«Papà…» mormorò Ryan con un filo di voce, sentendo il sangue gelarglisi nelle vene. «Non è un blackout.»

«E cosa sarebbe, sentiamo?» ruggì Grant, raggiungendolo nel corridoio buio con il suo passo pesante.

«Qualcuno ha staccato tutto dal server centrale del palazzo. Non possiamo riaccendere niente da qui.»

«Chiama l’amministratore del condominio! Chiama il portiere di notte!» urlò Grant, con la faccia paonazza per la collera. «Pago cinquemila euro al mese di spese condominiali per questo buco! Devono mandare subito un tecnico con un generatore d’emergenza!»

«Grant… non paghi tu le spese condominiali,» disse Ryan, e per la prima volta nella sua vita la sua voce tradiva un’ombra di lucidità disperata. «Le paga la San Giorgio. La società di Claire.»

Un silenzio carico di un terrore primitivo calò sui due uomini nel corridoio buio.

Capitolo IV: L’Ora del Giudizio
Alle 22:58 precise, il suono pesante e perentorio di tre colpi battuti contro il legno massiccio della porta d’ingresso fece sobbalzare tutti e quattro i presenti nel salone.

Diane si era avvolta in una coperta di lana merino trovata sul divano, tremando visibilmente per il freddo che ormai rendeva visibile il fumo del loro respiro nell’aria. Brooke si stringeva al braccio della madre, incapace di staccare gli occhi dallo schermo oscurato del telefono che mostrava solo l’icona di “Nessun Servizio”.

«È la manutenzione!» esclamò Grant con un sospiro di sollievo che cercava di mascherare l’ansia crescente. «Hanno capito che c’era un guasto. Ryan, apri quella porta e fagli vedere chi siamo. Se non riaccendono tutto entro dieci minuti, farò licenziare l’intero personale del palazzo domattina!»

Ryan si avvicinò alla porta blindata e girò la maniglia.

La porta si spalancò, ma all’esterno non c’erano operai in tuta da lavoro con cassette degli attrezzi.

Sul pianerottolo privato in marmo bianco stazionavano sei uomini in divisa scura da vigilanza privata armata della Sicurtas Elite, con le fondine rigide sui fianchi e gli auricolari di comunicazione attivi. Al centro del gruppo c’era Matteo Valenti, impeccabile nel suo cappotto nero su misura, con una cartella in pelle rigida sotto il braccio sinistro.

Accanto a lui, in piedi con un lungo soprabito grigio fumo e una sciarpa di seta che le copriva elegantemente il collo, c’era l’avvocato Elena De Santis: la civilista più temuta della corte d’appello di Roma, la donna che aveva gestito le successioni patrimoniali più complesse dell’aristocrazia finanziaria italiana.

E dietro di loro, con un taccuino d’ordinanza e le palette di servizio in bella vista, c’erano due sottufficiali dei carabinieri della stazione di piazza di Spagna.

Grant avanzò verso la soglia con il petto gonfio, puntando il dito contro Matteo con la consueta arroganza padronale. «Chi diavolo siete voi? Come vi permettete di salire al mio piano senza autorizzazione? Questa è una proprietà privata! Carabinieri, arrestate questi uomini per violazione di domicilio!»

Il maresciallo capo dei carabinieri, un uomo sulla cinquantina con lo sguardo disilluso di chi ha visto troppe commedie borghesi finire in tragedia, estrasse un fascicolo rilegato con il sigillo della Procura della Repubblica.

«Signor Grant Thorne?» chiese il maresciallo con voce burocratica, priva di calore.

«Sì, sono io! E pretendo che sgomberiate questo pianerottolo immediatamente!»

«Signor Thorne, sono qui per notificarle l’ordinanza di allontanamento d’urgenza dalla casa familiare e il divieto assoluto di avvicinamento alla persona della dottoressa Claire Valeri e ai luoghi da essa frequentati, emesso dal giudice per le indagini preliminari ai sensi dell’articolo 384-bis del codice di procedura penale per i reati di lesioni personali gravissime aggravate, violenza privata e minaccia aggravata commessi contro una donna in stato di gravidanza accertata.»

La parola Valeri rimase sospesa nell’aria fredda del pianerottolo come una campana a morto.

Non Thorne. Valeri. Il vero cognome di Claire, il cognome di una delle più antiche dinastie di costruttori e banchieri della capitale, un nome che Grant e la sua famiglia avevano sempre fatto finta di ignorare, convinti che con il matrimonio Claire fosse diventata una loro appendice giuridica e materiale.

Diane avanzò traballando sui suoi tacchi a spillo, avvolta nella coperta come una profuga aristocratica. «Ma cosa state dicendo? Nostro figlio Ryan è il proprietario di questo attico! È lui il marito! Voi non potete cacciarci da casa nostra la notte di Capodanno!»

L’avvocato De Santis fece un passo avanti, aprendo la cartella in pelle con un movimento fluido e inesorabile.

«Signora Diane Thorne,» esordì l’avvocato con un sorriso che aveva tutta la morbidezza di un filo spinato, «le mostro l’estratto catastale storico aggiornato alle ore ventuno di questa sera. L’immobile censito al foglio 492, particella 118, subalterno 44, comunemente denominato ‘Attico San Giorgio’, è di proprietà esclusiva al cento per cento della Immobiliare San Giorgio S.r.l., interamente posseduta dalla Fondazione Valeri Patrimoni. Suo figlio Ryan non detiene, non ha mai detenuto e non deterrà mai alcun diritto reale, di godimento o di usufrutto su questo cespite. Il contratto di comodato precario d’uso gratuito che gli consentiva la coabitazione temporanea è stato formalmente risolto per grave inadempimento contrattuale e indegnità morale un’ora fa.»

L’avvocato estrasse un secondo documento con il timbro della tesoreria bancaria.

«Inoltre, vi notifico il blocco immediato di tutte le carte di credito supplementari e dei conti correnti di corrispondenza accesi presso la Banca Privata di Roma a nome di Ryan Thorne, Diane Thorne e Brooke Thorne. I fondi di provvista appartenevano esclusivamente a conti vincolati della famiglia Valeri. Il vostro saldo disponibile su tali strumenti di pagamento è pari a zero euro e zero centesimi con effetto immediato.»

Brooke cacciò un urlo strozzato, portandosi le mani alla testa. «La mia carta platino! Il mio viaggio a Cortina! Ryan, fai qualcosa! Dì loro che non è vero!»

Ryan era rimasto immobile, appoggiato allo stipite della porta, il viso sbiancato fino a sembrare una maschera di cera. Fissò Matteo Valenti, poi guardò il maresciallo dei carabinieri. Sapeva. Sapeva che non c’era alcuna scappatoia legale, alcun cavillo a cui aggrapparsi. Aveva vissuto per due anni nel castello dorato di un’altra persona credendo che le mura appartenessero a lui solo perché gli era stato permesso di dormire nella stanza padronale.