Due delle guardie di Marcus l’avevano prelevata dal corridoio e l’avevano spinta dentro. Quando mi vide entrare, il suo volto si contorse in una maschera di terrore primordiale. Aveva smesso di respirare in modo regolare. Sembrava che fosse appena entrata nella stanza dei fantasmi.
Mi fermai al centro della sala. Non dissi nulla. La guardai, semplicemente. I miei occhi passavano dalla divisa sgualcita da cameriera al suo volto invecchiato e segnato dall’abuso di farmaci, per poi tornare ai miei diamanti scintillanti. Era la prima volta che ci trovavamo faccia a faccia dalla notte in cui la mia guancia era stata colpita da sua madre, mentre lei rideva.
Ora, nessuno stava ridendo.
“Elena…” sussurrò Sarah, la voce rotta, pietosa, il trucco che le colava sulle guance a causa del sudore. “Elena, ti prego… è stato un malinteso. Io non volevo… mi hanno costretta! Mio marito mi ha obbligata!”
Matteo si fece avanti. L’aura che emanava era di puro, implacabile terrore legale e fisico. “Hai appena condotto una squadra di sicari armati in una stanza in cui credevi ci fosse una bambina di dieci anni, la nostra bambina, con l’intento di farla rapire da un boss del crimine. Nessuno ti ha costretta, Sarah. Hai firmato la tua condanna a morte con puro entusiasmo.”
“No! Non è vero!” urlò lei, scivolando lungo il muro fino a cadere in ginocchio, le mani giunte. Sembrava una replica grottesca di suo fratello Daniel. Il vittimismo cronico, l’incapacità di assumersi le proprie responsabilità: era un tratto genetico della sua famiglia. “Io non sapevo cosa volessero farle! Volevo solo… volevo solo che tu provassi quello che ho provato io quando mi hai tolto i soldi! Tu non sai come si vive senza niente! Tu hai rubato la mia vita!”
Feci un passo avanti. Il rumore dei miei tacchi risuonò cupo sul pavimento di pietra. Guardai Sarah dall’alto in basso, come se stessi osservando un parassita su una foglia in via di estinzione.
“Rubato la tua vita?” chiesi, la mia voce un soffio gelido che raggelò l’aria della stanza. “Tu non avevi una vita, Sarah. Avevi un’illusione, pagata con soldi sporchi ed evasione fiscale. Siete sempre stati dei parassiti, convinti che un conto in banca fittizio vi rendesse superiori alle persone perbene. Ti sei illusa di essere un predatore, ma sei solo stata il mezzo idiota che Morandi ha usato per finire dritto nella mia trappola.”
Mi avvicinai al capo dei mercenari, ancora stordito e sanguinante a terra. “Voi lavorate per Morandi,” affermai, non era una domanda. “Dov’è?”
L’uomo sputò sangue, cercando di mantenere un ultimo briciolo di sfida. “All’inferno, troia. È a Firenze, e quando non riceverà il nostro segnale, vi farà saltare in aria.”
Marcus, senza battere ciglio, gli diede un colpo secco sulle costole con lo stivale d’acciaio, facendogli emettere un grido strozzato.
“Non credo proprio,” intervenne Matteo, estraendo con calma il suo telefono dalla tasca interna dello smoking. Premette un tasto e mise in vivavoce.
“Pronto?” La voce profonda e calma di mio padre, Alessandro Rossi, riempì la stanza. Era chiaramente ancora nel Salone principale, in sottofondo si sentiva la musica classica.
“Tutto sotto controllo qui sotto, capo,” disse Matteo. “I rifiuti sono stati raccolti. Puoi procedere.”
“Eccellente,” rispose mio padre. “Ho appena concluso una piacevolissima chiacchierata con il signor Morandi.”
Il mercenario a terra sgranò gli occhi. “Impossibile. Lorenzo non è mai…”
“Morandi si trovava, comodamente seduto, in una suite del Four Seasons, in attesa della vostra telefonata per festeggiare l’estorsione,” spiegò mio padre, la sua voce intrisa di crudele ironia. “Purtroppo, non siete stati molto silenziosi nel vostro arrivo a Firenze. Il mio team, quello vero, ha fatto visita alla sua suite venti minuti fa. La scorta di Morandi è stata neutralizzata senza sparare un colpo. Lorenzo ha firmato dei documenti di cessione estremamente svantaggiosi, rinunciando a ogni pretesa sulla NovaTech e a tutte le sue attività a Milano, per evitare che i file sulle sue operazioni di riciclaggio per conto dei cartelli sudamericani finiscano sulla scrivania dell’Interpol e dei suoi rivali russi.”
Ci fu una pausa. Mio padre bevve un sorso di vino.
“Morandi non è più un problema. In questo momento sta lasciando l’Italia a bordo di un jet privato, senza un soldo, destinato all’esilio in un paese che non ha trattati di estradizione, per il resto dei suoi miserabili giorni. Quanto ai suoi uomini lì da te, Elena… lascio a te la decisione.”
“Grazie, papà. Divertiti al gala,” dissi, facendo cenno a Matteo di chiudere la chiamata.
Il silenzio nella stanza ora era soffocante. L’impero di Morandi, la minaccia che aveva osato sfiorare la mia famiglia, era stato smantellato chirurgicamente in meno di un’ora, mentre io bevevo champagne. I mercenari capirono di essere stati abbandonati. I loro sguardi divennero vuoti.
Mi voltai di nuovo verso Sarah. Era rannicchiata in posizione fetale. Tremava in modo incontrollabile. Capiva che la sua ultima speranza, l’uomo che credeva avrebbe piegato la mia famiglia, era stato cancellato dalla faccia della terra finanziaria in un battito di ciglia.
“Cosa… cosa mi farete?” balbettò Sarah, piangendo. “Mi ucciderete?”
La guardai, sentendo un disgusto così profondo da provare quasi nausea. La vendetta, quando è assoluta, perde la sua furia e diventa solo una noiosa amministrazione burocratica.
“Ucciderti? Sarebbe uno spreco di energia e creerebbe problemi legali inutili,” dissi in tono distaccato. “La morte è una liberazione. Tu meriti di vivere, Sarah. E di vivere ricordando ogni singolo giorno della tua vita esattamente chi sei. Nessuno. Un vuoto assoluto.”
Feci un cenno a Marcus. “Lasciate gli uomini di Morandi alla Digos italiana con una fiala di narcotico nel sangue, in modo che non creino problemi, e fate ritrovare armi illegali non registrate nei loro furgoni. Ci penserà la giustizia italiana a fargli marcire in galera per associazione mafiosa e tentata strage.”
“Agli ordini,” annuì Marcus.
“E lei?” chiese Matteo, guardando Sarah con puro disprezzo.
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