A mezzanotte in punto, il rumore dei motori ruppe il silenzio. Quattro pick-up senza fari si fermarono lungo la strada sterrata. Ne scesero quindici uomini pesantemente armati, guidati da Cortez.
“Bruciate tutto,” sussurrò Cortez, accendendosi un sigaro. “E se trovate gli americani, portatemi la donna viva e il vecchio a pezzi.”

Gli uomini si avvicinarono alla struttura, taniche di benzina alla mano. L’assalto sembrava facile, una passeggiata. Ma stavano entrando nella tana del lupo sbagliato.

Rocky era posizionato sul tetto piatto del ristorante, completamente fuso con l’ombra della grande palma sovrastante. Attraverso il mirino termico, vedeva gli uomini muoversi in formazione disordinata. Erano teppisti, non soldati.
Sofia era all’interno, dietro il bancone rinforzato con sacchi di sabbia che avevano sistemato in gran segreto, pronta a scatenare l’inferno.

Quando il primo scagnozzo sollevò il piede sul gradino di legno della veranda, accadde. Non ci fu nessuna esplosione, nessuna raffica di proiettili. Solo un sottilissimo sibilo nel vento.
L’uomo in testa alla colonna si accasciò in avanti, una freccia d’acciaio proveniente dalla balestra tattica di Rocky conficcata nella spalla. L’urto fu silenzioso ma devastante.

“Cecchino!” urlò uno degli uomini, sparando alla cieca verso la giungla, tradendo la loro posizione.
Il panico si scatenò. I criminali, disorientati dalla mancanza di un bersaglio visibile, iniziarono a sparare raffiche caotiche contro le pareti del ristorante, mandando in frantumi le finestre.

Cortez si tuffò dietro la ruota di un pick-up. “Circondate il locale! Entrate e uccideteli!”

Cinque uomini si lanciarono verso la porta sul retro, sfondandola a calci. Entrarono nella cucina buia, i fasci di luce delle loro torce che tagliavano l’oscurità.
“Liberi! La cucina è libera!” gridò uno.
Ma Sofia non era in cucina. Aveva studiato la mappa mentale del suo ristorante migliaia di volte. Sapeva dove il pavimento scricchiolava, conosceva ogni angolo cieco.

Appiattita contro il muro vicino alla cella frigorifera, aspettò che l’ultimo uomo passasse oltre. Poi, uscì dall’ombra.
Non usò il fucile, avrebbe fatto troppo rumore e attirato gli altri. Estrasse il coltello che le aveva regalato Rocky. Con un movimento rapido, afferrò l’uomo più vicino da dietro, gli tappò la bocca e lo mise fuori combattimento con una presa soffocante, adagiandolo silenziosamente sul pavimento.
Il secondo uomo si voltò, insospettito dal silenzio. Ma Sofia era già su di lui. Un colpo preciso col calcio della pistola alla tempia e anche lui crollò.

I restanti tre, sentendo un tonfo, si girarono sparando all’impazzata. Sofia si tuffò dietro i pesanti forni in acciaio inossidabile. I proiettili rimbalzavano intorno a lei, creando scintille accecanti.
Era giunto il momento di fare rumore.

Sollevò l’M4, si sporse dalla copertura e lasciò partire una raffica controllata di tre colpi, mirando alle gambe. Due degli uomini urlarono, crollando a terra con le ginocchia frantumate. Il terzo fuggì via, inciampando fuori dalla porta sul retro, dritto nelle braccia di Rocky che era appena sceso dal tetto scivolando lungo un pilastro. Un pugno devastante in pieno viso spense le luci per il criminale.

All’esterno, Cortez sentì gli spari dall’interno e capì che i suoi uomini stavano venendo massacrati. Non stavano affrontando proprietari di ristoranti spaventati; stavano affrontando un commando.
“Maledizione!” sbraitò Cortez. “Tirate fuori il lanciarazzi! Bruciateli vivi!”

Uno dei criminali corse verso il cassone del pick-up, estraendo un lanciagranate RPG-7. Lo mise in spalla, mirando dritto al centro del ristorante.

Rocky, nascosto tra i cespugli, vide l’arma e capì che la struttura non avrebbe retto l’impatto. Se il razzo fosse partito, Sofia, che era ancora dentro, sarebbe morta nell’esplosione e nell’incendio.
La distanza era di cinquanta metri. Con il fucile silenziato sarebbe stato un colpo facile, ma un criminale gli stava bloccando la visuale. Non c’era tempo per ricaricare, non c’era tempo per pensare. L’istinto prese il sopravvento.

Rocky corse allo scoperto. Ignorando i proiettili che gli fischiavano attorno alle orecchie, alzò la pistola e sparò in corsa, un double tap (doppio colpo) perfetto al petto dell’uomo che ostacolava la visuale, facendolo cadere.
Senza rallentare, estrasse dalla fondina il pesante revolver calibro .44 Magnum, l’arma che teneva per i lavori sporchi. Si piantò a terra, unì le mani sull’impugnatura per stabilizzare l’arma.
L’uomo con l’RPG stava premendo il grilletto.

Il boato della .44 Magnum fu assordante, sovrastando il rumore dei fucili d’assalto. Il proiettile massiccio, sparato con la precisione chirurgica di un tiratore scelto, colpì in pieno la testata esplosiva del razzo prima ancora che questo lasciasse il tubo di lancio.

L’esplosione fu apocalittica.
L’intero pick-up venne sventrato in una palla di fuoco arancione che illuminò a giorno l’intero villaggio. L’onda d’urto scaraventò a terra Cortez e i tre uomini rimasti, bruciacchiando l’erba e frantumando le ultime finestre rimaste intatte nel raggio di cento metri.
Frammenti di metallo fuso piovvero tutto intorno.

Rocky si era gettato a terra una frazione di secondo prima dell’esplosione, proteggendosi la testa. Quando si alzò, le orecchie gli fischiavano e la spalla sinistra sanguinava copiosamente a causa di una grossa scheggia metallica conficcatasi nella carne. Ma ignorò il dolore.

La situazione era drammaticamente ribaltata. Il veicolo principale di Los Lobos era un relitto in fiamme, otto dei loro uomini erano a terra morti o incapacitati, e gli altri erano terrorizzati.
Cortez, con la camicia di seta in fiamme in un punto, si rotolò nella polvere spegnendo il fuoco. Il suo volto era nero di fuliggine e sfigurato dal terrore puro. Guardò il fumo diradarsi e vide Rocky camminare lentamente verso di lui, l’arma abbassata ma pronta. La figura imponente del vecchio, illuminata dalle fiamme, sembrava l’incarnazione stessa del demone della morte.

“Tornate indietro!” urlò Cortez, la voce incrinata dal panico, rivolto ai pochi scagnozzi illesi. “Uccidetelo, vi ordino di ucciderlo!”
Ma gli uomini, guardando la devastazione e il vecchio demone che si avvicinava senza paura, persero l’ultimo grammo di coraggio. Gettarono le armi e corsero verso la giungla, abbandonando il loro capo. La fedeltà criminale finisce sempre dove inizia il terrore della morte certa.

Cortez rimase solo. Estrasse freneticamente la sua pistola d’oro, puntandola verso Rocky con mani che tremavano incontrollabilmente.
“Non fare un passo, gringo! Ti sparo in testa!” strillò.