“Elara,” disse Alessandro, prendendo una decisione che avrebbe cambiato il corso della sua esistenza. “Devi andartene da qui. Ti darò abbastanza denaro per rifarti una vita lontana da questo paese.”
“No!” scattò lei, alzandosi in piedi. I suoi occhi nocciola bruciavano di determinazione. “Hanno preso mia madre. Vi hanno portato via la vostra. Non scapperò finché non li vedrò bruciare per quello che hanno fatto. Io so come muovermi a Villa Ossidiana. Conosco i turni delle guardie. Se volete la verità, avete bisogno di me.”
Alessandro la osservò a lungo. Vide la stessa fiamma di vendetta che ora ardeva nel suo petto. “Bene,” acconsentì. “Stasera. Durante la cena, dirò a Victoria di non sentirmi bene e mi ritirerò presto. Tu uscirai dai quartieri della servitù. Andremo a Villa Ossidiana.”
La notte scese senza stelle, densa e opprimente, foriera di una tempesta. La pioggia iniziò a battere contro i vetri della carrozza mentre Alessandro ed Elara si avvicinavano furtivamente ai confini della tenuta dei Bellamy, Villa Ossidiana. L’enorme maniero in stile gotico si ergeva come un mostro addormentato sulla collina, le sue finestre come occhi spenti nel buio.
Avevano lasciato i cavalli a un miglio di distanza, proseguendo a piedi attraverso il bosco fradicio. Alessandro era vestito di scuro, un revolver nascosto nella fondina sotto il lungo cappotto impermeabile. Elara, agile e silenziosa come un’ombra, lo guidava attraverso un varco dimenticato nella recinzione di ferro battuto.
“Le guardie fanno la ronda al perimetro ogni venti minuti,” sussurrò Elara, accovacciata dietro un cespuglio di rose spinose. “Dobbiamo superare il giardino est e raggiungere la porta della servitù vicino alle cucine.”
Attesero il passaggio di due uomini armati di lanterne, poi scattarono attraverso il prato. La porta sul retro era chiusa, ma Elara estrasse un mazzo di chiavi passepartout, aprì la serratura in pochi secondi e scivolarono all’interno, nel calore stagnante delle cucine silenziose.
L’interno di Villa Ossidiana era un labirinto di lusso decadente. Arazzi antichi assorbivano i suoni dei loro passi lungo i corridoi deserti. Salirono per le scale di servizio, evitando lo scalone principale di marmo.
“Lo studio è nell’ala ovest,” mormorò Elara, indicando la direzione.
Arrivati di fronte alla pesante porta di mogano scolpito dello studio di Lord Bellamy, Alessandro trattenne il respiro. Elara lavorò sulla serratura. Un click sommesso rimbombò nel silenzio come uno sparo. Entrarono.
Lo studio puzzava di fumo di sigaro, cuoio vecchio e segreti putridi. La luce di un singolo lampione esterno penetrava attraverso i tendaggi pesanti, gettando ombre inquietanti sui ritratti degli antenati Bellamy che li fissavano dalle pareti.
“La libreria a destra,” indicò Elara, estraendo una piccola torcia elettrica. “Il terzo ripiano dal basso. C’è un finto libro rilegato in rosso.”
Alessandro si precipitò verso lo scaffale. Contò i ripiani e individuò il volume rosso. Lo tirò. Con un rumore meccanico sordo, un’intera sezione della libreria scivolò all’indietro e poi di lato, rivelando una cassaforte incassata nel muro e un cassetto nascosto sotto di essa.
“La cassaforte è impossibile da aprire,” sussurrò Elara, “ma ieri il cassetto era socchiuso, come se Lord Bellamy lo avesse consultato di fretta.”
Alessandro aprì il cassetto di scatto. All’interno c’erano plichi di carte legate da nastri neri. Li prese, illuminandoli con il fascio tremolante della torcia di Elara. I suoi occhi corsero rapidamente sulle righe.
Erano estratti conto. Trasferimenti di fondi monumentali dai conti della famiglia di Alessandro a società fittizie controllate da Bellamy. Ma non fu quello a fargli gelare il sangue. Fu una cartella medica, con il nome Isabella Vance.
Accanto, un ordine di internamento psichiatrico. Firmato da Lord Bellamy e da un medico compiacente.
“Mio Dio,” sussurrò Alessandro, la gola secca. “Non è morta in una tempesta. L’ha rinchiusa.”
“Leggete qui,” disse Elara, la voce rotta, indicando un altro documento. Era un rapporto di guardia. Struttura di Blackwood. Soggetto n. 1 (Isabella) e Soggetto n. 2 (Marta) continuano a rifiutarsi di cedere i diritti minerari. Misure di contenzione aumentate.
“Sono vive,” mormorò Alessandro. “Per quindici anni… le ha tenute prigioniere a Blackwood.” Una rabbia fredda, assoluta e devastante prese possesso di lui. Non era più solo tradimento, era una tortura protratta per decenni.
“E rimarranno lì fino alla fine dei loro miserabili giorni,” disse una voce strisciante alle loro spalle.
Le luci dello studio si accesero improvvisamente, accecandoli.
Alessandro si voltò di scatto, portando la mano all’arma sotto il cappotto. Sulla soglia dello studio stava Lord Archibald Bellamy, appoggiato al suo bastone dal pomo d’argento. Indossava una vestaglia di seta broccata, e sul suo volto anziano e aristocratico era dipinto un sorriso gelido.
Accanto a lui c’era Victoria. Aveva dismesso l’abito da cavallerizza per una veste elegante, ma i suoi occhi brillavano della stessa malizia folle di suo padre. Dietro di loro, quattro guardie armate riempivano il corridoio, i fucili spianati contro Alessandro ed Elara.
“Hai deluso le mie aspettative, ragazzo mio,” sospirò Lord Bellamy, zoppicando all’interno della stanza. “Pensavo fossi un cucciolo più obbediente. Ma immagino che il sangue di tua madre, quella vipera ostinata, scorra anche nelle tue vene.”
“Siete un mostro,” sputò Alessandro, non estraendo l’arma per paura che aprissero il fuoco su Elara. “L’hai rapita. Hai distrutto la mia famiglia per appropriarti delle nostre ricchezze, e poi hai pianificato di legarmi a questa vipera di tua figlia per avere il controllo totale.”
Victoria rise, un suono argentino e crudele. “Oh, Alessandro. Così melodrammatico. È semplicemente una questione di affari. Le fortune della tua famiglia stavano ristagnando. Mio padre le ha prese per raddoppiarle. E io? Beh, sei un bell’uomo. Sarei stata una moglie eccellente. Finché saresti rimasto docile, ovviamente.”
“Dove sono?” ringhiò Alessandro, facendo un passo avanti. Le guardie alzarono i fucili.
“A Blackwood, naturalmente,” rispose placidamente Lord Bellamy. “In una cella molto, molto umida. Tua madre si è rifiutata per quindici anni di firmare l’atto di cessione incondizionata del trust fiduciario che si sarebbe sbloccato solo con il tuo matrimonio. Vedi, lei sperava che tu, crescendo, scoprissi la verità. Se l’avessi uccisa, i legali avrebbero indagato. Ma se è ‘scomparsa’ ed è clinicamente pazza… il tutore dei beni divento io.”
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