color crema. Accanto a me, Matteo, in un impeccabile completo blu notte, stava ascoltando con espressione serissima Emma che gli spiegava il funzionamento di un vulcano di cartapesta e bicarbonato di sodio. Emma adorava Matteo. Lo chiamava “Zio Teo” e lui la trattava come se fosse l’essere più prezioso del creato. Alle nostre spalle, invisibili ma onnipresenti, quattro agenti della sicurezza in borghese monitoravano l’ambiente. La sicurezza era una priorità assoluta per la famiglia Rossi.
“È affascinante, Emma,” disse Matteo, sorridendo e sistemando gli occhialetti di protezione sul naso della bambina. “Sono abbastanza sicuro che questo vulcano vincerà il primo premio.”
Emma rise, un suono cristallino che mi riempì il cuore di gioia. “Mamma, posso andare in bagno prima della premiazione?”
“Certo, amore,” risposi, accarezzandole i capelli. Feci un cenno invisibile a Marcus, il capo scorta. “Marcus ti accompagna.”
Marcus annuì, seguendo Emma a una decina di passi di distanza, come previsto dal protocollo. La scuola era un ambiente considerato sicuro, ma non lasciavamo mai nulla al caso.
Emma svoltò l’angolo del corridoio verso i bagni delle bambine. Marcus si fermò vicino ai distributori d’acqua, mantenendo una visuale chiara sulla porta.
Fu in quel momento che accadde l’impensabile.
Da una porta di servizio laterale, utilizzata solo per i contatori elettrici e i prodotti di pulizia, emerse una figura in tuta da lavoro scura, con un cappellino abbassato sugli occhi. Daniel aveva studiato le planimetrie. Sapeva che quel corridoio aveva un punto cieco dalle telecamere di sicurezza principali.
Quando Emma uscì dal bagno, lavandosi le manine, si ritrovò davanti un uomo sporco, che puzzava di sudore rancido e alcol.
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