La stanza era piena di calore, di amore vero, incondizionato e feroce.
Versai due bicchieri di un costoso Barolo e mi appoggiai alla grande vetrata. Guardando i riflessi della mia nuova vita sul vetro, sfiorai il punto in cui, mesi prima, c’era stato lo schiaffo. Non faceva più male. Quella cicatrice invisibile si era trasformata nella mia armatura.
Avevano cercato di farmi sentire piccola, insignificante e sola. Credevano di potermi dominare con l’arroganza e il denaro. Invece, avevano solo risvegliato il leone dormiente che giaceva nel mio sangue.
Mio padre si alzò, prese il bicchiere di vino che gli porgevo e si affiancò a me, guardando Emma che ora giocava tranquilla con i suoi blocchi di legno.
“Sei felice, principessa?” mi chiese, la voce ruvida ma carica di un affetto smisurato.
Sorrisi, bevendo un sorso di vino. Il sapore era ricco, complesso, perfetto.
“Non sono mai stata meglio, papà,” risposi. “Ho tutto ciò di cui ho bisogno proprio qui. E non permetterò mai più a nessuno di farmi dubitare del mio valore.”
Lui annuì, sollevando il bicchiere in un brindisi silenzioso. “Alla nostra famiglia, Elena. E a chi non ci conosceva abbastanza bene da sapere quando fermarsi.”
“Alla nostra famiglia,” ripetei, guardando verso l’infinito orizzonte scintillante di Chicago. Il passato era morto e sepolto, cenere spazzata via dal vento freddo dell’inverno. Ora c’era solo la luce dorata del nostro futuro, ed era un futuro su cui avevo l’assoluto, glorioso controllo.
Cinque anni.
Nel grande schema dell’universo, cinque anni sono un battito di ciglia. Ma per me, furono il tempo necessario per morire e rinascere, per bruciare fino alle fondamenta la timida, sottomessa Elena Williams e far risorgere dalle sue ceneri Elena Rossi, erede dell’impero finanziario più spietato e potente di Chicago.
La mia trasformazione non fu solo interiore, ma si manifestò in ogni mio respiro, in ogni mio passo. I maglioni pastello e i jeans informi che la famiglia di Daniel mi costringeva a indossare per non “stonare” con la loro estetica preppy, erano finiti in un inceneritore. Ora, il mio guardaroba era un’armatura di alta sartoria italiana: completi di Tom Ford, abiti su misura di Armani, tacchi vertiginosi che scandivano il mio arrivo nei corridoi di cristallo e acciaio della Rossi Holdings come un tamburo di guerra.
Avevo preso le redini della divisione filantropica, ma ben presto mio padre, accorgendosi della mia naturale e letale attitudine per gli affari, mi aveva affiancata a lui nel consiglio di amministrazione. Gli squali di Wall Street e i vecchi miliardari conservatori di Chicago avevano inizialmente sorriso vedendomi entrare nelle sale riunioni. Pensavano fossi solo la figlia viziata del boss. Ma i loro sorrisi si erano spenti molto in fretta quando, con una calma glaciale, avevo iniziato a smembrare le loro aziende, a rifiutare accordi svantaggiosi e a imporre le mie condizioni con una spietatezza che persino Alessandro Rossi ammirava in silenzio.
Emma, la mia luce, stava crescendo circondata da un lusso inimmaginabile, ma soprattutto, protetta da un amore feroce e incondizionato. A nove anni, parlava correntemente inglese, italiano e francese. Montava a cavallo, prendeva lezioni di pianoforte e aveva la sicurezza di una bambina che non ha mai dovuto elemosinare l’attenzione di nessuno.
E poi c’era Matteo.
Matteo Romano era il capo dell’ufficio legale del Gruppo Rossi. Trentotto anni, origini siciliane mescolate al freddo calcolo di una laurea in legge ad Harvard. Era un uomo alto, con spalle larghe abituate a portare il peso di segreti corporativi multimilionari, occhi scuri e penetranti, e un sorriso raro che riservava solo a pochissime persone. Tra queste, inspiegabilmente, c’eravamo io e mia figlia.
Lavoravamo a stretto contatto. Era stato lui a orchestrare la definitiva, millimetrica distruzione legale della famiglia Williams cinque anni prima. E nel corso di quegli anni, le nostre cene di lavoro si erano trasformate in qualcosa di diverso. C’era un’attrazione palpabile, bruciante, fatta di sguardi prolungati oltre i contratti e di mani che si sfioravano passandosi i dossier. Ma Matteo non aveva mai oltrepassato il limite. Rispettava il mio spazio, il mio percorso di guarigione. Fino a una sera di fine novembre.
Eravamo nel mio ufficio, all’ottantesimo piano. Fuori, una tempesta di neve stava imbiancando Chicago.
“Hai distrutto il CEO della Carson Enterprises oggi,” commentò Matteo, appoggiandosi allo stipite della porta del mio ufficio, un bicchiere di scotch nella mano destra. “Pensavo che quell’uomo si sarebbe messo a piangere quando gli hai spiegato che la sua azienda non valeva nemmeno il costo dell’inchiostro per firmare il contratto di acquisizione.”
Sorrisi, chiudendo il mio portatile. “Si meritava di peggio. Ha cercato di sminuirmi per venti minuti chiamandomi ‘ragazzina’ prima di iniziare la negoziazione. Gli ho solo mostrato le conseguenze della sua arroganza.”
Matteo si avvicinò alla mia scrivania. La luce soffusa della lampada da tavolo illuminava i tratti duri del suo viso. “Sei diventata l’incubo di questa città, Elena. E la cosa più affascinante che io abbia mai visto.”
Alzai lo sguardo verso di lui. Il mio cuore perse un battito, ma il mio viso rimase una maschera di perfetta compostezza. “È un complimento professionale, avvocato Romano?”
“No,” rispose lui, la voce bassa, quasi un sussurro. Posò il bicchiere. Fece il giro della scrivania e si fermò a un millimetro da me. “È una dichiarazione d’intenti. Ho aspettato cinque anni, Elena. Ti ho guardata ricostruire te stessa pezzo per pezzo. Ti ho vista diventare una regina di ghiaccio con il mondo e la madre più dolce con Emma. Ho aspettato che fossi pronta. Ma la mia pazienza non è infinita.”
Mi alzai lentamente, annullando la distanza tra noi. Potevo sentire il calore del suo corpo attraverso il tessuto del suo abito. “E cosa stai chiedendo, Matteo?”
“Non sto chiedendo,” sussurrò, sollevando una mano per sfiorarmi la guancia – non per colpire, non per svilire, ma con una tenerezza che mi fece tremare l’anima. “Ti sto dicendo che domani sera ti porto a cena fuori. Non per parlare di acquisizioni aziendali. E ti sto dicendo che intendo baciarti prima della fine della serata.”
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