“E ora capisco perché è stato condannato così in fretta,” rifletté Alessandro, gli occhi socchiusi per la tensione. “Il giudice Hawthorne era colui che ha presieduto il suo processo. Probabilmente Hawthorne e gli altri potenti speravano che, mandandolo all’ergastolo e confiscando le sue ricchezze visibili, il suo archivio di ricatti sarebbe andato perduto per sempre. Nessuno di loro voleva un’indagine approfondita che avrebbe potuto portare a questo caveau.”

In quel momento, O’Connor, che era rimasto sulla soglia a fare da guardia, si schiarì la voce. “Signore… mi scusi se interrompo. Ma se quelle carte sono così pericolose… non credete che qualcuno stia ancora cercando questo posto?”

Le parole del capomastro caddero come pietre nel silenzio della stanza.

L’intuizione di O’Connor si rivelò profetica meno di una settimana dopo.

Alessandro ed Elara avevano trasportato in segreto l’intero archivio nero di Bellamy a Villa Vance, nascondendolo in una stanza corazzata di cui solo loro due avevano la chiave. Avevano deciso di esaminare i documenti con calma per decidere se consegnarli all’Ispettore Sterling o se distruggerli per evitare un collasso istituzionale.

Ma l’alta società è una rete sensibile: ogni filo tirato fa vibrare l’intera tela. La notizia del ritrovamento di un “caveau segreto” a Blackwood era trapelata, sussurrata dai manovali nelle taverne e giunta rapidamente alle orecchie sbagliate.

La prima avvisaglia che il vento era cambiato si manifestò sotto forma di un invito a cena. Un messaggero a cavallo recapitò una lettera con il sigillo di Lord Marcus Ashford, Duca di Somerset. Ashford era un uomo potente, influente alla Camera dei Lord e, secondo il registro nero di Bellamy, un uomo con una predilezione per giovani donne dell’est Europa che venivano portate segretamente nelle sue tenute.

La lettera non era un invito; era una convocazione velata di cortesia. Ashford proponeva una “serata tra gentiluomini per discutere di investimenti fondiari”, specificando che avrebbe fatto visita a Villa Vance la sera successiva, senza accettare rifiuti.

“Non mi piace,” disse Lady Isabella, servendosi una tazza di tè nel salotto. Nonostante la sua ritrovata serenità, i suoi istinti di sopravvivenza erano rimasti affilati. “Ashford non si è mai interessato alla nostra famiglia prima d’ora. È un serpente a sonagli: ti avverte prima di mordere, ma il veleno è letale.”

“Viene per l’archivio,” confermò Elara, guardando Alessandro. “Sa che abbiamo trovato qualcosa. Vuole capire se abbiamo i registri e, in tal caso, prenderli.”

“Lo riceverò io,” decise Alessandro, il volto indurito da una risoluzione di ferro. “Se vuole fare delle minacce nel mio salotto, lo lascerò parlare. Ma non gli darò un solo foglio.”

“Alessandro, stai attento,” lo ammonì Elara. “Gli uomini ricattati da Bellamy sono uomini disperati. Se sanno che possiedi la chiave della loro rovina, non manderanno un avvocato a farti causa. Manderanno degli assassini.”

La notte seguente, la carrozza nera di Lord Ashford superò i cancelli di Villa Vance. Pioveva a dirotto, un temporale fuori stagione che faceva sbattere i rami delle querce secolari contro le finestre.

Ashford entrò nel salotto come se ne fosse il padrone. Era un uomo alto, dai capelli ingrigiti sulle tempie e l’andatura rigida di un ex militare. Rifiutò il brandy che Alessandro gli offrì e andò dritto al punto, con l’arroganza di chi è abituato a dare ordini, non a fare richieste.

“Risparmiamoci le convenevoli, Lord Vance,” esordì Ashford, appoggiandosi al bastone con il pomo d’oro. “Ho saputo degli scavi a Blackwood. E ho saputo che avete trovato l’archivio di quel bastardo di Bellamy. Non provate a negarlo; i vostri operai hanno la lingua lunga quando sono ubriachi.”

Alessandro rimase in piedi vicino al camino, il volto imperscrutabile. “Ho trovato molte cose a Blackwood, Lord Ashford. Per lo più macerie e brutti ricordi. A cosa vi riferite di preciso?”

Gli occhi di Ashford si restrinsero. “Non giocate con me, ragazzo. Archibald Bellamy teneva dei diari. Diari privati, in cui annotava le… indiscrezioni… di molti galantuomini di questo paese. Inclusi documenti firmati, cambiali e lettere private. Quelle carte appartengono alla Corona, non a voi.”

“Se appartengono alla Corona,” ribatté Alessandro con voce calma e tagliente, “allora presumo dovrei consegnarle all’Ispettore Capo Sterling, in modo che possa esaminarle e procedere legalmente contro qualsiasi criminale smascherato.”

Il volto di Ashford divenne paonazzo. “Sarebbe un gesto da sconsiderato! Distruggereste decine di famiglie! Il mercato crollerebbe, l’opinione pubblica si rivolterebbe contro la nobiltà. Non siete un rivoluzionario, Vance. Siete uno di noi. Consegnate a me quei documenti. I miei… associati… vi ricompenseranno profumatamente per il vostro silenzio. Diciamo, centomila sterline?”

Era una somma astronomica, sufficiente a comprare una flotta di navi. Ma Alessandro non batté ciglio.

“E se rifiutassi?”

L’aria nella stanza si fece gelida. Ashford batté la punta del bastone sul pavimento, un suono secco e minaccioso.

“Se rifiutaste,” sibilò il Duca, “la vostra bellissima moglie, il vostro delizioso figlioletto Julian e vostra madre avrebbero vita molto breve. Siete sopravvissuto a Bellamy perché era un narcisista isolato. Ma le persone presenti in quei registri sono un esercito, Vance. Controlliamo la polizia, i tribunali, i giornali e la feccia dei bassifondi di Londra. Vi annienteremo, e non lasceremo nemmeno un osso da seppellire.”

Alessandro fece un passo avanti, torreggiando sul Duca più anziano. L’aura di oscurità che aveva assorbito durante la lotta contro Bellamy emerse in tutta la sua potenza.

“Lord Ashford,” disse Alessandro, la voce bassa e vibrante di una rabbia mortale, “voi minacciate la mia famiglia sotto il mio tetto. Un tempo, vi avrei sfidato a duello per un simile affronto. Oggi, mi limito a darvi un avvertimento. Se una sola guardia della mia tenuta viene sfiorata, se un solo mattone di questa casa viene danneggiato, prenderò il vostro fascicolo da quel dannato archivio e lo affiggerò sulla porta di ogni cattedrale d’Inghilterra. Vi farò impiccare dalla folla prima che possiate persino salire su una carrozza per fuggire in Francia.”

I due uomini si fissarono, una guerra silenziosa di volontà. Ashford, rendendosi conto di trovarsi di fronte a un uomo che non aveva nulla da perdere, indietreggiò.