Matteo era il sovrano indiscusso dei corridoi di navigazione meridionali—un don del sindacato la cui flotta di navi portacontainer trasportava miliardi di dollari in merci attraverso due oceani, e la cui vendetta era leggenda.
Entrò sul ponte di poppa senza guardare Julian, Camille o i milionari congelati.
Gli ospiti si spostarono di scatto, praticamente lanciandosi contro le pareti di teak per evitare la sua ombra.
La mano di Camille cadde molle lungo il fianco.
Julian Sterling divenne bianco come un lenzuolo, lasciando cadere il sigaro sul legno lucidato.
Matteo si fermò davanti a Maeve. Si tolse la giacca da smoking, la mise sulle spalle nude di lei e abbottonò con cura la parte anteriore, i suoi occhi scuri non lasciavano mai il suo volto livido e dignitoso.
“Stai bene, Maeve?” chiese piano, il pollice che le puliva una macchia di fard da gioielliere dalla mascella.
“Sto bene, Matteo,” mormorò Maeve, appoggiandosi leggermente al suo petto. “Solo un ospite incivile.”
Matteo si chinò e le diede un bacio silenzioso sulla fronte.
Poi si voltò verso l’intero ponte, la voce che si abbassava in un sussurro mortale che risuonava nell’aria salata.
“Mia moglie ha disegnato ogni singolo gioiello su questa nave,” disse Matteo, fissando Camille e Julian con intenzione letale. “E prima che questa nave attracchi stanotte, ogni persona che ha alzato la voce contro di lei implorerà il diritto di respirare.”
—
La donna che le stava di fronte, con il respiro corto per lo sforzo e un sorriso crudele dipinto sulle labbra laccate di rosso, era Victoria Van Der Berg. Ereditiera di terza generazione, Victoria non aveva mai tagliato una gemma in vita sua, eppure il suo nome era inciso sulla targa d’oro sotto la tiara imperiale che Maeve aveva passato mesi a perfezionare. Victoria odiava Maeve. La odiava perché, nonostante i vestiti modesti e l’invisibilità sociale, Maeve possedeva un talento che i miliardi dei Van Der Berg non potevano comprare. E, soprattutto, la odiava perché Maeve non si piegava.
“Oops,” sussurrò Victoria, la voce carica di un finto dispiacere che risuonò come veleno nell’aria salmastra. “Sembra che il tuo abitino da quattro soldi non sia adatto a questo tipo di serate, tesoro. Forse dovresti tornare nel seminterrato da cui sei uscita.”
Maeve non sbatté le palpebre. Sentiva il tessuto cedere ulteriormente, ma mantenne la presa, la schiena dritta come la lama di uno scalpello. Non avrebbe dato a Victoria la soddisfazione di vederla fuggire in lacrime.
Fu in quel momento, mentre il silenzio colpevole dei miliardari si faceva denso e opprimente, che il rumore metallico della passerella principale rimbombò sul ponte di poppa. Non fu un passo leggero e mondano, ma un incedere pesante, ritmico, predatorio.
L’orchestra d’archi, che aveva ripreso a suonare un timido valzer, si interruppe bruscamente. Il mormorio della folla si spense come una candela sotto un bicchiere.
Un uomo era appena salito a bordo del Sovereign.
Alto, vestito con un abito di sartoria scuro che sembrava assorbire la luce della sera, aveva lineamenti scolpiti nella pietra e occhi neri come ossidiana cruda. La sua sola presenza alterò la pressione atmosferica sul ponte. Era Alessandro Greco, il capo indiscusso del sindacato criminale che operava dalle ombre di Miami fino ai porti di Napoli. Nessuno sapeva perché fosse lì. Gli inviti per la serata erano esclusivi, rigorosamente controllati, ma nessuno dei due gorilla armati a guardia della passerella aveva osato fermarlo.
Alessandro si fermò a pochi passi dal bar di cristallo. Il suo sguardo spazzò la folla, freddo e calcolatore, prima di posarsi sulla scena al centro del ponte: Victoria Van Der Berg, con lo stilo ancora in mano, e Maeve, che si teneva insieme i brandelli del vestito.
Qualcosa, un’ombra letale e silenziosa, attraversò il viso di Alessandro.
Ignorando i magnati della finanza e i politici che cercavano freneticamente di non incrociare il suo sguardo, Alessandro si avvicinò al capitano della nave, un uomo dalla carnagione rubizza che ora era pallido come un lenzuolo.
Alessandro non urlò. Non ne aveva bisogno. Si chinò leggermente in avanti e, con una voce che era un rombo di tuono trattenuto, sussurrò: “Portami una sedia per mia moglie prima che io affondi questa nave.”
Il capitano sbiancò, deglutendo a fatica. “S-subito, signor Greco.”
Moglie. La parola scese sul ponte come una mannaia. Gli occhi di cinquanta miliardari scattarono prima verso Alessandro e poi, con orrore crescente, verso la donna con il vestito strappato. Maeve De Luca Greco. Nessuno aveva mai collegato quel cognome così comune a quello del boss della mafia. Nessuno sapeva che il fantasma dei laboratori di gioielleria era legato all’uomo più pericoloso della costa orientale.
Alessandro si mosse verso Maeve con una lentezza calcolata, felina. Ogni suo passo costringeva gli ospiti a indietreggiare, creando un vuoto attorno a loro. Victoria Van Der Berg, improvvisamente pallida e tremante, fece per arretrare, ma i suoi tacchi a spillo si incastrarono nelle fessure del ponte in teak.
Quando Alessandro raggiunse Maeve, l’aura di pura violenza che lo circondava sembrò dissiparsi, sostituita da una morbidezza inaspettata. Si sfilò la giacca del completo e la drappeggiò con infinita cura sulle spalle nude di Maeve. Il calore del suo corpo e il profumo di sandalo e fumo di sigaro la avvolsero, creando una barriera invalicabile tra lei e il resto del mondo.
Maeve lasciò finalmente andare i lembi del vestito rovinato, infilando le braccia nelle maniche troppo lunghe della giacca. Alzò lo sguardo verso Alessandro. Non c’era paura nei suoi occhi, solo la calma profonda di due persone che si capivano in silenzio.
“Sei in ritardo,” sussurrò lei, la voce appena un soffio.
“Ho dovuto risolvere un piccolo problema doganale al porto,” rispose lui, sfiorandole delicatamente la mascella con il pollice. “Ma vedo che qui i problemi sono molto più… interessanti.”
Alessandro si voltò lentamente. L’illusione di morbidezza svanì, sostituita da una ferocia glaciale. Fissò Victoria. L’ereditiera stava tremando così forte che lo stilo di diamante le sfuggì di mano, rotolando sul ponte con un tintinnio patetico.
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