Nell’angolo della cella, seduta su un pagliericcio, c’era una figura raggomitolata. I capelli, un tempo corvini come i suoi, erano ora striati di un bianco spettrale, opachi e arruffati. La donna alzò lentamente la testa, schermandosi gli occhi dalla luce della lanterna.
Il cuore di Alessandro si fermò. Nonostante i segni devastanti di quindici anni di reclusione e malnutrizione, riconobbe quegli occhi. Gli stessi occhi scuri che lo guardavano dallo specchio ogni mattina.
“Mamma,” sussurrò, crollando in ginocchio sul pavimento sudicio.
Isabella Vance sbatté le palpebre, esitando. Poi, la confusione si sciolse in un riconoscimento puro e doloroso. Si trascinò in avanti, le mani tremanti che si allungavano verso il volto di quell’uomo fatto e finito.
“Alessandro… il mio bambino,” mormorò con voce rotta, secca per il disuso. Le sue dita sfiorarono le guance del figlio, come se temesse che fosse solo un miraggio.
Alessandro l’abbracciò, le lacrime che scorrevano calde e incontrollate lungo il suo viso. Quindici anni di lutto, di vuoto, di menzogne. Tutto si frantumò in quell’abbraccio.
“Ti porto a casa, mamma. È finita,” pianse Alessandro.
“Sapevo… sapevo che il medaglione avrebbe trovato la strada,” sussurrò lei, appoggiando la testa al suo petto. “Hai letto il messaggio?”
“L’ho letto. So tutto. I Bellamy pagheranno.”
Alessandro si alzò, sollevando la madre tra le braccia come se fosse leggera come una bambina. Elara stava sorreggendo sua madre Marta, che zoppicava debolmente.
“Dobbiamo muoverci,” disse Alessandro. “Presto si accorgeranno dell’assenza delle guardie.”
Risalirono lentamente le scale, il peso delle due donne debilitate che rallentava la loro fuga. Raggiunsero il cortile esterno. L’aria fredda del mattino colpì le due prigioniere come uno schiaffo rinvigorente, respirando aria fresca per la prima volta dopo un’eternità.
Ma la loro speranza fu prematura.
Mentre si avvicinavano ai cavalli, il rumore sordo di zoccoli al galoppo riempì la vallata. Dalla nebbia del mattino emersero una decina di cavalieri, guidati da Lord Bellamy in persona, e al suo fianco, Victoria, che stringeva un fucile da caccia. Avevano anticipato la loro mossa.
“Fermatevi dove siete!” tuonò la voce di Lord Bellamy, echeggiando contro le rocce. Gli uomini circondarono Alessandro e il piccolo gruppo, bloccando ogni via di fuga.
Alessandro posò delicatamente sua madre a terra, accanto ad Elara e Marta. Si raddrizzò, sfilando il revolver, sapendo di avere solo sei colpi contro dieci uomini armati. Era pronto a morire, pur di portarne qualcuno con sé all’inferno.
“Che quadro commovente,” ghignò Victoria, smontando da cavallo. Puntò il fucile dritto al petto di Alessandro. “La riunione di famiglia. Peccato che sarà così breve. Papà, posso ucciderlo io?”
Lord Bellamy smontò a sua volta, avvicinandosi. Non sorrideva più. Il suo volto era contorto da un odio viscerale. “Hai osato troppo, ragazzo. Nessuno umilia la famiglia Bellamy. Le vostre ossa marciranno a Blackwood, e il mondo piangerà la tragica scomparsa del povero Lord Vance, consumato dal dolore prima delle sue nozze.”
“Archibald,” gracchiò una voce alle spalle di Alessandro.
Isabella si era alzata a fatica, sorretta da Elara. La sua postura era curva, i suoi vestiti erano stracci, ma la dignità e la fiamma inestinguibile del suo spirito l’avvolgevano come un’armatura.
Lord Bellamy si bloccò, fissando la donna che aveva sepolto viva. “Isabella. Sei ancora ostinata, vedo.”
“Non sei un nobile, Archibald,” disse lei, sputando sul terreno ai suoi piedi. “Sei un codardo. Hai ucciso mio marito avvelenandolo. Mi hai rinchiusa perché sapevi che ti avrei distrutto. Ma hai commesso l’errore di far crescere mio figlio. Hai allevato il lupo che ti sbranerà la gola.”
“Basta chiacchiere!” strillò Victoria, incapace di sopportare l’insolenza di quella donna in stracci. Mise il dito sul grilletto.
“Fermo!” urlò Alessandro, alzando il revolver verso Lord Bellamy.
“Uccidilo,” sussurrò freddamente il vecchio Lord ai suoi uomini.
Ma prima che un solo colpo potesse essere esploso, un suono penetrante lacerò l’aria. Era il fischio di un corno, seguito da urla concitate. Dalla cresta della collina, decine di uomini a cavallo, armati di fucili e torce, stavano scendendo al galoppo, sollevando nuvole di fango.
In testa al gruppo cavalcava l’ispettore capo della polizia metropolitana, Thomas Sterling, affiancato da diversi magistrati.
Lord Bellamy sbiancò, indietreggiando. “Che diavolo significa questo?”
Alessandro abbassò appena l’arma, ma non distolse lo sguardo dal vecchio. “Pensi che fossi così sprovveduto da venire qui da solo, Archibald? Prima di intrufolarmi a Villa Ossidiana ieri sera, Elara ed io abbiamo fatto una piccola deviazione.”
Elara sorrise, sebbene sfinita. “Ho lasciato delle copie dei documenti di tuo padre sulla scrivania dell’Ispettore Sterling, un uomo che la famiglia Bellamy non era riuscita a comprare. Abbiamo chiesto noi all’ispettore di aspettare l’alba per intervenire. Sapevamo che sareste venuti a cercare di cancellare le prove.”
I cavalieri della polizia circondarono rapidamente gli scagnozzi dei Bellamy. I poliziotti spianarono i fucili lunghi. Gli uomini di Bellamy, vedendosi in netta inferiorità numerica contro le autorità ufficiali, abbassarono lentamente le armi e si arresero.
“Gettate le armi, Lord Bellamy!” ordinò l’Ispettore Sterling, smontando da cavallo con una pistola in mano. “Siete in arresto per rapimento, tentato omicidio, frode e corruzione.”
Victoria, gli occhi sgranati dal terrore e dall’incredulità di vedere il suo impero sgretolarsi in un istante, perse la ragione. Con un urlo belluino, sollevò il fucile, puntandolo non verso Alessandro, ma verso sua madre Isabella.
“Se noi crolliamo, tu muori!” urlò Victoria.
Alessandro fu più veloce. L’istinto, l’odio e l’amore filiale si fusero in un unico movimento fluido. Il colpo del suo revolver partì una frazione di secondo prima che Victoria premesse il grilletto.
Il proiettile di Alessandro colpì in pieno il fucile di Victoria, facendoglielo schizzare via dalle mani con una pioggia di scintille e tranciandole via due dita. Victoria cadde in ginocchio, urlando di dolore e stringendosi la mano insanguinata, mentre la sua arma finiva innocua nel fango.
Lord Bellamy, vedendo sua figlia a terra e il suo impero distrutto, cadde in ginocchio, il volto cinico finalmente spezzato dalla disperazione del fallimento assoluto.
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