Matteo baciò il lato del mio collo, stringendomi a sé. “Il sindaco sta facendo un discorso in cui ti paragona a una moderna santa guerriera. Tuo padre sta ridendo sotto i baffi in prima fila. Sei sfuggita ai tuoi doveri di padrona di casa, Signora Romano.”
Mi voltai tra le sue braccia, posando le mani sul petto del suo smoking su misura. Al mio anulare sinistro brillava una fede d’oro bianco, accompagnata da un diamante taglio smeraldo impeccabile. Eravamo sposati da sei mesi. Un matrimonio privato, intimo, in una piccola cappella in Toscana, lontani dal rumore del mondo, solo io, lui, mio padre ed Emma.
“Possono sopravvivere cinque minuti senza di me,” sussurrai, accarezzandogli la guancia ispida.
Matteo mi guardò con quegli occhi scuri e insondabili, che ora però per me erano un libro aperto pieno di devozione assoluta. Non cercava di cambiarmi. Non cercava di domarmi. Era la mia roccia, il mio partner, il mio pari in tutto e per tutto.
“Stavo pensando,” disse, con un mezzo sorriso. “La fondazione ha appena chiuso un record di donazioni stasera. Tuo padre ha appena acquisito l’ultimo concorrente nel settore immobiliare europeo. L’impero è sicuro. Emma ha iniziato il nuovo anno scolastico in modo brillante. Che ne diresti se ci prendessimo una settimana, solo noi due, alle Maldive?”
Risi dolcemente, una risata vera, profonda, che mi nasceva dall’anima. La bambina spaventata, vessata e schiaffeggiata non esisteva più. La donna in lacrime in quella fredda notte di Natale era morta, sepolta sotto montagne di successi, vendetta e amore.
“Una settimana,” confermai, allacciando le braccia dietro il suo collo. “A patto che tu non porti il telefono del lavoro.”
“Per te, amore mio, lo lancerò nell’Oceano Indiano.”
Matteo abbassò il viso e mi baciò. Un bacio che sapeva di promesse mantenute, di battaglie vinte, di un potere tranquillo e invincibile.
Mentre ricambiavo il bacio della mia vera famiglia, del mio amore, della mia forza, guardai il riflesso della luna sul lago. Non c’era più odio in me, né rabbia. Solo una suprema, magnifica, eterna quiete. Avevo ricostruito il mio mondo dalle macerie del tradimento, ergendo un castello inespugnabile. E nessuno, mai più, avrebbe osato scalfire la mia corona.
Le Maldive furono esattamente l’eden di zaffiro e smeraldo che Matteo mi aveva promesso. Per una settimana intera, il rumore incessante dei mercati azionari, i ronzii dei telefoni satellitari e le spietate dinamiche di potere di Chicago furono sostituiti dal mormorio dell’Oceano Indiano e dal calore del sole sulla pelle nuda.
Avevamo affittato un’intera isola privata, un frammento di paradiso incontaminato circondato da una barriera corallina scintillante. Niente guardie del corpo visibili – anche se sapevo perfettamente che il perimetro dell’atollo era pattugliato da motoscafi invisibili all’occhio nudo – niente riunioni, niente abiti di sartoria. Solo io, l’uomo che amavo, e una distesa infinita di acqua cristallina.
Una mattina, mentre eravamo sdraiati sul ponte di legno della nostra villa sull’acqua, osservai Matteo. Stava leggendo un libro, il petto nudo e abbronzato che si alzava e si abbassava in un ritmo lento e rilassato. L’anello di platino brillava sulla sua mano sinistra. Mi sembrava surreale essere arrivata fin lì. Pensai alla donna terrorizzata che, pochi anni prima, fuggiva nella neve stringendo a sé una bambina in lacrime. Quella donna mi sembrava un’estranea, un personaggio di una vita precedente, vissuta in bianco e nero.
“Stai pensando troppo ad alta voce, Signora Romano,” mormorò Matteo senza alzare gli occhi dalla pagina, un sorriso divertito che gli increspava le labbra.
“Stavo pensando a quanto siamo lontani dall’inverno di Chicago,” risposi, allungando una mano per tracciare con l’indice la linea della sua mascella. “E a quanto mi senta… intoccabile, quando sono con te.”
Lui chiuse il libro e si voltò verso di me, i suoi occhi scuri che catturavano la luce del sole tropicale. Prese la mia mano e ne baciò il palmo. “Tu sei intoccabile, Elena. Non per merito mio, ma perché ti sei forgiata nell’acciaio. Io ho solo il privilegio di starti accanto mentre domini il mondo.”
Quelle parole, così semplici eppure così cariche di verità, mi scaldarono il cuore più dei raggi del sole. Ma anche nei momenti di pace più assoluta, il sangue dei Rossi che mi scorreva nelle vene mi ricordava che la vera quiete era solo un’illusione, una pausa tra due battaglie. Nel nostro mondo, il potere attraeva sempre l’invidia, e l’invidia generava nemici.
Tornati a Chicago, la realtà ci accolse con il suo abbraccio freddo e frenetico. L’autunno stava cedendo il passo all’inverno. L’impero della Rossi Holdings si stava espandendo in Europa, mirando all’acquisizione di un colosso tecnologico italiano, la NovaTech, basato a Milano. Era un affare da svariati miliardi di dollari, un’operazione che avrebbe cementato il nostro monopolio per i decenni a venire. Mio padre mi aveva affidato la gestione diretta delle trattative finali, un segno della sua totale fiducia nelle mie capacità.
Tuttavia, l’espansione aggressiva di Alessandro Rossi non era vista di buon occhio da tutti. A Milano operava una vecchia conoscenza di mio padre: Lorenzo Morandi. Morandi era un uomo d’affari spietato, le cui radici affondavano in un terreno ambiguo dove la finanza legale si mescolava pericolosamente con la criminalità organizzata. Aveva cercato di mettere le mani sulla NovaTech per anni, e l’ingresso del Gruppo Rossi lo aveva fatto infuriare.
Ma Morandi non era un uomo che attaccava frontalmente. Era un serpente. E i serpenti cercano sempre il punto cieco, l’anello debole, la porta di servizio.
E, incredibilmente, trovò la sua porta di servizio in uno squallido sobborgo di Chicago, sotto forma di una donna amareggiata, livida di rabbia e consumata dall’invidia: Sarah Williams.
La vita di Sarah, da quando le avevo sottratto tutto, era precipitata in una spirale di patetica disperazione. Il suo matrimonio con Richard, l’imprenditore edile molto più anziano di lei, si era rivelato un incubo a occhi aperti. Richard era un uomo brutale, con un debole per il gioco d’azzardo e le amanti giovani. La teneva segregata in una villetta pretenziosa ma pacchiana, tagliandole i fondi e umiliandola costantemente. Sarah affogava il suo odio in antidepressivi e vino economico, incolpando me per ogni singolo fallimento della sua esistenza.
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