Sofia si girò e corse verso il fianco della collina. Correva con la disperazione e la ferocia di una belva, ignorando le spine che le laceravano la pelle e i muscoli che bruciavano per lo sforzo.
I mercenari, ormai riorganizzati sotto il comando del loro capo — un ex colonnello corrotto dal volto sfregiato di nome Thorne — stavano inviando una squadra d’assalto su per il crinale per stanare il cecchino.
Sofia li vide inerpicarsi nel buio, guidati dai visori notturni. Erano in otto.
Lei era sola, alle loro spalle, armata solo della rabbia pura e della ferocia di chi protegge il proprio branco.
Non sparò da lontano. Li seguì come un’ombra assassina.
Afferrò l’ultimo uomo della fila da dietro, sgozzandolo con il coltello e facendolo cadere senza rumore. Prese una granata a frammentazione dal gilet del morto, tolse la sicura, contò fino a tre e la lanciò in mezzo al gruppo più avanti.
L’esplosione squarciò il silenzio della collina. Quattro mercenari furono dilaniati dalle schegge. Gli altri tre si voltarono in preda al panico, sparando alla cieca verso il basso.
Sofia non c’era più. Era scivolata lateralmente. Svuotò l’ultimo caricatore del suo MCX, colpendoli tutti con letale precisione, proiettili che trovarono i pochi spiragli vulnerabili nelle loro corazze, sotto le ascelle, nel collo, sulle cosce.
Quando il caricatore fu vuoto, lo lasciò cadere, estraendo la sua seconda pistola, una compatta calibro .45 nascosta nel retro dei pantaloni. Avanzò calpestando i cadaveri, fino a raggiungere la posizione del nido del cecchino.
Rocky era disteso prono dietro a un grosso tronco abbattuto. Il suo fucile era rotto, la canna spezzata da un proiettile di grosso calibro. Il vecchio stava sanguinando copiosamente dal fianco destro. Un frammento di roccia, sollevato dall’impatto di un colpo di mortaio leggero, gli aveva perforato l’addome. Respirava a fatica, la mano premuta sulla ferita.
Ma l’altra mano stringeva saldamente una pistola, puntata verso il sentiero, pronto a morire combattendo.
“Abbassa l’arma, papà. Sono io,” sussurrò Sofia, gettandosi in ginocchio accanto a lui, le lacrime che finalmente rigavano il fango sul suo viso.
Rocky tossì, uno sputo di sangue gli macchiò il mento bianco. Sorrise a fatica. “Hai… hai fatto un bel casino, Leonessa.”
“Dobbiamo andarcene. Ti porto giù,” disse lei, togliendosi la sciarpa militare e usandola per fare pressione sulla ferita.
“Sono troppo pesante, tesoro. Lasciami qui. Hai preso il ragazzo… il mio lavoro è finito.”
“Non se ne parla,” sibilò Sofia, con una forza che non sapeva di avere. Lo sollevò di peso, mettendosi il braccio del padre sulle spalle. Gemendo per lo sforzo immane, lo sostenne mentre iniziavano la discesa dall’altro lato della collina, lontani dal campo in fiamme.
Rocky era semi-cosciente, mormorava parole sconnesse. “Tom… Arthur… i debiti sono pagati…”
“Resisti, soldato. Questo è un ordine,” gli sussurrò Sofia, ignorando le proprie ferite superficiali.
Raggiunsero la base della collina dove Leo e Maya li stavano aspettando. Leo, nonostante il dolore lancinante alle costole, si fece avanti per prendere il peso del nonno sulle sue giovani spalle.
“Ce l’ho, mamma,” disse Leo, stringendo i denti. “Lo porto io.”
Camminarono per ore nell’oscurità opprimente, una marcia della morte guidata solo dalla pura forza di volontà. All’alba, raggiunsero il pick-up nascosto.
Sofia adagiò Rocky sui sedili posteriori. Maya, che aveva rivelato di essere una studentessa di medicina tradizionale, iniziò immediatamente a tamponare la ferita del vecchio con delle erbe coagulanti che aveva raccolto lungo il percorso, legandole strette con bende pulite dal kit di pronto soccorso del veicolo.
“Guida tu, Leo,” ordinò Sofia. “Torniamo al villaggio. Abbiamo il dottor Ramirez. Lo salverà.”
Mentre il veicolo sfrecciava sulle strade sterrate, Sofia guardava fuori dal finestrino, il sole nascente che illuminava i campi verdi e lussureggianti del Costa Rica. Guardò suo figlio, pestato ma fiero, al volante. Guardò la ragazza che lui aveva salvato, e guardò suo padre, il cui petto si alzava e si abbassava regolarmente, in un sonno profondo indotto dall’esaurimento e dalle erbe.
Il colonnello Thorne e i mercenari sopravvissuti non li avrebbero seguiti. Sofia aveva sentito le comunicazioni radio intercettate mentre fuggivano: la corporazione mineraria, avendo perso l’intera struttura operativa in un’esplosione, stava tagliando i ponti con i mercenari per evitare uno scandalo internazionale. Thorne era in fuga. L’incubo, ancora una volta, era stato estirpato alla radice.
Le settimane successive furono lunghe e difficili.
Rocky dovette affrontare un intervento chirurgico complicato nella clinica clandestina del dottor Ramirez. Ci vollero mesi prima che il vecchio soldato potesse tornare a sedersi sulla sua sedia a dondolo nella veranda de La Rinascita. Ma sopravvisse. Era fatto di un materiale troppo duro per essere spezzato così facilmente.
Leo si riprese più in fretta. Le costole guarirono e i lividi sparirono, ma l’esperienza lo aveva profondamente cambiato. Aveva visto il male allo stato puro, l’avidità delle corporazioni e la spietatezza dei mercenari. E aveva visto l’oscurità necessaria per combatterli.
Non era fuggito dal suo passato. Lo aveva abbracciato. Lui e Maya rimasero molto legati, e Leo iniziò a collaborare con le autorità indigene per organizzare un sistema di protezione e pattugliamento delle terre sacre, finanziato dai profitti del ristorante e dagli investimenti silenziosi di Sofia.
Una sera, verso la fine dell’estate, Sofia uscì sulla veranda. Rocky stava guardando il tramonto, una coperta leggera sulle ginocchia magre. Il mare era di un blu intenso, liscio come l’olio.
“Il ragazzo ha talento, papà,” disse Sofia, appoggiandosi alla ringhiera, una tazza di caffè in mano. “Ha organizzato le pattuglie nella riserva con una precisione militare. Sembra di vedere te cinquant’anni fa.”
Rocky fece un sorriso sghembo. “No, Leonessa. Lui è migliore di me. Io distruggevo e basta. Lui costruisce proteggendo. E questo l’ha imparato da te.”
Sofia si sedette sul gradino, appoggiando la testa contro il ginocchio di suo padre. Lui le accarezzò i capelli grigi che iniziavano a farsi strada tra le ciocche castane.
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