“Innesco l’allarme antincendio settoriale nelle cucine al piano terra,” rispose Matteo. “Preparatevi.”

Dieci secondi dopo, le radio delle due guardie gracchiarono freneticamente. Le sirene non suonarono, per evitare il panico tra gli ospiti, ma le luci stroboscopiche di emergenza silenziose lampeggiarono di rosso nel corridoio.

Le guardie si scambiarono un’occhiata confusa. Una parlò alla radio in tedesco rapido, poi annuì all’altra. “Protocollo 4. Vai a controllare la tromba delle scale C. Io resto qui,” disse una guardia all’altra.

Mentre una guardia si allontanava a passo svelto, Lorenzo agì. Emerse dal nostro nascondiglio dietro l’ascensore, si avvicinò alla guardia rimasta alle spalle, con passi così leggeri da sembrare un felino, ed estrasse una siringa precaricata con un potente anestetico. La inserì nel collo dell’uomo prima ancora che quest’ultimo potesse girarsi. La guardia si afflosciò e Lorenzo la trascinò delicatamente dietro un carrello delle pulizie parcheggiato lì vicino.

“Via libera. Muoviti,” mi intimò.

Scivolammo oltre la porta blindata principale. L’interno del caveau sembrava l’interno di un’astronave: pareti rivestite di titanio, cassette di sicurezza a perdita d’occhio. Al centro, protetta da una serie di gabbie di vetro antiproiettile, c’era l’esposizione privata di Richter.

Individuai subito Il Cuore di Vetro. Era posizionato su un piedistallo di velluto nero, illuminato da un faretto a cono. La mia replica era perfetta, lo sapevo, ma vedere l’originale mi fece tremare le mani.

“La telecamera è nell’angolo in alto a destra,” sussurrò Lorenzo. Tirò fuori un piccolo dispositivo dalla tasca dello smoking – il cavo di loop – e si diresse verso il quadro elettrico nascosto dietro un pannello della parete.

Aprii la zip del mio vestito, sfilai la finta pancia di silicone e liberai la mia scultura, appoggiandola delicatamente a terra.

“Fatto,” disse Lorenzo. “L’immagine è in loop. La telecamera mostra una stanza vuota.”

Tirai fuori dalla borsa uno spray al freon e lo spruzzai sulla serratura della teca di vetro che proteggeva la statua. Il metallo si congelò all’istante. Con un leggero colpo di un martelletto di gomma, il cilindro della serratura si frantumò senza fare rumore. Aprii la teca.

Sollevai l’originale. Pesava esattamente quanto il mio. Feci scivolare il falso al suo posto, sul piedistallo di velluto. Feci un passo indietro, accostai la teca, la chiusi e guardai il risultato. Era impossibile notare la differenza.

Riposi l’originale nella finta pancia, fissando di nuovo l’imbracatura con dita tremanti. Chiusi l’abito.

“Andiamo,” sussurrò Lorenzo.

Ripercorremmo i nostri passi a ritroso. La guardia anestetizzata dormiva ancora profondamente. Riprendemmo l’ascensore proprio mentre, dai monitor di servizio, vedevamo Richter e il suo gruppo di miliardari salire sull’ascensore VIP per scendere al caveau. Questione di secondi.

Quando le porte dell’ascensore si aprirono al piano terra, Lorenzo mi prese sottobraccio. Camminammo attraverso la hall, feci finta di inciampare, Lorenzo mi sorresse.

“Aria. Ho bisogno di aria,” gemetti, ad alta voce, attirando l’attenzione di un paio di ospiti e di una guardia.

“Tutto bene, cara, ti porto fuori,” disse Lorenzo con voce rassicurante.

Uscimmo dalla banca, la pioggia gelida di Ginevra ci lavò il viso. La limousine era esattamente dove l’avevamo lasciata. Salimmo, e l’autista partì sgommando nel traffico svizzero, dirigendosi verso il confine francese.

Mi sfilai l’imbracatura e posai il vero Cuore di Vetro sul sedile di pelle tra noi.

Lorenzo lo guardò, poi guardò me. C’era un’intensità nel suo sguardo che non potevo ignorare. La rapina era finita. Avevamo vinto.

Senza dire una parola, lui sollevò la statua di vetro, estrasse un martello d’emergenza dal vano della portiera e frantumò l’antico capolavoro del Settecento.

Sussultai per il rumore del vetro millenario che si disintegrava. Tra i frammenti rossi sparsi sul sedile, brillava il nucleo di cristallo opaco. Lorenzo lo aprì, rivelando una piccola capsula di titanio contenente i microfilm. I registri che avrebbero distrutto l’impero criminale d’Europa e vendicato suo padre.

Prese la capsula, la mise nel taschino, e poi, finalmente, la maschera di ghiaccio si sciolse.

Si voltò verso di me, afferrò il mio viso con entrambe le mani e mi baciò. Fu un bacio ruvido, disperato, carico dell’adrenalina della fuga e della liberazione di anni di ossessione. Risposi con la stessa foga, le mie mani si intrecciarono nei suoi capelli, attirandolo più vicino.

“Benvenuta nella famiglia, Clara,” sussurrò contro le mie labbra.

E in quel momento seppi che la mia vecchia vita era finita per sempre. Eromai indissolubilmente legata a quell’uomo oscuro, brillante e pericoloso, pronti a bruciare il mondo intero. Insieme.

Il viaggio verso il rifugio sicuro sulle Alpi francesi fu un vortice di silenzio carico di tensione. La pioggia batteva contro i finestrini oscurati della limousine, ma all’interno dell’abitacolo l’aria era rovente. Il bacio aveva incrinato la corazza di entrambi, trasformando la nostra alleanza tattica in qualcosa di molto più profondo e pericoloso.

Quando arrivammo allo chalet, trovammo Matteo già operativo. Nonostante il viso ancora segnato dai lividi, i suoi occhi brillavano di un’energia febbrile dietro gli schermi dei computer.

“Siete in ritardo,” commentò mio fratello senza voltarsi, le dita che volavano sulla tastiera. “Il sistema della banca non ha ancora rilevato l’anomalia. Richter sta probabilmente bevendo brandy d’annata per festeggiare il successo del suo gala.”

Lorenzo si tolse la giacca dello smoking e la gettò su una poltrona. Si avvicinò al tavolo di Matteo e posò la piccola capsula di titanio accanto alla tastiera. “Vediamo se domani mattina avrà ancora voglia di festeggiare. Aprila, Matteo. Voglio vedere ogni singolo segreto che quell’uomo ha cercato di seppellire.”

Matteo prese la capsula con una pinzetta. Usando un lettore ottico ad altissima risoluzione che avevamo preparato nei giorni precedenti, iniziò a digitalizzare i microfilm.

Mi lasciai cadere sul divano, esausta. L’adrenalina mi stava abbandonando, lasciando il posto a un dolore sordo in tutti i muscoli. Chiusi gli occhi per un momento, ma li riaprii subito quando sentii il peso del divano cedere accanto a me.

Lorenzo mi porse un bicchiere di whisky ambrato. “Bevi. Te lo sei meritato.”

Presi il bicchiere, le nostre dita si sfiorarono. “E ora cosa succede?” chiesi, la voce ridotta a un sussurro. “Quando quei dati diventeranno pubblici, Richter capirà che il Cuore di Vetro è un falso.”