«La villetta a schiera a Guidonia, due appartamenti fatiscenti a Tivoli ereditati dalla madre di Diane, le polizze vita e persino le quote del club del golf di cui Grant amava tanto vantarsi. Tutto bloccato. Entro venerdì l’ufficiale giudiziario busserà alla porta di quella topaia dove si sono rifugiati per inventariare persino i servizi di piatti.»
Cesare allungò una mano nodosa e mi strinse la spalla, una stretta d’acciaio che trasmetteva tutto il peso e la sicurezza di tre generazioni di potere. «Tu pensa a far nascere mio pronipote sano e forte, Claire. Al resto penserà la famiglia. La terra sotto i piedi di quegli impostori brucerà finché non rimarrà solo cenere.»
Capitolo VIII: La Gabbia di Guidonia
A venticinque chilometri dal centro monumentale di Roma, la villetta a schiera di via delle Ginestre a Guidonia appariva come la parodia grottesca dell’attico di via dei Condotti.
Costruita a metà degli anni Novanta con materiali scadenti e finiture di finto pregio, la casa era rimasta chiusa per mesi. L’aria all’interno era satura di muffa, polvere stantia e l’odore nauseabondo del fognolo che risaliva dai bagni ciechi del piano terra. Il riscaldamento a radiatori in alluminio sferragliava senza riuscire a scaldare le pareti umide, mentre la pioggia battente di gennaio filtrava attraverso una crepa nell’intonaco del soggiorno, gocciolando con ritmo monotono dentro una bacinella di plastica azzurra posata sul linoleum.
Grant Thorne sedeva su una vecchia poltrona di velluto a coste liso, avvolto in un impermeabile consunto, con un bicchiere d’acqua di rubinetto tra le mani tremanti. Non c’era traccia del bourbon invecchiato né del Sassicaia: i pochi contanti che erano riusciti a racimolare rovistando nelle tasche dei cappotti la notte di Capodanno erano serviti per comprare due pacchetti di sigarette economiche e pane raffermo all’alimentari all’angolo.
Sul tavolo di formica scrostata, illuminato da una lampadina nuda appesa a un filo pendente, Diane piangeva a singhiozzi ininterrotti, tenendosi la testa tra le mani. Il suo trucco, mai rimosso del tutto, le aveva lasciato aloni nerastri e grigiastri attorno agli occhi, facendola sembrare una donna di ottant’anni.
«È colpa tua, Grant!» urlava a voce roca, battendo i pugni sul tavolo. «È tutta colpa tua e della tua mania di grandezza! Ti avevo detto di non toccarla! Ti avevo detto di farle firmare le carte con le buone maniere! Ma tu dovevi fare il padrone, dovevi dimostrare di avere il pugno di ferro! E adesso guarda dove siamo! In questa stalla puzzolente senza un soldo per pagare la bolletta della luce!»
«Chiudi quella boccaccia, Diane!» ruggì Grant, ma la sua voce non aveva più l’eco tonante del giorno prima; era incrinata, spezzata dal panico senile e dalla mancanza di nicotina di qualità. «Come potevo immaginare che quella ragazzina avesse registrato tutto? Chi diavolo tiene le telecamere accese sopra il tavolo da pranzo?»
«Le tengono i ricchi veri, imbecille!» strillò Brooke dall’angolo della stanza, rannicchiata su una sedia pieghevole con il cappuccio della felpa tirato fin sopra gli occhi. Il suo telefono, scarico e inservibile, era posato accanto a lei come un manufatto inutile di un’era geologica scomparsa. «Loro proteggono i loro beni! Noi siamo stati solo dei parassiti stupidi che hanno tirato troppo la corda! Ieri sera le mie amiche hanno creato un gruppo WhatsApp per ridere di me! Il video di noi che usciamo dall’ingresso dei bidoni della spazzatura con i sacchi neri è finito su TikTok! Ha già tre milioni di visualizzazioni! La mia vita sociale è morta! Finita!»
Ryan sedeva a terra, la schiena appoggiata alla parete gelida, le ginocchia raccolte al petto. Fissava il pavimento con lo sguardo vacuo, le unghie che scavavano nel palmo delle mani fino a farsi sanguinare la carne.
«Ryan,» disse Grant, puntandogli contro un indice tremante. «Alzati da terra e fa’ l’uomo. Prendi la macchina e vai da lei. Vai alla clinica. Inginocchiati davanti all’ingresso se necessario. Piangi, dì che hai avuto un momento di follia temporanea, dì che eri ubriaco! Quella stupida ti ama, ti ha perdonato qualsiasi cosa per due anni! Se le giuri che cambierai, ritirerà la denuncia!»
Ryan sollevò lentamente la testa. I suoi occhi erano cerchiati di rosso, le labbra screpolate dal freddo. Quando parlò, la sua voce era priva di qualsiasi inflessione umana:
«Non ritirerà nulla, papà.»
«Cosa ne sai tu? Non hai nemmeno provato a parlarle!»
«Tu non capisci chi è Claire, papà. Tu non hai mai capito niente. Credevi che fosse debole solo perché non urlava come te. Credevi che la sua gentilezza fosse sottomissione. Ma Claire… Claire è come l’acciaio temprato sott’acqua. Quando ha visto quella sigaretta bruciarle la carne, non ha avuto paura di te. Nei suoi occhi c’era solo disgusto. Lo stesso disgusto che si prova quando si vede uno scarafaggio camminare sul piano della cucina prima di schiacciarlo con la scarpa.»
Ryan si alzò in piedi barcollando, fissando il padre con un odio represso che finalmente trovava una via d’uscita.
«Mi hai fatto distruggere il mio matrimonio per coprire i tuoi debiti di gioco e i tuoi fallimenti industriali. Mi hai convinto che trattarla come una pezza da piedi fosse l’unico modo per ‘mantenerla al suo posto’. E adesso non ho più una moglie, non vedrò mai mio figlio, non ho un lavoro, non ho una casa e tra poche ore arriveranno i carabinieri per portarmi a Regina Coeli. Sei un vecchio fallito, papà. Un vecchio fallito e crudele che ha rovinato tutti noi.»
Grant scattò in piedi, accecato dalla furia, e cercò di avventarsi sul figlio con il pugno alzato, ma le sue gambe deboli cedettero sull’umidità del pavimento. Inciampò contro la gamba del tavolo di formica, cadendo rovinosamente a terra con un gemito sordo di dolore.
La bacinella dell’acqua piovana si rovesciò, inondando il linoleum di melma grigiastra che andò a bagnare le scarpe logore di Grant.
In quel preciso istante, il rintocco pesante e inconfondibile di tre colpi sordi risuonò contro il portoncino d’alluminio della villetta.
Il silenzio piombò nella stanza, rotto solo dal gocciolio della pioggia dal soffitto.
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