Mi alzai, camminando verso il parapetto dello yacht. Guardai l’orizzonte, la brezza marina che mi rinfrescava il viso. “Il vetro di Murano del Settecento non si può replicare in pochi giorni, Lorenzo. La composizione chimica, le imperfezioni, il colore… è un lavoro da maestri artigiani che richiede mesi.”
“Non abbiamo mesi,” disse lui, alzandosi a sua volta e posizionandosi accanto a me. Il suo braccio sfiorò il mio, mandandomi una scarica elettrica lungo la schiena. “Tra tre settimane, la Banque Helvétique terrà il suo gala annuale del Giubileo d’Oro. Il sistema di sicurezza del caveau principale verrà parzialmente disattivato per permettere a Richter di mostrare alcune delle opere d’arte ai suoi clienti più facoltosi. È l’unica finestra temporale che avremo nei prossimi due anni.”
Mi voltai a guardarlo. “Tre settimane per studiare un’opera che non ho mai visto, creare una replica perfetta in vetro soffiato, infiltrare la banca più sicura della Svizzera, superare la sicurezza di Richter e fare lo scambio. È folle.”
“È impossibile,” concordò Lorenzo. “Per chiunque altro. Ma tu hai forgiato un diamante che ha ingannato Victor Novikov. Hai bypassato un sistema di sicurezza di grado militare in meno di due minuti. E, soprattutto, non hai niente da perdere.”
“Non è vero. Ho mio fratello.”
“Tuo fratello è un hacker di altissimo livello, se le mie informazioni sono corrette,” disse Lorenzo. “Novikov non lo ha rapito solo per ricattare te; lo ha rapito perché Matteo aveva violato i server della sua società di copertura a Cipro. Ho controllato i registri stanotte. Tuo fratello ha talento.”
“Non coinvolgerai Matteo in questa storia,” sibilai, gli occhi ridotti a due fessure. “Ha già sofferto abbastanza per colpa mia.”
“Non sarò io a coinvolgerlo. Sarà lui a chiederlo,” rispose Lorenzo, calmo. “Perché senza di lui, non possiamo hackerare il sistema di telecamere interne della banca. E senza di me, lui ha una taglia sulla testa firmata da Novikov. Siamo un ecosistema perfetto, Clara. Una simbiosi necessaria.”
Lo odiavo. Lo odiavo perché aveva ragione. Eravamo intrappolati nella sua ragnatela di lusso, vendetta e potere.
“Voglio vedere l’oggetto,” dissi, rassegnata. “Hai delle fotografie, dei progetti?”
Lorenzo sorrise. “Ho molto di più. Andiamo in Svizzera. Ti presenterò la tua nuova bottega.”
Il viaggio verso le Alpi svizzere avvenne a bordo del jet privato di Lorenzo, seguito da un trasferimento in elicottero. Ci lasciammo alle spalle il mare turchese per addentrarci in un mare di cime innevate e foreste di conifere. Atterrammo sulla pista privata di uno chalet immenso, costruito in legno scuro e vetro, abbarbicato sul fianco di una montagna vicino a Gstaad.
Matteo aveva viaggiato con noi, pallido ma lucido. Durante il volo, Lorenzo gli aveva spiegato i dettagli del piano. Come aveva previsto, mio fratello, nonostante le ferite, aveva accettato con un entusiasmo quasi febbrile. L’idea di smantellare l’architettura digitale di una banca svizzera era un richiamo troppo forte per lui.
Lo chalet non era solo una lussuosa casa vacanze; il piano interrato era un rifugio di massima sicurezza, trasformato per l’occasione in un laboratorio all’avanguardia.
Quando scendemmo le scale, rimasi a bocca aperta. Lorenzo aveva fatto allestire una fornace per la lavorazione del vetro di piccole dimensioni ma di altissima tecnologia, completa di pinze, canne da soffio, polveri coloranti, ossidi metallici e un forno di ricottura digitale. Su un tavolo centrale di metallo c’erano ologrammi ad alta risoluzione del Cuore di Vetro, generati da scansioni rubate dal database dell’assicurazione della banca.
“Benvenuta nel tuo nuovo inferno,” disse Lorenzo, accendendo le luci a LED che illuminarono la stanza a giorno.
Mi avvicinai agli ologrammi. La scultura era grottesca e magnifica al tempo stesso. I dettagli anatomici della gabbia toracica erano resi con una precisione maniacale, le costole di vetro rosso che si incurvavano a proteggere un cuore di cristallo grezzo e lattiginoso.
“Il rosso rubino,” mormorai, sfiorando l’immagine fantasma con le dita. “Nel Settecento non usavano pigmenti sintetici. Per ottenere questo colore aggiungevano polvere d’oro al fuso di vetro. Si chiama vetro rubino oro. È una tecnica instabile. Se sbagli la temperatura di un grado, il vetro diventa marrone fangoso.”
“Puoi farlo?” chiese Lorenzo.
Guardai il forno, poi gli attrezzi. “Avrò bisogno di oro puro. Molto oro. E di una miscela esatta di sabbia silicea.”
“Troverai venti lingotti d’oro puro al 99.9% in quella cassaforte,” indicò lui con un cenno della testa. “Tutto il necessario è stato fornito. Il tempo stringe, Clara.”
Le settimane successive furono un massacro fisico e mentale.
Lavoravo fino a diciotto ore al giorno davanti alla fornace. Il calore era asfissiante, a oltre milleduecento gradi. Bruciai le dita decine di volte, rovinai i primi sette tentativi, che finirono in frantumi sul pavimento del laboratorio. La pressione di riprodurre non solo la forma, ma le minuscole imperfezioni – le bollicine d’aria intrappolate nel vetro originale, la leggera asimmetria della terza costola – mi portò quasi alla follia.
Nel frattempo, Matteo lavorava in una stanza adiacente, circondato da monitor e server, cercando di trovare una vulnerabilità nel firewall della Banque Helvétique. Era un sistema a compartimenti stagni, isolato dalla rete esterna, ma Matteo scoprì che il sistema di condizionamento del caveau comunicava con un server di manutenzione di terze parti. Quella sarebbe stata la nostra porta d’ingresso.
Lorenzo era un’ombra costante. Supervisionava tutto, non interferiva mai con la fornace, ma si assicurava che non crollassi. Quando ero troppo stanca per reggermi in piedi, mi costringeva a salire al piano di sopra, mi metteva in mano un bicchiere d’acqua ghiacciata e mi faceva sedere sul divano davanti al camino.
Una notte, alla fine della seconda settimana, il tentativo numero otto collassò nel forno di ricottura, rompendosi in due per uno shock termico invisibile.
Urlai, un suono di pura frustrazione, e lanciai una pinza d’acciaio contro il muro. Mi accasciai a terra, il sudore che mi incollava la maglietta alla schiena, piangendo di stanchezza.
Lorenzo entrò in silenzio. Non disse nulla sulle pinze lanciate o sul vetro rotto. Si inginocchiò accanto a me, prese un asciugamano pulito e iniziò ad asciugarmi il viso con una delicatezza che contrastava brutalmente con l’uomo letale che avevo visto in azione a Cap-Ferrat.
Popular Posts
→- 1
- 2
- 3
- 4
Recently Viewed
Stories you read recently will appear here.



