Maeve era in piedi sulla prua, ancora avvolta nella giacca scura di Alessandro. Il tessuto emanava il suo profumo: un misto di tabacco costoso, spezie e quel sentore metallico e freddo che sembrava accompagnarlo ovunque. L’imbarcazione da novanta milioni di dollari tagliava le onde nere con una precisione spietata, simile al modo in cui un bisturi, o uno scalpello diamantato, incide la materia grezza.

Sentì i passi di Alessandro molto prima che lui la raggiungesse. Era un’abitudine che aveva sviluppato nei mesi in cui si erano frequentati in segreto: riconoscere il suo incedere tra mille. Le sue braccia forti la cinsero da dietro, le mani guantate di pelle che si posavano con delicatezza sulla sua pancia. La schiena di Maeve trovò rifugio contro il suo petto solido.

“Hai freddo?” mormorò lui contro i suoi capelli.

“Non più,” rispose Maeve, appoggiando la testa all’indietro, sul suo incavo del collo. “Stavo pensando al seminterrato. A quel banco da lavoro di metallo cigolante. A domani, quando il direttore scenderà le scale e troverà la mia postazione vuota e la tiara scomparsa.”

Alessandro emise una vibrazione profonda dal petto, una risata silenziosa. “Il direttore del laboratorio non lavora più lì. In realtà, da circa un’ora, nessuno lavora più per l’azienda Van Der Berg. I mercati asiatici hanno aperto da poco e le azioni della loro società madre stanno crollando a un ritmo che Wall Street non vedeva dal duemilaotto. Riccardo Van Der Berg passerà il resto della sua vita a cercare di evitare la prigione per frode fiscale e appropriazione indebita.”

Maeve si voltò lentamente tra le sue braccia, guardando il volto dell’uomo che aveva sposato. I lineamenti di Alessandro, illuminati solo dalla debole luce della luna e dagli strumenti di navigazione della cabina di pilotaggio alle loro spalle, sembravano scolpiti nel marmo antico. Era un predatore, il re di un mondo sotterraneo fatto di violenza e contrabbando, ma quando guardava lei, i suoi occhi neri si ammorbidivano, rivelando un’anima che aveva giurato di proteggere a ogni costo.

“L’hai distrutto,” sussurrò lei, non con rimprovero, ma con un senso di quieta meraviglia.

“Ho distrutto il suo impero, sì. La sua reputazione, il suo conto in banca,” confermò Alessandro, sfiorandole le labbra con le proprie. “Ma la distruzione è facile, anima mia. Qualsiasi idiota con un fiammifero può bruciare un palazzo. Quello che fai tu… prendere una pietra ruvida, sporca di terra, e trovare la luce al suo interno… quella è la vera magia. E nessuno mancherà mai più di rispetto alla tua magia.”

La baciò. Fu un bacio profondo, possessivo, che sapeva di champagne, di mare e di promesse eterne. Quando si separarono, Alessandro la prese per mano.

“Vieni. C’è qualcosa che voglio mostrarti.”

La guidò attraverso le porte a vetri scorrevoli, superando il salone dove solo un’ora prima la nobiltà corrotta di Miami aveva brindato all’ignoranza. Scesero un’ampia scala a chiocciola in mogano e ottone, scendendo nel cuore dello yacht. Il Sovereign era una fortezza galleggiante. Alessandro aveva già impartito ordini al suo equipaggio di fiducia — uomini silenziosi e letali che avevano sostituito il personale di Victoria Van Der Berg in un battito di ciglia.

Si fermarono davanti a una porta blindata in acciaio spazzolato, situata sul ponte inferiore, lontano dalle vibrazioni dei motori principali. Alessandro digitò un codice sul tastierino numerico e la porta si aprì con un sibilo.

Maeve trattenne il fiato.

Non era una semplice cabina. Alessandro aveva fatto sventrare l’ex sala cinema privata dello yacht per trasformarla in un santuario. Le pareti erano rivestite in legno scuro per assorbire i suoni. Al centro della stanza troneggiava un enorme banco da lavoro in acciaio chirurgico, dotato di morse pneumatiche, microscopi Leica di ultima generazione, lampade a spettro completo per la misurazione del colore e un set di scalpelli, lime e punte diamantate che avrebbero fatto invidia alla corona britannica.

Ma la cosa più sbalorditiva era la teca di vetro temperato incassata nel muro di fronte. Al suo interno non c’erano gioielli finiti, ma pietre grezze. Zaffiri del Kashmir che sembravano pezzi di cielo notturno solidificato, rubini birmani del colore del sangue di piccione, e diamanti grezzi grandi come noci. Un tesoro inestimabile, rubato, comprato o estorto dai quattro angoli del mondo, ora offerto a lei come un re offrirebbe un continente alla sua regina.

“Sapevo che avresti odiato stare ferma a prendere il sole sul ponte,” disse Alessandro, appoggiandosi allo stipite della porta, le braccia incrociate sul petto. “Hai bisogno di creare. Qui, a venti nodi all’ora, in mezzo all’oceano, nessuno potrà disturbarti. Questa è la tua nuova casa.”

Maeve camminò verso il banco, sfiorando il metallo freddo con i polpastrelli. Sentì le lacrime pungerle gli occhi. Per tutta la sua vita era stata trattata come uno strumento, una macchina sforna-soldi per uomini e donne che non comprendevano l’anima della terra. Alessandro era un criminale, un assassino per sua stessa ammissione, eppure era l’unico essere umano che l’avesse mai vista per quello che era realmente.

Si voltò verso di lui, accorciando la distanza e gettandogli le braccia al collo. “È perfetto,” sussurrò, affondando il viso nel suo petto. “Tu sei perfetto per me.”

Alessandro la strinse forte, sollevandola da terra. “Non sono perfetto, Maeve. Sono coperto di sangue e di ombre. Ma finché respirerò, nessuna di queste ombre oserà toccarti.”

Nei mesi che seguirono, il Sovereign divenne una leggenda fantasma nei porti del Mediterraneo e dell’Atlantico. Da Monte Carlo a Mykonos, da Portofino a Ibiza, il mastodontico yacht nero appariva e scompariva come un miraggio. Alessandro gestiva il suo impero dalla sala comunicazioni criptata del ponte superiore, muovendo merci, armi e capitali con l’efficienza di un dio spietato.

Maeve, nel frattempo, regnava nel suo laboratorio sotterraneo. Le giornate trascorrevano in una trance meditativa. Tagliava, lucidava, sfaccettava. Senza la pressione di manager incompetenti, la sua arte raggiunse vette inimmaginabili. Creò una collana di diamanti blu che Alessandro donò alla moglie di un influente senatore europeo per sbloccare una rotta commerciale a Marsiglia; scolpì un anello con smeraldo taglio smeraldo così perfetto che, quando un signore della guerra russo cercò di truffare Alessandro, la vista della pietra lo convinse a cedere pacificamente i suoi territori. Le creazioni di Maeve divennero la valuta più potente del sindacato Greco. Non erano solo gioielli; erano armi di seduzione di massa, strumenti di diplomazia occulta.