“Contatto! Fronte nord!” gridai nell’auricolare, tuffandomi dietro un muletto abbandonato mentre una raffica mi sfiorava la testa.
“Siamo sotto tiro pesante, Katerina,” risuonò la voce metallica di Mikhail nelle orecchie. “Hanno una mitragliatrice leggera sul tetto del magazzino!”
Sbirciò da dietro il muletto. Traccianti luminosi fendevano la pioggia dall’alto, inchiodando la squadra di Mikhail. Dovevo eliminare quel tiratore.
Sganciai una granata fumogena, ne strappai la sicura con i denti e la lanciai nello spiazzo aperto. Appena la densa nube grigia iniziò a espandersi, mi mossi. Scivolai da un riparo all’altro, sfruttando il fumo e l’oscurità, finché non raggiunsi la scala antincendio di ferro arrugginito sul retro del magazzino.
Salii i gradini a due a due, il respiro controllato nonostante l’adrenalina che mi bruciava nelle vene. Arrivata sul tetto piano, sentii il rimbombo della mitragliatrice. Il cecchino era steso a pancia in giù, concentrato sul fuoco di soppressione verso il basso. Accanto a lui, un osservatore col binocolo.
Estrassi il mio coltello tattico, nero e opaco per non riflettere la luce. Con due passi rapidi e silenziosi, fui dietro l’osservatore. Una mano sulla bocca, la lama alla giugulare. Un movimento secco, preciso. Lo adagiai a terra senza fargli fare rumore.
Il tiratore si accorse che qualcosa non andava quando smise di sentire la voce del suo compagno. Iniziò a voltarsi, ma io ero già lì. Gli afferrai i capelli, tirandogli la testa all’indietro, e gli piantai la canna della mia pistola contro la tempia.
“Dì ai tuoi uomini di arrendersi, o ti sparo e li finisco io stessa da quassù,” gli sussurrai all’orecchio in un russo perfetto.
L’uomo sbuffò, una risata amara. “I Volki non si arrendono a una sgualdrina, Volkov.”
Premetti il grilletto. Il rumore fu assorbito dal silenziatore, e il corpo del tiratore si afflosciò.
Afferrai la sua radio tattica. “I vostri cecchini sono morti. Siete circondati. Gettate le armi.”
Per tutta risposta, una violenta esplosione scosse il terreno. Avevano innescato una delle cariche. Le fiamme illuminarono a giorno la notte piovosa, sollevando una nube di detriti.
“Mikhail!” urlai, scendendo di corsa le scale. “Rapporto!”
“Siamo vivi,” rispose, tossendo pesantemente attraverso il microfono. “Hanno fatto saltare il cancello est e stanno scappando in furgone.”
Non potevo lasciarli scappare. Corsi attraverso il cortile infuocato, schivando rottami in fiamme, e saltai su uno dei Suv neri che avevamo lasciato nascosti all’ingresso. Il motore ruggì sotto la pioggia mentre ingranavo la marcia, partendo in un testacoda.
Inseguii il furgone dei russi lungo le strade industriali deserte, i tergicristalli che combattevano contro la pioggia torrenziale. Premetti l’acceleratore a tavoletta. Quando fui abbastanza vicina, abbassai il finestrino, estrassi la pistola e mirai alla ruota posteriore destra del furgone. Al terzo colpo, lo pneumatico esplose.
Il furgone sbandò violentemente, perdendo il controllo sull’asfalto scivoloso, e si schiantò contro il pilastro di cemento di un cavalcavia autostradale con un fragore metallico assordante.
Frenai bruscamente a pochi metri di distanza. Scesi dall’auto, fucile spianato. La cabina del furgone era accartocciata. Dal retro, un uomo cercò di uscire barcollando, il volto coperto di sangue, stringendo un fucile a pompa. Non gli diedi il tempo di mirare: gli sparai al ginocchio. Crollò a terra urlando.
Mentre mi avvicinavo per disarmarlo, un lampo illuminò la scena, rivelando i lineamenti dell’uomo. Il mio cuore si fermò per una frazione di secondo. Sotto il sangue e la sporcizia, riconobbi la cicatrice a forma di mezza luna che gli deturpava la guancia sinistra.
Ivan. L’uomo che, tre anni prima, aveva versato la benzina nel salotto della nostra villa a Ginevra mentre io guardavo mio padre sanguinare a morte sul tappeto.
Una rabbia fredda e nera, profonda come l’oceano, si impadronì di me. Gli diedi un calcio al fucile, allontanandolo, e gli piantai uno stivale sul petto, schiacciandolo contro l’asfalto.
“Ti ricordi di me, Ivan?” chiesi, la mia voce un ringhio gutturale.
L’uomo sbatté le palpebre contro la pioggia, sputando sangue. “Katerina… la piccola sopravvissuta.”
“Sopravvissuta è riduttivo,” dissi, puntandogli la pistola al volto. “Dove si nasconde Viktor?”
“Vai al diavolo.”
“Lì ci stai andando tu. E velocemente.” Feci pressione con lo stivale sulla sua ferita alla gamba. Ivan urlò, dimenandosi come un animale intrappolato.
“Viktor è al sicuro!” ansimò l’uomo. “Non lo troverai mai. È in una fortezza. Sta arrivando per te, Katerina. Raderà al suolo questa città pur di vederti morta.”
“Verrò io da lui. Dove?”
Ivan rise crudelmente, mostrando i denti macchiati di rosso. “Non ti dirò niente.”
Le sirene della polizia iniziavano a suonare in lontananza. Non potevo rimanere lì. Feci un cenno a Mikhail, che nel frattempo mi aveva raggiunta con l’altro Suv.
“Mettilo nel bagagliaio,” ordinai, senza staccare gli occhi dall’uomo. “Stasera scaveremo nel suo cervello finché non troveremo l’indirizzo.”
La notte passata nel bunker fu lunga e spietata. Non c’è onore nella tortura, né gloria. È un lavoro sporco, brutale, che consuma l’anima di chi la pratica tanto quanto quella di chi la subisce. Ma non provavo pietà per l’assassino di mio padre.
Verso l’alba, l’arroganza di Ivan si era sbriciolata, sostituita da un pianto rotto e da suppliche disperate. Tra i suoi deliri indotti dal dolore e dalle sostanze chimiche che Mikhail gli aveva iniettato per evitare che svenisse, ottenni quello che cercavo.
Viktor Sokolov non si trovava in Russia. Si nascondeva in un castello ristrutturato a strapiombo sul lago dei Quattro Cantoni, nelle Alpi svizzere. Ironia della sorte, a meno di cento chilometri dal luogo in cui aveva distrutto la mia famiglia.
Lasciai Ivan nel seminterrato, ormai inutile e rotto. Tornai nella sala di comando e andai al lavandino, lavandomi via il sangue dalle mani con acqua gelida e sapone industriale. Guardai il mio riflesso nello specchio incrinato: i miei occhi erano scuri, vacui, due buchi neri in un volto pallido e stanco. Mi stavo trasformando nel mostro che combattevo? O lo ero sempre stata, fin dal giorno in cui avevo imparato a sparare prima ancora di guidare?
Mikhail entrò, porgendomi un asciugamano pulito. “Ha parlato.” Non era una domanda.
“Svizzera. Lago dei Quattro Cantoni. La tenuta di Bürgenstock.”
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