Mikhail fischiò sommessamente. “Quello non è un rifugio, Katerina. È una roccaforte militare mascherata da resort di lusso. Sensori sismici, difese antiaeree, un centinaio di Volki di guarnigione. Non possiamo semplicemente sfondare la porta con otto uomini.”
“Non sfonderemo la porta,” risposi, asciugandomi il viso. “La apriremo dall’interno.”
Mi diressi verso i server e iniziai a digitare freneticamente. “Viktor ama il lusso e detesta il contante. Tutto ciò che tocca, mangia o indossa deve essere importato e catalogato. Il suo sistema di approvvigionamento deve avere una falla.”
Lavorammo per tre giorni ininterrotti, nutrendoci solo di caffè e adrenalina. Esaminai ogni singolo contratto logistico, ogni fornitore collegato alla regione del Bürgenstock. E alla fine, la trovai. Una vulnerabilità così banale da sembrare ridicola per un genio del male.
“La manutenzione dei generatori geotermici,” dichiarai, indicando lo schermo a Mikhail. “La fortezza di Viktor è ecologica. È scolpita nella roccia, ma ha bisogno di energia pulita per mantenere basse le emissioni termiche e non essere rilevata dai satelliti governativi. Si affidano a un’azienda di ingegneria di Zurigo per le ispezioni trimestrali. I tecnici hanno l’autorizzazione per accedere ai livelli sotterranei senza passare dalla sicurezza armata del perimetro esterno.”
Mikhail sorrise, un raro spettacolo che gli increspò le vecchie cicatrici. “E indovina chi è programmato per un’ispezione la prossima settimana?”
“Noi,” dissi. “Chiama i nostri contatti a Zurigo. Ho bisogno di divise aziendali perfette, documenti falsi e un furgone attrezzato. Ma soprattutto, ho bisogno di armi in polimero non tracciabili dai metal detector. E preparati per il freddo, vecchio mio. Si torna a casa.”
Il volo privato verso la Svizzera fu silenzioso. Guardavo fuori dal finestrino le nuvole bianche che coprivano l’Europa. Pensai alla ragazza in uniforme grigia che aveva servito champagne ai suoi aguzzini per tre anni. Quella ragazza non esisteva più. Al suo posto c’era uno strumento di distruzione purissimo e inarrestabile.
L’aria pungente delle Alpi ci accolse a Zurigo. Il piano era folle nella sua semplicità. Ci infiltrammo nel deposito della vera azienda di ingegneria, intercettammo il team previsto per l’ispezione di Sokolov e prendemmo il loro posto e il loro furgone.
Il viaggio su per le montagne verso Bürgenstock fu un capolavoro di tensione. La strada si snodava come un serpente di asfalto scuro tra pareti di roccia e strapiombi che si perdevano nelle nebbie del lago sottostante. La tenuta di Sokolov apparve infine come una fortezza moderna: vetro temperato antiproiettile incastonato nel granito grezzo, sorvegliata da torri di guardia mimetiche.
Arrivati al primo checkpoint, sentii il polso accelerare, ma mantenni il volto impassibile sotto il berretto con il logo dell’azienda. Due guardie russe, enormi e silenziose, si avvicinarono al furgone con i cani da fiuto. Mostrammo i badge elettronici falsificati, che io stessa avevo riprogrammato per eludere il database centrale.
Il cane annusò il retro del furgone, dove i nostri fucili smontati erano nascosti all’interno di finte bombole di gas fluorurato. Il cuore mi batteva nel petto come un tamburo di guerra. Se il cane avesse abbaiato, saremmo morti in dieci secondi. Ma l’animale si limitò a sbadigliare e sedersi. La guardia restituì i badge a Mikhail con un grugnito e il cancello di ferro si aprì.
Eravamo dentro.
Il percorso verso i generatori ci portò giù, nelle viscere della montagna. L’aria divenne calda, satura dell’odore di ozono e olio macchine. Lasciammo il furgone nell’area di servizio, apparentemente da soli, ma sapevo che le telecamere a circuito chiuso ci seguivano costantemente.
“Mantieni la copertura. Montiamo l’attrezzatura e ci muoviamo,” sussurrai a Mikhail, aprendo i finti serbatoi di gas.
Con movimenti precisi e collaudati, assemblammo in pochi secondi le nostre armi: fucili d’assalto ultraleggeri e coltelli tattici. Collegai un dispositivo di hacking al pannello principale dei generatori.
“Dammi trenta secondi e li chiudo al buio,” dissi, digitando la sequenza di sblocco che avevo rubato dai server dell’azienda.
Lo schermo si illuminò di verde: ACCESSO CONSENTITO. Modificai i protocolli di sicurezza, disabilitando le telecamere del blocco est – dove si trovavano le stanze private di Sokolov – e innescai un loop nelle comunicazioni radio delle guardie.
Poi, con un clic invio, spensi la rete principale.
Le luci si interruppero di colpo. Solo il ronzio fioco delle luci di emergenza rosse impedì il buio totale. Le sirene iniziarono a ululare sommessamente.
“Ora,” ordinai.
Uscimmo dall’area tecnica, due spettri silenziosi nelle ombre scarlatte. Attraversammo i corridoi deserti. Il caos al piano di sopra, dove le guardie stavano cercando di capire la causa del blackout, ci fornì la copertura perfetta. Incontrammo solo due pattuglie: furono neutralizzate con una combinazione letale di silenzio e acciaio prima ancora che potessero premere il pulsante del panico.
Raggiungemmo infine la porta di quercia massiccia che conduceva all’ufficio privato di Sokolov. Mikhail posizionò una carica direzionale in miniatura sulla serratura elettronica, si allontanò e annuì.
Boom.
La porta saltò dai cardini in una nuvola di fumo bianco e schegge di legno. Feci irruzione, fucile spianato.
La stanza era un santuario di lusso sfarzoso: tappeti persiani, librerie antiche e un enorme camino acceso che proiettava ombre danzanti sui muri. E dietro la scrivania, imperturbabile nonostante l’esplosione, c’era lui.
Viktor Sokolov. L’uomo che aveva orchestrato la distruzione della mia famiglia. Non sembrava spaventato. Stava tranquillamente versando un bicchiere di cognac. Era più anziano di quanto ricordassi, i capelli brizzolati e la postura leggermente incurvata, ma i suoi occhi erano taglienti come diamanti freddi.
“Katerina Volkov,” disse Viktor, sollevando il bicchiere in un brindisi macabro. La sua voce era profonda, roca, come il suono di pietre che sfregano l’una contro l’altra. “Sapevo che prima o poi saresti arrivata. Tuo padre era un debole romantico, ma tu… tu sei nata dal caos. Prego, accomodati.”
Non abbassai l’arma. Mikhail si posizionò dietro di me, coprendo il corridoio.
“Non sono qui per bere con te, Viktor. Sono qui per porre fine alla storia,” risposi, camminando verso la scrivania con passi misurati.
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