Era dentro.
Si mosse tra i container di stoccaggio con la grazia letale di un predatore. Una guardia si separò dal suo compagno per accendersi una sigaretta dietro un camion blindato. Fu l’ultimo errore della sua vita. Sofia scivolò alle sue spalle. Una mano gli coprì la bocca, l’altra affondò il coltello Ka-Bar tra le costole, dritto al cuore, spingendo verso l’alto. L’uomo ebbe solo un sussulto prima di afflosciarsi, senza emettere un suono. Sofia lo adagiò a terra e gli prese la radio e la scheda magnetica di accesso.

Raggiunse la centralina del generatore principale. Piazzò una piccola carica di C4 inodore e impostò il timer a sessanta secondi.
“Papà,” sussurrò nel microfono a conduzione ossea. “Un minuto.”
“Pronto, Leonessa,” rispose la voce gracchiante ma ferma di Rocky nell’auricolare. Sulla collina a ottocento metri di distanza, il vecchio aveva calcolato il vento, l’umidità e la caduta del proiettile. Il suo respiro era incredibilmente stabile.

Sessanta. Cinquanta. Dieci. Tre. Due. Uno.
L’esplosione squarciò la notte, ma fu soffocata all’interno del casotto di metallo del generatore. L’intero campo precipitò nell’oscurità totale. Il ronzio della recinzione cessò.

Sulla collina, Rocky premette il grilletto. Il rinculo del .338 Lapua Magnum gli diede una scossa dolorosa alla spalla artritica, ma non perse il mirino. Il primo proiettile silenziato colpì il cecchino sulla torre ovest, facendolo crollare oltre il parapetto. Meno di un secondo dopo, ricaricò e sparò di nuovo. Il secondo cecchino sulla torre est cadde all’indietro, morto prima di toccare terra.
“Torrette pulite. Luce verde,” comunicò Rocky.

Nel campo si scatenò il panico. “Siamo sotto attacco! Avviare i generatori di emergenza! Accendete i fari!” urlò una voce al megafono.
Ma Sofia non aspettò. Con il favore di quei preziosissimi tre secondi di cecità totale, corse in campo aperto verso l’edificio delle prigioni. Fece scorrere la scheda magnetica rubata. La luce verde lampeggiò e la pesante porta d’acciaio si aprì con un sibilo.

All’interno, l’aria era stantia e puzzava di sangue e urina. Accese la torcia tattica montata sotto la canna della sua Glock.
In fondo al corridoio, appeso per i polsi a delle catene agganciate al soffitto, c’era Leo. Era pestato a sangue. Il viso era un ammasso di lividi gonfi, un occhio era completamente chiuso, e il respiro era irregolare, spezzato da probabili costole incrinate. Ma era vivo.
Accanto a lui, rannicchiata in un angolo, c’era una giovane donna indigena, terrorizzata ma illesa.

“Leo!” sussurrò Sofia, correndo verso di lui.
Il ragazzo alzò la testa a fatica. Quando mise a fuoco la figura infangata e pesantemente armata di sua madre, un sorriso sanguinante e debole gli increspò le labbra. “Mamma… ti avevo detto che sarei tornato per cena.”
“Zitto, idiota,” le disse lei, con gli occhi colmi di lacrime che si rifiutavano di cadere. Con un colpo di pistola silenziato, ruppe il lucchetto delle catene, prendendolo al volo prima che crollasse a terra.
“Riesci a camminare?” gli chiese, mettendogli il braccio intatto attorno al collo per sostenerlo.
“Sì,” grugnì lui, sputando sangue. “La ragazza… Maya. Devono lasciarla in pace.”
“Andiamo via tutti,” ordinò Sofia, facendo cenno alla ragazza di alzarsi e seguirli.

Ma non appena uscirono nel corridoio, le luci di emergenza rosse si accesero di scatto, inondando l’edificio di un bagliore infernale, accompagnate dal suono assordante delle sirene.
“Li hanno trovati! Sono nel blocco detenzione!” urlò una voce dall’esterno.

“Le cose si complicano, papà,” comunicò Sofia, alzando il fucile d’assalto MCX.
“Li vedo,” rispose Rocky. “Una squadra di assalto di sei uomini si sta dirigendo verso la vostra porta. Eccoli.”

Mentre i sei mercenari si avvicinavano all’ingresso, due teste esplosero letteralmente in nuvole di nebbia rosa. Rocky stava sparando alla massima velocità consentita dal suo fucile bolt-action, coprendo il corridoio esterno. Gli altri quattro, terrorizzati, si gettarono a terra, cercando copertura da un nemico invisibile che li colpiva dal buio.

“Uscite ora!” ordinò Rocky. “Vi copro.”

Sofia spinse Leo e Maya fuori dalla porta posteriore dell’edificio, verso la recinzione ovest. Ma l’intero campo ora formicolava di soldati. I traccianti illuminavano la notte, proiettili che fischiavano vicinissimi.
“Contatto a ore tre!” urlò Sofia. Alzò il fucile e svuotò mezzo caricatore contro un gruppo di guardie che sbucavano da un hangar. Tre caddero, gli altri si ripararono.
Si muovevano lenti. Leo era pesante e sofferente, e Maya era sotto shock. Sofia era costretta a fare da scudo umano, sparando e indietreggiando.

Un veicolo corazzato leggero svoltò l’angolo a tutta velocità, puntando dritto verso di loro, la mitragliatrice calibro .50 montata sul tetto pronta a fare fuoco.
“Corazzato in arrivo! Sono fottuta, papà!” urlò Sofia.
“Non oggi, tesoro,” fu la fredda risposta di Rocky.

Sulla collina, Rocky non mirò all’artigliere del veicolo. Era protetto da pannelli antiproiettile. Mirò al blocco motore del corazzato. Caricò un proiettile perforante incendiario, trattenne il respiro in modo così profondo che sentì il cuore fermarsi per un istante tra i battiti.
Pum.
Il proiettile da .338 attraversò la corazza del radiatore a quasi mille metri al secondo, frantumando i pistoni e innescando l’olio del motore. Il veicolo sobbalzò violentemente, il cofano esplose in una fiammata accecante e il guidatore perse il controllo, schiantandosi contro le cisterne del carburante del campo.
L’esplosione successiva fu titanica, un fungo di fuoco che illuminò la valle a giorno, gettando nel caos totale l’intera guarnigione.

“Correte alla recinzione, ora!” ordinò Rocky. Ma la sua voce nell’auricolare suonò stranamente tesa, accompagnata da un grugnito di dolore.
Un drone nemico, sfuggito al caos, aveva localizzato il lampo del suo fucile da cecchino. Un razzo illuminante era stato sparato sopra la sua posizione, seguito da una grandinata di proiettili sparati alla cieca dai mercenari a valle verso la collina.
“Papà! Mi ricevi? Papà!” urlò Sofia, mentre passava Leo e Maya attraverso il buco nella rete. Nessuna risposta.

L’ansia minacciò di soffocarla. Lasciò i due giovani nascosti nel folto della giungla, a cinquanta metri dal perimetro.
“Leo, tieni questa,” disse, mettendogli in mano la Glock. “Proteggi Maya. Se non torno tra venti minuti, vai verso il fiume, nasconditi nel fango e non fermarti fino al mattino.”
“Mamma, no! Dove vai?”
“Vado a prendere il nonno.”