La pioggia batteva implacabile contro il parabrezza del suo vecchio fuoristrada mentre si dirigeva verso i magazzini abbandonati al porto, il luogo d’incontro con il suo vecchio contatto. Lì, recuperò due borse nere e pesanti. Armi, munizioni, esplosivo tattico. Tutto ciò che serviva per radere al suolo un impero.
L’indirizzo fornito lo portò a una lussuosa villa fortificata sulle colline fuori città. Cancelli di ferro battuto, telecamere, guardie armate. Per i Moretti era una fortezza; per Rocky, era solo un ostacolo.
La notte si riempì di fumo e del suono assordante degli allarmi. Rocky si mosse come un’ombra letale. Non c’era esitazione nei suoi movimenti, solo un’efficienza spietata. Attraversò i giardini della villa eliminando le guardie in silenzio, penetrando nell’edificio principale attraverso l’ingresso di servizio.
All’interno, il caos era totale. Gli uomini dei Moretti non erano preparati all’assalto di un singolo uomo con l’addestramento e la rabbia di Rocky.
Raggiunse l’ala est della villa, dove il suo istinto gli diceva che avrebbero tenuto un ostaggio “prezioso”. Abbatté l’ultima porta in fondo al corridoio. All’interno, seduto su un letto lussuoso ma visibilmente terrorizzato, c’era Mike.
“Nonno!” urlò il bambino, correndo verso di lui.
Rocky lasciò cadere l’arma e lo strinse forte al petto, seppellendo il viso tra i capelli del bambino. “Sono qui, campione. Sono qui. Andiamo a casa dalla mamma.”
Mentre uscivano, la villa alle loro spalle era ormai avvolta dalle fiamme, un faro nella notte che segnava la fine dei fratelli Moretti e del debito maledetto.
Quando tornarono a casa, le prime luci dell’alba stavano squarciando il cielo nuvoloso. Sofia corse fuori, stringendo il figlio in un abbraccio che sembrò durare un’eternità. Arthur ed Eleanor erano spariti, fuggiti via come i codardi che erano, portando con sé la loro vergogna.
Rocky si sedette sui gradini del portico, accendendosi un sigaro e guardando il sole sorgere. Era stanco, ferito e sporco, ma guardando sua figlia e suo nipote al sicuro, seppe di aver fatto l’unica cosa giusta. La famiglia nascondeva un segreto oscuro, ma ora la luce aveva finalmente scacciato via le ombre.
Il sole era ormai sorto completamente, inondando il portico di una luce fredda e dorata, ma Rocky sapeva bene che l’incubo non era finito con le fiamme della villa dei Moretti. La mafia non perdona e, soprattutto, non dimentica. Anche se aveva eliminato la testa del serpente, c’erano sempre altri pronti a prenderne il posto.
“Sofia, ascoltami bene,” disse Rocky, spegnendo il sigaro sotto lo stivale e alzandosi con una rigidità che tradiva l’età e le ferite superficiali della notte. “Non possiamo restare qui. Fai le valigie. Metti dentro solo lo stretto necessario: vestiti caldi, documenti, contanti se ne hai. Avete dieci minuti.”
Sofia, ancora aggrappata a Mike come se temesse che potesse svanire di nuovo, lo guardò con occhi sbarrati. “Papà, dove andiamo? La polizia…”
“Niente polizia, Sofia. I Moretti hanno sul libro paga metà del dipartimento. Se andiamo da loro, ci consegneranno direttamente a chi è sopravvissuto. Dobbiamo sparire.”
Dieci minuti dopo, il vecchio fuoristrada di Rocky stava divorando i chilometri sull’autostrada in direzione nord, verso le montagne. Mike si era addormentato sul sedile posteriore, esausto per il terrore della notte, la testa appoggiata sulle ginocchia della madre. Sofia guardava fuori dal finestrino, il paesaggio che scorreva veloce, persa nei suoi pensieri.
“Come ha potuto, papà?” sussurrò lei improvvisamente, rompendo il silenzio dell’abitacolo. “Come ha potuto guardare suo figlio e pensare che fosse una moneta di scambio?”
Rocky strinse il volante fino a far sbiancare le nocche. “Alcuni uomini, Sofia, sono vuoti dentro. Arthur è sempre stato un debole, manipolato da una madre che credeva di essere superiore a tutti. Quando la debolezza incontra la disperazione, nascono i mostri. Ma non devi più pensare a loro. Ora ci sono io.”
Il viaggio durò quattro ore, portandoli in una zona remota e boscosa dove i cellulari perdevano il segnale. Arrivarono in una radura nascosta tra pini secolari, dove sorgeva una vecchia baita di legno rinforzato. Era il rifugio di un ex commilitone di Rocky, un luogo off-the-grid, preparato per resistere a tempeste e, all’occorrenza, ad assalti.
Mentre Sofia e Mike si sistemavano all’interno, accendendo il camino per scacciare il freddo umido della foresta, Rocky iniziò a perlustrare il perimetro. Piazzò trappole sonore, telecamere mimetiche e controllò l’arsenale nascosto sotto le assi del pavimento della baita. Sapeva che il tempo era un lusso.
A chilometri di distanza, in un magazzino buio della città, Arthur ed Eleanor erano in ginocchio, tremanti. Davanti a loro c’era Don Vincenzo, il fratello maggiore dei Moretti, arrivato da Chicago poche ore dopo l’attacco alla villa. L’uomo camminava lentamente, un’eleganza letale che contrastava con il sangue freddo.
“Mio fratello è morto,” disse Vincenzo, la voce bassa ma risonante nel magazzino vuoto. “La mia casa è cenere. E voi due scarafaggi siete l’unica traccia che ho di quel vecchio bastardo che ha fatto tutto questo.”
“N-non è colpa nostra!” piagnucolò Eleanor, il mascara che le colava sul viso. “È un pazzo! Ha minacciato anche noi!”
Vincenzo le piantò uno sguardo glaciale. “Voi ci avete portato il bambino. Voi siete responsabili. Uccideteli.”
Due scagnozzi si fecero avanti, estraendo le armi.
“Aspettate! Aspettate!” urlò Arthur, pisciandosi letteralmente addosso dal terrore. “So come trovarli! Conosco un modo!”
Vincenzo fece un cenno e gli uomini si fermarono. “Parla.”
“Sofia… mia moglie. Ha un localizzatore GPS nascosto nel portachiavi della macchina. Glielo avevo regalato io per sicurezza. Posso rintracciarlo dal mio telefono. Vi porterò da loro, ma vi prego, lasciateci vivere!”
Vincenzo sorrise, un sorriso che non prometteva nulla di buono. “Bene. Portaci da loro. Poi vedremo quanto vale la tua vita.”
La notte calò sulla baita, densa e silenziosa. Rocky era seduto sotto il portico, un fucile d’assalto appoggiato sulle ginocchia, gli occhi fissi sull’oscurità del bosco. Mike dormiva sereno, finalmente al sicuro, mentre Sofia stava preparando un caffè caldo in cucina.
Improvvisamente, uno dei fili a inciampo posizionati a cento metri di distanza fece scattare un debole segnale acustico nell’auricolare di Rocky. Qualcuno era entrato nel perimetro. E non erano animali.
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