L’equipaggio del Sovereign imparò presto a venerarla. Gli uomini di Alessandro, assassini incalliti e mercenari con cicatrici su ogni centimetro del corpo, si rivolgevano a lei con un rispetto quasi religioso. La chiamavano La Signora della Luce. Quando Maeve saliva sul ponte per prendere un caffè al mattino, avvolta in lunghe vesti di seta, le guardie abbassavano lo sguardo. Sapevano che Alessandro avrebbe strappato il cuore a chiunque l’avesse guardata nel modo sbagliato, ma il loro rispetto per lei andava oltre la paura del capo. Maeve era gentile con loro. Imparava i loro nomi, chiedeva delle loro famiglie lasciate a Napoli o a Palermo.
Ma il potere porta sempre con sé dei parassiti, e il vuoto lasciato dal crollo della famiglia Van Der Berg aveva risvegliato vecchi nemici.
Era la fine di ottobre. Il Sovereign era ancorato al largo della costa di Amalfi. L’acqua era una lastra di onice scuro sotto un cielo privo di luna.
Maeve era nel suo laboratorio, la fronte imperlata di sudore, gli occhiali d’ingrandimento abbassati sugli occhi. Stava lavorando su un progetto segreto, qualcosa che Alessandro non aveva mai visto. Un diamante nero da centoventi carati, grezzo, scoperto in una miniera remota del Brasile. Una pietra impossibile da tagliare, piena di tensioni interne che avrebbero fatto esplodere la gemma in mille pezzi al minimo errore. Maeve lo stava lavorando da sei settimane. Voleva farne un gemello per Alessandro, un pezzo da incastonare nel suo orologio. Il buio della pietra gli somigliava: impenetrabile, freddo, ma capace di assorbire l’universo.
Al piano di sopra, Alessandro era in riunione nel salone principale con tre capi mandamento della Camorra. Stavano discutendo delle nuove rotte di distribuzione nel Nord Europa.
Alle 2:14 del mattino, i sensori di prossimità del Sovereign registrarono un’anomalia.
Maeve non sentì l’allarme silenzioso che scattò sui monitor della sicurezza. Sentì solo una leggera alterazione nella vibrazione del ponte, un cambiamento impercettibile nella gravità della nave. Il suo istinto affinato negli anni passati a misurare vibrazioni microscopiche la mise in allarme.
Spense il tornio diamantato e si sfilò gli occhiali. Il silenzio nel corridoio fuori dal suo laboratorio era troppo pesante.
Sotto la superficie dell’acqua, tre piccoli sommergibili d’assalto classe Krakken, dipinti con vernice stealth e dotati di motori elettrici silenziosi, si erano agganciati allo scafo del Sovereign. Erano stati noleggiati da ciò che restava dei soci di Riccardo Van Der Berg, disperati e assetati di vendetta. Quindici mercenari ex-Spetsnaz, armati di fucili d’assalto silenziati e visori notturni, stavano tagliando la grata di immissione dell’aria del ponte inferiore. Il loro obiettivo non era lo yacht. Non era nemmeno Alessandro. Il loro contratto specificava un solo bersaglio, l’anello debole che avrebbe distrutto il Re di Miami: sua moglie.
Nel salone superiore, Alessandro alzò improvvisamente la testa. Il bicchiere di bourbon a metà strada verso le labbra si fermò. Il suo capo della sicurezza, un gigante muto di nome Rocco, entrò nella stanza senza bussare.
“Intrusi. Livello quattro. Sala macchine,” disse Rocco, la voce che era poco più di un ringhio gutturale.
Il bicchiere di cristallo si frantumò nella mano di Alessandro. Il bourbon si mescolò al sangue dei tagli sul palmo, ma lui non sembrò nemmeno accorgersene. I tre capi camorristi si alzarono di scatto, mettendo mano alle armi nascoste sotto le giacche.
“Bloccate i ponti superiori,” ordinò Alessandro, la sua voce che vibrava di una furia omicida così pura da abbassare la temperatura nella stanza. “Nessuno esce. Rocco, con me. Scendiamo.”
“Capo, potrebbero essere…”
“Ho detto con me! Maeve è di sotto!” ruggì Alessandro, estraendo due Glock 19 nere dalla fondina ascellare sotto la giacca su misura.
Maeve era rimasta ferma accanto al banco di lavoro. Sentì i passi pesanti di stivali militari risuonare sul pavimento metallico del corridoio esterno. Erano in troppi per essere le guardie di Alessandro, e il loro passo era diverso: era un incedere furtivo, tattico.
Il panico minacciò di salirle in gola, ma lei lo ricacciò giù. Era una tagliatrice di gemme. Viveva di precisione, di pressione, di pazienza. Si guardò intorno. Il laboratorio non aveva finestre, l’unica via d’uscita era la porta blindata. Ma la porta poteva essere forzata con cariche termiche.
Afferrò il diamante nero e lo mise in tasca. Poi, con movimenti rapidi e chirurgici, staccò i tubi del gas propano dalla torcia ad altissima temperatura che usava per i trattamenti termici delle pietre. Inserì una valvola a farfalla e posizionò la bombola proprio dietro la porta. Prese poi il suo laser da taglio industriale — uno strumento che poteva emettere un raggio capace di fondere il titanio in pochi secondi — e modificò la lente focale, allargando il raggio e rimuovendo i limitatori di sicurezza. Non era un’arma da fuoco, ma nelle mani giuste, era infinitamente più pericoloso.
Si nascose dietro la pesante scrivania in rovere massiccio, accovacciandosi nell’ombra.
Un secondo dopo, un sibilo rovente riempì l’aria. Una carica termica stava fondendo il meccanismo di chiusura della porta blindata. Scintille arancioni illuminarono la fessura.
Maeve trattenne il respiro. Poteva sentire i battiti del proprio cuore rimbombare nelle orecchie, sincronizzati con il conto alla rovescia del metallo che cedeva.
Clang.
La porta blindata fu calciata all’interno. Tre uomini in equipaggiamento tattico nero e maschere antigas fecero irruzione nel laboratorio, i fucili spianati, i laser rossi che spazzavano la stanza alla ricerca di calore umano.
Il primo mercenario calpestò la bombola di propano.
Maeve, da dietro la scrivania, puntò il laser industriale e premette l’interruttore di accensione. Un raggio di luce bianca, accecante e bollente, colpì esattamente la valvola del propano.
L’esplosione fu contenuta ma devastante. La fiamma azzurra investì i tre uomini in pieno. Il calore estremo saturò l’aria e accese i loro giubbotti tattici sintetici. Le urla soffocate dalle maschere antigas riempirono la stanza mentre i tre mercenari crollavano a terra, disorientati e bruciati.
Maeve non aspettò. Sapendo che il fumo avrebbe bloccato la visuale, strisciò lungo il muro opposto, sfuggendo al bagliore dell’incendio.
Ma ce n’erano altri nel corridoio.
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