Non ci fu nessun allarme, nessuna esplosione. Solo un pop sordo e attutito, seguito dal rumore inconfondibile di un corpo pesante che cade a terra nel corridoio appena fuori dalla dispensa.

Poi, le luci del palazzo Sterling, dai magnifici lampadari di cristallo della sala da ballo ai neon fluorescenti delle cucine, si spensero simultaneamente.

L’oscurità totale durò solo tre secondi prima che i generatori di emergenza entrassero in funzione, proiettando una spettrale luce rossa attraverso i corridoi. Da oltre le doppie porte della cucina giunsero le prime urla. Urla di panico crudo, puro. Il suono di bicchieri infranti, tavoli ribaltati e, infine, il ticchettio letale di raffiche di fucili d’assalto silenziati sparati in aria per ottenere il controllo della folla.

Daniel si voltò verso la porta, il respiro bloccato in gola. “Vanessa…” mormorò.

“Stia dietro di me,” ordinai, afferrandolo per la spalla del suo smoking su misura e tirandolo contro il muro.

Misi la mano sulla maniglia della porta della dispensa, socchiudendola di un millimetro. La luce rossa illuminava il corridoio di servizio. A terra, a due metri di distanza, giaceva il corpo di una delle guardie private di Sterling, un foro pulito in mezzo alla fronte.

Sopra di lui c’era un uomo vestito da cameriere, che stava sistemando un auricolare. Teneva una mitraglietta compatta MP7 lungo il fianco.

Mi voltai verso Daniel e gli feci segno di fare silenzio, portando l’indice alle labbra. Poi, con un movimento fluido e silenzioso, spinsi la porta ed uscii dalla dispensa.

Il finto cameriere avvertì il movimento e si voltò di scatto, sollevando l’arma. Ma ero già nel suo spazio. Con la mano sinistra deviai la canna dell’MP7 verso il soffitto mentre l’arma sputava una breve raffica silenziata, e con la destra gli piantai il coltello in ceramica nella carotide. L’uomo emise un rantolo soffocato. Lo afferrai per il bavero, attutendo la sua caduta a terra in modo che non facesse rumore, ed estrassi l’arma, pulendola rapidamente sulla sua divisa.

Daniel uscì dalla dispensa, fissando il cadavere con orrore puro. La sua realtà di privilegi dorati si stava sgretolando davanti ai suoi occhi, sostituita dalla cruda e brutale lotta per la sopravvivenza.

“Che Dio ci aiuti,” sussurrò.

“Dio è impegnato. Ci sono io,” risposi, raccogliendo l’MP7 dal morto e lanciandolo a Daniel. “Sa usare una di queste?”

“Faccio il tiro al piattello al Country Club,” rispose, le mani che tremavano mentre afferrava l’arma fredda.

“Dimentichi il piattello. Tenga il dito fuori dal grilletto a meno che non ci sia qualcuno davanti a lei che non sia io. Dobbiamo raggiungere Vanessa.”

Avanzammo lungo il corridoio rosso fuoco. Raggiungemmo le doppie porte che davano sulla sala da ballo. Attraverso gli spioncini di vetro, la scena era apocalittica. Trecento degli individui più ricchi e potenti del paese erano rannicchiati sul pavimento, piangenti e terrorizzati, i loro gioielli e abiti da sera ridotti a stracci patetici di fronte al terrore.

Quattro uomini pesantemente armati, col volto coperto da passamontagna tattici, pattugliavano la sala. Stavano cercando qualcuno.

“Hanno i volti coperti,” mormorò Daniel al mio orecchio. “Se volessero solo derubarci, non avrebbero spento le luci o sparato alla mia guardia. Stanno cercando un bersaglio specifico.”

“Stanno cercando te e tuo padre,” confermai. “Guarda il tavolo d’onore.”

Vanessa era lì. Era accovacciata dietro una sedia ribaltata, il suo abito di seta rossa confuso con il tappeto scuro. Tremava convulsamente, il trucco rovinato dalle lacrime. Uno degli uomini armati si stava avvicinando a lei, afferrando i prigionieri per i capelli, ispezionando i loro volti alla luce di una torcia tattica, per poi gettarli di nuovo a terra.

“La troverà tra dieci secondi,” disse Daniel, facendo per aprire la porta.

Lo fermai. “Se entri lì dentro, vi ammazzano entrambi. Coprimi le spalle.”

Spalancai la porta. Non esitai. Entrai nella sala scivolando lateralmente dietro il grande carrello dei dessert d’argento. Sfruttai l’ombra e il disorientamento. Il primo mercenario, che stava urlando ordini vicino all’orchestra, non mi vide arrivare. Sollevai la Glock e feci fuoco due volte. Due colpi silenziati, diretti al centro di massa, proprio sotto l’ascella dove il giubbotto antiproiettile non offriva protezione. Si accasciò senza un suono.

Il tonfo del suo corpo attirò l’attenzione degli altri tre.

“Contatto!” urlò uno di loro, aprendo il fuoco verso la mia direzione. I proiettili frantumarono il carrello dei dolci, facendo piovere scaglie di vetro, cioccolato e argento in ogni direzione.

Mi lanciai dietro il massiccio pilastro di marmo che sosteneva la balconata est. Presi un respiro profondo, calcolando gli angoli. Avevo tre bersagli, a dodici, venti e venticinque metri di distanza. Il secondo stava avanzando verso di me, mentre il terzo — quello vicino a Vanessa — aveva sollevato l’arma, usando la fidanzata di Daniel come scudo umano. Aveva afferrato Vanessa per i capelli, tirandola in piedi. Vanessa urlava, un suono acuto e disperato che squarciò la sala.

“Vieni fuori, chiunque tu sia!” ringhiò il mercenario, premendo la canna del fucile contro la tempia di Vanessa. “O faccio saltare le cervella alla principessa!”

Dal corridoio dietro di me, Daniel fece l’impensabile. Ignorando i miei ordini, uscì dalla porta, sollevando goffamente l’MP7. “Lasciala andare!” gridò, la voce rotta ma sorprendentemente ferma.

Gli occhi del mercenario si illuminarono. “Jackpot. Il signorino Sterling in persona. Abbassa quell’arma, ragazzino, o raccolgono la tua ragazza col cucchiaino.”

Era una situazione di stallo classica, ma chi gestiva le operazioni ostili sottovaluta sempre le pedine invisibili. L’attenzione di tutti, dei trecentisti ostaggi, dei tre mercenari rimasti, era concentrata su Daniel e Vanessa.

Ero dietro il pilastro, invisibile all’uomo che teneva Vanessa. Chiusi gli occhi per un decimo di secondo, visualizzando la geometria della stanza, la distanza, la velocità del vento generata dall’impianto di aerazione (pressoché nulla), e la composizione del bersaglio. Sapevo che non avrei avuto una seconda possibilità.

Uscii dal mio riparo con una velocità esplosiva. Feci perno sulla gamba destra, allineai le mire al trizio della mia Glock e premetti il grilletto due volte in rapida successione.

Il primo proiettile centrò il mercenario che stava avanzando verso di me, colpendolo dritto nel visore del casco tattico. Cadde all’indietro.