«E Claire?» balbettò Ryan, la voce ridotta a un pigolio pietoso. «Dov’è Claire? Voglio parlare con mia moglie! Lei non farebbe mai questo… possiamo chiarire, è stato un malinteso…»
«La signora Claire Valeri è ricoverata sotto protezione medica e non ha alcun desiderio di vedere la sua persona, né ora né mai,» rispose l’avvocato De Santis senza un grammo di pietà. «E le consiglio caldamente, signor Thorne, di non tentare alcuna comunicazione telefonica o telematica. Ogni singolo tentativo costituirà violazione flagrante del decreto penale e comporterà l’applicazione immediata della custodia cautelare in carcere.»
Grant, sentendo la terra mancargli sotto i piedi, tentò un ultimo sussulto di rabbia senile. «Questa è una trappola! Voi siete dei criminali! Io non esco di qui! Questa roba dentro è nostra! L’abbiamo comprata noi!»
Matteo Valenti fece un cenno con la mano destra. I due agenti di sicurezza più massicci fecero un passo avanti, affiancando i carabinieri.
«Signor Grant Thorne,» disse Matteo con tono piatto, «ha dieci minuti per raccogliere i suoi effetti strettamente personali: un cappotto, un cambio d’abiti e i suoi documenti d’identità. Tutto il resto — i mobili, le opere d’arte, le posate, i vestiti di lusso acquistati con i conti di Claire, compreso il Sassicaia che sta ancora digerendo — rimane all’interno dell’immobile come garanzia patrimoniale per il futuro risarcimento del danno biologico e morale che vi sarà richiesto in sede civile. Se tra dieci minuti non avrete varcato la soglia dell’ascensore, i signori carabinieri procederanno all’arresto in flagranza per resistenza a pubblico ufficiale e occupazione abusiva.»
«Ma dove dobbiamo andare?» strillò Diane, scoppiando in lacrime isteriche mentre il trucco le colava sulle guance disegnando solchi neri sul fondotinta. «Non abbiamo un posto dove dormire! Non abbiamo soldi per un albergo la notte di Capodanno! Tutti i ristoranti sono pieni! È mezzanotte tra un’ora!»
L’avvocato De Santis richiuse la sua cartella con uno schiocco secco del fermaglio d’ottone.
«C’è una bellissima sala d’attesa riscaldata alla stazione Termini, signora Thorne. Oppure potete prendere un taxi per la vostra vecchia villetta di periferia a Guidonia, quella che Grant non ha ancora finito di pagare. Se avete abbastanza spiccioli in tasca per la corsa, naturalmente.»
Capitolo V: La Caduta dei Fantocci
I successivi dieci minuti furono una sequenza grottesca di umiliazione e rovina.
Sotto gli occhi inflessibili dei carabinieri e degli uomini della sicurezza, i quattro membri della famiglia Thorne dovettero trascinare i loro pochi averi fuori dalla casa che avevano creduto di dominare. Non fu permesso loro di portare via valigie di lusso o borse firmate: solo due sacchi di plastica nera della spazzatura, forniti dal personale di servizio del palazzo, in cui Diane e Brooke infilarono frettolosamente qualche maglione di poco valore e le loro scarpe da ginnastica.
Grant camminava con la testa bassa, le spalle curve, il viso segnato da una vergogna che nemmeno l’alcol riusciva più ad anestetizzare. Non c’era più traccia dell’uomo tronfio che poche ore prima spegneva una sigaretta sulla pancia di una donna incinta; c’era solo un vecchio fallito che si rendeva conto che il suo nome, la sua azienda e la sua presunta autorità non valevano nemmeno il costo del carburante necessario per scendere in pianura.
Ryan fu l’ultimo a varcare la soglia. Teneva in mano solo il suo cappotto invernale e la patente di guida.
Quando si trovò davanti a Matteo sul pianerottolo, si fermò per un secondo, cercando di incrociare lo sguardo del capo della sicurezza.
«Dille… dille solo che mi dispiace,» sussurrò con le lacrime agli occhi. «Dille che non volevo farle del male… che è stata colpa di mio padre… mi ha manipolato per tutta la vita…»
Matteo lo guardò dall’alto, gli occhi duri come la roccia del Carso da cui proveniva la sua famiglia.
«Un uomo che tiene ferme le braccia della propria moglie mentre qualcuno le brucia la carne che porta dentro suo figlio non è una vittima manipolata, signor Thorne. È solo un vigliacco che ha scambiato la propria anima per un piatto di carne che non sapeva nemmeno come pagarsi. Si muova. L’ascensore sta aspettando.»
Le porte di cristallo dell’ascensore si chiusero dietro di loro.
Quando la cabina raggiunse il piano terra, l’atrio monumentale era illuminato a giorno. Al di là delle grandi porte a vetri che davano su piazza di Spagna, centinaia di persone si stavano radunando per i festeggiamenti di Capodanno: turisti con cappellini scintillanti, famiglie che ridevano, giovani che stappavano spumante vicino alla fontana della Barcaccia.
I Thorne dovettero uscire dall’ingresso secondario di servizio, quello riservato allo scarico delle merci e alla raccolta dei rifiuti, su una stradina laterale battuta dal vento umido della sera.
Diane stringeva il suo sacco della spazzatura contro il petto, tremando nel suo cappotto leggero. Brooke piangeva a dirotto seduta sul marciapiede bagnato, con le scarpe da sera infangate dai detriti del vicolo. Grant fissava il vuoto, le mani infilate nelle tasche vuote, mentre Ryan cercava inutilmente di fermare i taxi che passavano veloci lungo la via principale, tutti già occupati da clienti che andavano a brindare nei ristoranti del centro.
A mezzanotte in punto, i primi fuochi d’artificio esplosero sopra la cupola di San Pietro e i tetti di Roma, illuminando il cielo di cascate d’oro, smeraldo e cremisi.
I boati di gioia della folla risuonarono attraverso i vicoli, mentre i quattro restavano immobili sul marciapiede freddo, circondati dai rifiuti e dal silenzio della loro completa distruzione.
Capitolo VI: Una Nuova Alba
Il primo raggio di sole dell’anno nuovo filtrò attraverso le ampie vetrate della suite privata al sesto piano della clinica Madonnina, inondando la stanza di una luce calda, ambrata e purissima.
Ero seduta sul letto, appoggiata a tre morbidi cuscini di piuma, con indosso una vestaglia di seta bianca pulita. La medicazione sulla pancia non bruciava più; il gel antibiotico e gli antidolorifici avevano calmato l’infiammazione, lasciando solo una sorda memoria cutanea che il tempo avrebbe guarito completamente.
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