Nell’ufficio di presidenza al piano nobile, zio Cesare mi attendeva in piedi davanti alla libreria a vetri. Aveva posato la giacca dello smoking da lavoro sullo schienale e teneva tra le mani una cartella con i bilanci consolidati della chiusura del terzo trimestre.
«Hai saputo dell’appello?», mi chiese senza voltarsi, osservando attraverso i vetri piombati i passanti che attraversavano la piazza sotto la pioggerella fine.
«Rigettato su tutta la linea. Pene confermate in via definitiva.»
Cesare si voltò lentamente. Sul suo viso solcato da rughe profonde, che sembravano tracciate da una lama d’acciaio, c’era la solita espressione imperscrutabile. Prese un sigaro dal portasigari d’argento sul tavolo, lo tagliò con precisione chirurgica e lo accese con un fiammifero di legno.
«Non avevo dubbi. I giudici possono essere lenti, ma quando sentono l’odore del sangue puro contro la feccia dei parassiti, sanno dove far cadere la mannaia. Quello che mi interessa, Claire, è la chiusura delle posizioni creditizie della holding.»
Si sedette dietro la monumentale scrivania di noce, spingendo verso di me una carpetta rilegata in pelle rossa.
«I curatori fallimentari hanno terminato le aste giudiziarie per i capannoni della Thorne Logistics a Marcianise e a Casoria», spiegò Cesare, soffiando una voluta di fumo bluastro verso il soffitto affrescato. «Il ricavato copre a malapena il quaranta per cento delle insolvenze verso l’erario. Ma c’era un ramo d’azienda che Grant teneva celato sotto una società di noleggio veicoli industriali con sede a Sofia: un deposito merci di diecimila metri quadrati a ridosso dell’interporto di Pomezia, edificato su terreni demaniali con concessioni trentennali.»
Guardai la visura camerale allegata al fascicolo. «Cosa ne hai fatto?»
«L’ho fatto rilevare dalla nostra controllata per la logistica farmaceutica a un prezzo di liquidazione stracciato. Trecentomila euro. Vale almeno quattro milioni dopo la bonifica delle coperture in amianto. Lo convertiremo nel polo di stoccaggio centrale per la distribuzione dei macchinari pediatrici che la Fondazione dona agli ospedali del Mezzogiorno.»
Un sorriso freddo, quasi invisibile, mi piegò le labbra. «Un risarcimento involontario alla comunità.»
«Esattamente. I Thorne hanno passato una vita a spolpare fornitori e operai; ora i loro stessi mattoni serviranno a finanziare le culle termiche per i figli degli operai che hanno lasciato senza stipendio. La ritengo una conclusione poeticamente adeguata.»
Cesare aprì un cassetto inferiore della scrivania ed estrasse un astuccio di velluto nero consunto, privo di marchio. Lo posò sul piano di pelle verde, a pochi centimetri dalla mia mano.
«Questo è stato trovato ieri mattina dall’ufficiale giudiziario durante l’inventario finale nella cassetta di sicurezza di Guidonia. La banca l’ha sbloccata dopo il sequestro definitivo. Apparteneva a Diane.»
Aprii lo scatto metallico dell’astuccio.
All’interno giaceva una collana di brillanti montati su platino, antica, con un disegno floreale tipico dell’oreficeria napoletana di fine Ottocento. La riconobbi all’istante: era il collier che mia madre Maria Luisa indossava il giorno del suo fidanzamento ufficiale con mio padre, sparito misteriosamente dalla cassaforte della villa di Posillipo tre settimane dopo il mio matrimonio con Ryan.
All’epoca Ryan aveva giurato sui propri occhi che la servitù stagionale doveva aver sottratto il gioiello durante il cambio degli arredi estivi. Avevo fatto licenziare due cameriere innocenti, divorata dal dubbio e accecata dalla fiducia che riponevo in mio marito.
E invece il collier era lì. Nascosto per quattro anni nella cassetta di sicurezza della madre di Ryan, tirato fuori solo in occasione delle feste parrocchiali a cui Diane partecipava ostentando una ricchezza fasulla e rubata.
Strinsi il metallo freddo nel pugno fino a sentire le punte dei castoni incidermi la pelle del palmo. Il dolore fu minuscolo, ma servì a cancellare anche l’ultimo granello di indulgenza che ancora avrebbe potuto albergare nei meandri della memoria.
«Fallo periziare, ripulire e depositare nel caveau di Leo a Ginevra», dissi, richiudendo l’astuccio con un colpo secco. «Mio figlio saprà che ogni singola cosa che apparteneva alla sua famiglia d’origine è stata recuperata intatta, compresa la memoria di sua nonna.»
«Sarà fatto oggi stesso», annuì Cesare, spegnendo il sigaro nel posacenere di marmo verde delle Alpi. «Ora va’ a casa, Claire. Tuo figlio ti aspetta. E un Valeri non fa mai tardare chi porta il suo stesso sangue.»
Capitolo XV: L’Eco di Tivoli
Tre settimane dopo, un lunedì pomeriggio in cui la tramontana spazzava i vicoli dell’Appia Antica lasciando l’aria limpida e tagliente come cristallo, Elena De Santis mi raggiunse nella limonaia della villa.
La stanza, chiusa da ampie vetrate che catturavano il calore dell’inverno romano, era un’oasi di verde smeraldo: grandi piante di limoni lunari in vasi di terracotta dell’Impruneta, camelie in fiore e il gorgoglio sommesso di una fontana interna a parete.
Leo dormiva nel suo passeggino di velluto scuro, coperto da una coperta di cachemire azzurro polvere con le iniziali ricamate a mano in filo d’argento. Aveva le guance piene, arrossate dal sonno, e le ciglia lunghe che proiettavano ombre sottili sulla pelle dorata.
«Ho una comunicazione formale che richiede la tua presa d’atto, Claire», esordì Elena, sfilandosi i guanti di pelle e sedendosi su una poltroncina di vimini intrecciato accanto al tavolino di ferro battuto.
«Riguarda Diane?»
«Sì. Tramite il suo avvocato di patronato sindacale, ha presentato un ricorso straordinario al tribunale civile di Tivoli per la concessione di un assegno alimentare di mantenimento a carico dei parenti affini entro il secondo grado. Si appella agli articoli 433 e seguenti del codice civile, sostenendo di trovarsi in stato di totale indigenza documentata, con una pensione sociale minima insufficiente a coprire l’affitto della stanza parrocchiale e le spese per i farmaci salvavita.»
Guardai il piccolo Leo che si muoveva piano nel sonno, portandosi un pugnetto chiuso alla bocca.
«Chiama a giudizio me o la Fondazione?»
«Chiama te in qualità di ex nuora, ma l’istanza è stata estesa in via surrogatoria nei confronti del patrimonio di tuo figlio Leo, sostenendo che il nipote ha un obbligo morale e materiale di soccorso verso l’ascendente diretta paterna ridotta in miseria.»
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