Attraverso i vetri opachi della finestra si scorgevano chiaramente i lampeggianti blu di due pattuglie dei carabinieri, accompagnate da una berlina civile con a bordo gli ufficiali giudiziari della sezione fallimentare.

Diane cacciò un urlo strozzato e svenne sulla sedia, mentre Ryan, senza dire un’altra parola, allungò le braccia in avanti verso la porta, pronto per le manette che sapeva essere l’unica cosa rimasta ad attenderlo.

Capitolo IX: La Riorganizzazione dell’Impero
Verso la fine di gennaio, la convalescenza lasciò spazio alla piena operatività.

Lasciai la clinica Madonnina un martedì mattina, accolta da una giornata di sole limpido e freddo che faceva brillare le facciate barocche del centro storico. La ferita sull’addome era guarita, lasciando una cicatrice circolare di tessuto fibroso roseo: un marchio che la dottoressa Moretti definì stabile e privo di aderenze muscolari profonde, un promemoria indelebile della battaglia vinta prima ancora che il bambino venisse al mondo.

Non tornai all’attico di via dei Condotti. Non perché ne avessi timore, ma perché non volevo che l’aria respirata da quei parassiti contaminasse i primi mesi di vita di mio figlio.

Diedi mandato a Matteo Valenti di supervisionare lo svuotamento integrale dell’immobile: ogni singolo mobile, quadro, tappeto o suppellettile che era stato toccato o utilizzato dai Thorne venne rimosso e donato all’asta benefica della Croce Rossa per la costruzione di un reparto materno-infantile nella periferia est della città. I pavimenti vennero completamente rilamatori, le pareti ritinteggiate e gli impianti domotici riprogrammati da zero.

Io mi trasferii temporaneamente nella villa storica di famiglia sull’Appia Antica: una residenza del diciottesimo secolo immersa in un parco privato di pini secolari, cipressi e giardini all’italiana, circondata da mura di cinta in tufo alte quattro metri e protetta da un presidio fisso di sicurezza armata della holding.

Lì, nella grande biblioteca con le pareti foderate di libri antichi e le finestre affacciate sui ruderi della Roma imperiale, presi in mano le redini dirette della Fondazione Valeri.

L’avvocato Elena De Santis si presentò puntuale alle dieci del mattino con una cartella fitta di atti giudiziari e relazioni contabili.

«L’udienza preliminare per il rito immediato è stata fissata per il dodici marzo,» riferì la De Santis, accomodandosi sulla poltrona di pelle di fronte alla mia scrivania. «Il giudice per le indagini preliminari ha rigettato per la terza volta l’istanza di revoca della custodia cautelare presentata dai difensori di Grant e Ryan Thorne. Il pericolo di reiterazione del reato e l’inquinamento probatorio sono stati considerati insuperabili, soprattutto alla luce del tentativo di Grant di contattare i fornitori dell’attico per fabbricare false testimonianze a discapito della tua stabilità psicologica.»

«E la procedura fallimentare?» chiesi, sfogliando il rendiconto economico della liquidazione giudiziale.

«Completata,» rispose l’avvocato con una precisione chirurgica. «Il tribunale ha dichiarato il fallimento della Thorne Engineering con uno scoperto patrimoniale accertato di ventuno milioni di euro. Tutti i beni personali dei soci e dei garanti sono stati appresi alla massa fallimentare. La villetta di Guidonia è stata stimata per un valore di realizzo di appena centoventimila euro, che andranno interamente a coprire le prime spese di procedura e i crediti privilegiati dei dipendenti rimasti senza stipendio.»

«E Diane e Brooke?»

«Hanno dovuto richiedere l’assistenza legale gratuita patrocinata dallo Stato per indigenti accertati,» spiegò la De Santis con una calma impassibile. «Diane ha presentato domanda per l’assegno di inclusione sociale e vive attualmente in una stanza ammobiliata concessa dalla parrocchia di Santa Maria a Tivoli, dividendo le spese con la figlia. Brooke è stata licenziata dall’agenzia di pubbliche relazioni per cui lavorava: dopo la diffusione virale dei video della notte di Capodanno, nessun marchio di moda ha voluto mantenere contratti di sponsorizzazione legati al suo profilo.»

Ascoltai ogni parola senza provare alcun trionfo selvaggio, né una briciola di compassione. La giustizia, quando opera con il peso implacabile della legge e della forza patrimoniale, non ha bisogno di compiacimento; è una formula matematica che ristabilisce i valori corretti dopo un’illusione ottica durata troppo a lungo.

«Elena,» dissi, posando il fascicolo sulla scrivania. «C’è un’ultima pendenza legale che dobbiamo blindare prima del parto.»

«Ti ascolto, Claire.»

«Voglio la dichiarazione giudiziale di disconoscimento preventivo della patria potestà e l’inibizione totale all’attribuzione del cognome paterno al momento della registrazione anagrafica della nascita. Mio figlio si chiamerà Leo Vittorio Valeri. Non porterà una sola consonante che ricordi la stirpe di chi ha cercato di spegnere la sua vita con un mozzicone di sigaretta.»

L’avvocato De Santis aprì un modulo precompilato con l’intestazione del Tribunale per i Minorenni. «L’istanza è già pronta, Claire. Con la condanna penale che si profila per lesioni dolose aggravate e tentato infanticidio mediato, la decadenza della responsabilità genitoriale di Ryan Thorne sarà automatica e definitiva. Nessun giudice su questa terra gli permetterà mai di avvicinarsi a meno di un chilometro dal bambino per il resto dei suoi giorni.»

Presi la penna stilografica d’oro massiccio che era stata di mio padre e firmai in calce con un tratto fermo, netto e inequivocabile.

Capitolo X: L’Ombra alla Sbarra
Il dodici marzo, il tribunale penale di piazzale Clodio era presidiato da un cordone straordinario di sicurezza per evitare l’assalto dei cronisti di cronaca giudiziaria che da settimane seguivano il cosiddetto “Scandalo dell’Attico dei Thorne”.

Entrai nell’aula bunker della prima sezione penale accompagnata da Matteo Valenti e dall’avvocato De Santis. Indossavo un cappotto sartoriale di lana color cammello sopra un abito premaman di seta blu scuro che fasciava elegantemente il mio ventre, ormai giunto all’ottavo mese di gravidanza. La schiena era dritta, il passo sicuro, il viso disteso e privo di timori.

Dietro le sbarre della cella di sicurezza dell’aula, due figure attiravano l’attenzione silenziosa dei presenti.

Grant Thorne sembrava invecchiato di vent’anni. Dimagrito, con una tuta carceraria grigia logora, la barba incolta e le mani macchiate di tremori nervosi, teneva la testa incassata tra le spalle, incapace di sostenere lo sguardo di chiunque. Quando entrai, alzò gli occhi per una frazione di secondo: nei suoi tratti non c’era più traccia dell’uomo tronfio che ordinava lo champagne e picchiava le nocche sul tavolo; c’era solo il terrore animalesco di un vecchio che si rende conto che la sua vita finirà dietro le mura di un penitenziario di massima sicurezza.