Arrivammo a Firenze all’inizio di novembre. La città era un gioiello rinascimentale avvolto dalla nebbia autunnale, ma io non avevo tempo per l’arte. Avevamo trasformato il nostro attico in Piazza della Signoria in un centro di comando operativo. Matteo e Marcus avevano revisionato le planimetrie di Palazzo Vecchio millimetro per millimetro. Avevamo sostituito l’intero team di sicurezza locale con i nostri operatori d’élite, mascherati da camerieri, personale tecnico e valletti.
Emma, ignara del pericolo, si stava godendo la vacanza. L’avevamo mandata in una villa blindata nelle colline del Chianti, protetta da venti uomini armati fino ai denti, dicendole che si sarebbe divertita molto di più in campagna a cavalcare che a un noioso gala per adulti. Al suo posto, a Firenze, c’era una bambina attrice, figlia di uno dei nostri operatori, addestrata a recitare la parte, che sarebbe stata evacuata un secondo prima che scattasse la trappola.
La sera del gala, Palazzo Vecchio era uno spettacolo di sfarzo mozzafiato. Il Salone dei Cinquecento, con i suoi immensi dipinti e il soffitto a cassettoni dorati, era illuminato da migliaia di candele vere e lampadari di cristallo. Centinaia di ospiti in smoking e abiti d’alta moda sorseggiavano champagne millesimato, chiacchierando di miliardi di euro come se parlassero del clima.
Io feci il mio ingresso al braccio di Matteo. Indossavo un abito da sera di velluto nero profondo, scollato sulla schiena, con una parure di diamanti e rubini che, da sola, valeva quanto il debito nazionale di un piccolo paese. L’abito era lungo, fluido, ma progettato su misura per permettermi la massima libertà di movimento. Fissata alla mia coscia destra, nascosta dalla pesante seta della gonna, c’era una compatta pistola semiautomatica in polimero, caricata con proiettili a punta cava. Non avevo intenzione di usarla, avevamo uomini sufficienti per invadere uno stato sovrano, ma essere la figlia di Alessandro Rossi significava non delegare mai del tutto la propria sopravvivenza.
Matteo era semplicemente letale nel suo smoking scuro. Non c’era un briciolo di tensione sul suo volto, solo un’eleganza rapace.
“Hai un aspetto divino, signora Romano,” mormorò Matteo, chinandosi a baciarmi il collo mentre salutavamo l’ambasciatore americano.
“E tu sembri pronto a dichiarare guerra, avvocato,” risposi, mantenendo il sorriso perfetto verso i fotografi. “Ci siamo. Marcus mi ha appena confermato via auricolare che i topi sono entrati nel labirinto.”
Mentre noi sorridevamo e mio padre intratteneva il sindaco di Firenze e il ministro dell’economia italiano, la trappola si stava chiudendo.
Sarah Williams stava sudando freddo. Vestita con l’uniforme nera del personale di servizio, si muoveva nervosamente nei corridoi labirintici e poco illuminati dietro il Salone principale. Il suo cuore batteva all’impazzata. Aveva visto me, meravigliosa, inavvicinabile, radiosa, e l’odio le aveva dato la spinta per non tirarsi indietro. Voleva distruggermi. Voleva vedere il mio mondo di cristallo andare in frantumi.
Alle 22:15, l’orario stabilito, Sarah aprì una porta di servizio in ferro battuto che dava su un cortile interno. Quattro uomini in abiti scuri, pesantemente armati e col volto parzialmente coperto, scivolarono all’interno senza fare il minimo rumore. Erano i professionisti di Morandi, l’élite del lavoro sporco.
“La stanza è la terza a sinistra, in fondo a questo corridoio,” sussurrò Sarah, la voce che tremava. “La bambina è lì. Ha un vestito bianco e un nastro rosa nei capelli. Fate in fretta. Morandi ha promesso che sarò pagata stanotte stessa.”
Il capo dei mercenari non si prese nemmeno il disturbo di guardarla in faccia. La spinse di lato senza troppi complimenti e fece un cenno ai suoi uomini. Avanzarono nel corridoio, le pistole spianate con i silenziatori innestati.
Sarah fece un passo indietro, pronta a fuggire nel cortile e scomparire per sempre con la sua vendetta. Ma prima che potesse toccare la maniglia, la pesante porta di ferro si chiuse di scatto con un rumore metallico sordo e definitivo. Una serratura elettronica scattò.
Sarah ansimò, spingendo contro il ferro. Chiusa. Bloccata.
I quattro mercenari raggiunsero la terza porta a sinistra. Il capo sollevò il piede e la sfondò con un calcio calcolato, irrompendo nella stanza pronti a neutralizzare la tata e prendere l’esca.
Ma la stanza era completamente vuota.
Non c’era nessuna bambina con il nastro rosa. Non c’era nessuna tata. C’era solo una singola, fioca lampada accesa su un tavolino, e il silenzio tombale di un palazzo antico.
“Che diavolo…” mormorò il capo, abbassando la pistola, la confusione che per un secondo sostituiva l’addestramento.
Fu il suo ultimo errore.
Le luci della stanza si accesero con la potenza di fari abbaglianti, accecando gli uomini di Morandi. Dalle ombre degli angoli ciechi e dalle due porte comunicanti, che i mercenari non avevano notato, emersero simultaneamente dodici uomini dell’unità di Marcus. Indossavano giubbotti antiproiettile tattici e maschere balistiche.
Non ci fu nemmeno bisogno di sparare. Marcus, muovendosi con una velocità che la sua mole non lasciava presagire, colpì il capo dei mercenari con il calcio del fucile d’assalto dritto sulla mascella, fracassandogliela e facendogli perdere i sensi all’istante. Gli altri tre uomini furono sopraffatti, placcati, disarmati e immobilizzati a terra in meno di quattro secondi. Lacci di plastica da combattimento strinsero i loro polsi con una forza brutale.
“Perimetro sicuro,” mormorò Marcus nel microfono nascosto nel colletto. “Abbiamo i pacchi.”
Dall’auricolare che avevo nascosto tra i capelli, sentii la sua voce chiara. Stavo stringendo la mano a un importante banchiere svizzero. Il mio sorriso si allargò, freddo e vittorioso.
“Mi scusi, signor Hoffman,” dissi con voce suadente. “Mio marito e io dobbiamo assentarci per una questione privata urgente. Prego, continui a godersi lo champagne.”
Matteo mi offrì il braccio. Ci allontanammo dal fulcro del gala, scivolando senza dare nell’occhio dietro una tenda di velluto cremisi e scomparendo nei passaggi segreti del palazzo, che noi conoscevamo come le nostre tasche.
Due minuti dopo, entrammo nella stanza dove l’imboscata era appena terminata. I quattro uomini di Morandi erano in ginocchio, sanguinanti, disarmati e terrorizzati, circondati dai miei soldati.
Al centro della stanza, tremante, con le spalle al muro, c’era Sarah Williams.
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