“Lasciami immediatamente, Alessandro!” sibilò Victoria, i suoi occhi azzurri, solitamente freddi e calcolatori, ora accesi da una furia selvaggia. Il suo perfetto abito da cavallerizza era immacolato, in netto contrasto con il volto stravolto dalla rabbia. “Questa serva insolente ha osato rovesciare il tè sui documenti di mio padre! Deve imparare qual è il suo posto!”
Alessandro non allentò la presa. “Non in casa mia, Victoria. E non mentre ci sono io. Non alzerai mai più le mani su nessuno.” La spinse via con forza sufficiente a farle perdere l’equilibrio per un istante, costringendola ad appoggiarsi al massiccio tavolo di mogano.
La cameriera era rannicchiata sul pavimento, il respiro rotto da singhiozzi silenziosi. Indossava l’uniforme grigia della servitù dei Bellamy, la famiglia di Victoria, che si era temporaneamente trasferita nella tenuta di Alessandro per i preparativi del matrimonio. Il colletto del suo abito si era strappato durante la colluttazione precedente, rivelando la pelle pallida della gola e… qualcosa che fece gelare il sangue nelle vene di Alessandro.
Lì, appoggiato sulla clavicola della ragazza, c’era un ciondolo.
Non un gingillo qualsiasi. Era un medaglione d’argento massiccio, forgiato a forma di fenice con un piccolo zaffiro incastonato al centro. Il respiro di Alessandro si fermò. La stanza sembrò girare vorticosamente.
Sua madre.
Era il medaglione di sua madre, scomparsa misteriosamente quindici anni prima in una notte di tempesta, senza lasciare alcuna traccia se non il vuoto incolmabile nel cuore di suo figlio.
“Vattene, Victoria,” mormorò Alessandro, la voce improvvisamente vuota, priva di emozione.
“Come prego?” Victoria si raddrizzò, indignata. “Tu difendi questa nullità contro la tua futura moglie?”
“Ho detto, fuori da questa stanza.” Alessandro alzò lo sguardo, e la ferocia glaciale nei suoi occhi scuri zittì all’istante la donna. “E non farti rivedere fino a cena.”
Victoria aprì la bocca per ribattere, ma ci ripensò. Con uno sbuffo sdegnato, raccolse le gonne del suo abito da equitazione e uscì a grandi passi dalla biblioteca, sbattendo la pesante porta di rovere dietro di sé.
Il silenzio calò nella vasta biblioteca, rotto solo dal ticchettio dell’orologio a pendolo e dal respiro affannoso della ragazza sul pavimento. Alessandro si inginocchiò lentamente accanto a lei, il cuore che gli martellava nel petto come un tamburo di guerra.
“Come ti chiami?” chiese con voce roca, cercando di non spaventarla ulteriormente.
“E-Elara, signore,” sussurrò lei, non osando alzare lo sguardo.
Senza chiedere permesso, Alessandro allungò una mano tremante e sfiorò il medaglione d’argento. Il metallo era freddo, ma al suo tocco sembrò bruciare. Fece scattare la minuscola chiusura sul lato. Il medaglione si aprì. All’interno, dove un tempo c’era un minuscolo ritratto di lui da bambino, ora c’era un pezzetto di pergamena ingiallita, piegato con cura.
Con dita incerte, Alessandro estrasse il biglietto e lo spiegò. La grafia era elegante, frettolosa, disperata. Ed era inequivocabilmente quella di sua madre.
Alessandro, amore mio. Se stai leggendo questo, significa che non ce l’ho fatta a tornare da te. Non fidarti mai dei Bellamy. Loro sanno. Loro sono la causa di tutto. Scappa.
Le parole sembrarono marchiarsi a fuoco nella sua mente. Non fidarti mai dei Bellamy. La famiglia della donna che stava per sposare. La famiglia che lo aveva accolto e “consolato” dopo la perdita dei suoi genitori. La famiglia di Lord Archibald Bellamy, il mentore e socio in affari del suo defunto padre.
“Dove… dove l’hai preso?” chiese Alessandro, la voce che era poco più di un sibilo. I suoi occhi cercarono quelli di Elara, trovandovi un abisso di terrore, ma anche una strana, risoluta determinazione.
Elara si sistemò il colletto strappato, sedendosi sui talloni. Il suo atteggiamento di sottomissione svanì, sostituito da una dignità che non apparteneva a una semplice cameriera.
“Mia madre era la cameriera personale di Lady Isabella, la vostra madre,” iniziò Elara, la voce ora ferma. “Si chiamava Marta. Scomparve la stessa notte in cui svanì vostra madre. Tutti pensarono che fossero fuggite insieme, o che fossero state vittime di briganti.”
Alessandro annuì lentamente. Quella era la storia ufficiale che la polizia, guarda caso guidata ai tempi da un ispettore molto vicino a Lord Bellamy, aveva archiviato.
“Mio padre passò la vita a cercarla,” continuò Elara. “Prima di morire, l’anno scorso, mi rivelò un segreto. Mi disse che Marta gli aveva inviato un messaggio segreto giorni prima di sparire. Sospettava che Lord Bellamy stesse complottando per appropriarsi delle ricchezze della vostra famiglia. Ho speso tutti i miei risparmi, ho falsificato le mie referenze e sono entrata a servizio nella casa dei Bellamy sei mesi fa. Cercavo prove.”
“E hai trovato questo,” disse Alessandro, stringendo il medaglione fino a farsi sbiancare le nocche.
“L’ho trovato ieri notte,” confessò la ragazza. “Nello studio privato di Lord Bellamy, a Villa Ossidiana. C’è uno scomparto segreto dietro la libreria. C’erano altri documenti, lettere… ma ho avuto il tempo di prendere solo questo medaglione prima che arrivassero le guardie. Credo che Victoria sospettasse qualcosa, per questo oggi ha cercato un pretesto per punirmi, sperando di perquisirmi o spaventarmi a suon di frustate.”
Alessandro si alzò, camminando nervosamente per la biblioteca. Tutto il suo mondo, l’intera struttura della sua vita, si stava sgretolando come un castello di sabbia sotto la marea. Le attenzioni di Victoria, le pressioni per affrettare il matrimonio, l’insistenza di Lord Bellamy nel voler unire le loro aziende “per il bene della dinastia”. Non era affetto. Non era unione. Era un calcolo freddo e spietato, il culmine di un piano iniziato con l’omicidio, o la prigionia, di sua madre.
“Se sanno che hai il medaglione, la tua vita è in pericolo,” disse Alessandro, fermandosi e guardandola. “E anche la mia. Dobbiamo agire. Che tipo di documenti hai visto in quello scomparto segreto?”
“Atti di proprietà. Lettere con sigilli governativi. E… c’era una mappa, signore. Una vecchia planimetria della tenuta di caccia dei Bellamy, a Blackwood.”
Blackwood. Il respiro di Alessandro si mozzò. Era una vecchia fortezza isolata tra le montagne, disabitata da decenni, o almeno così si diceva.
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