La doccia fu un lusso rapido e necessario. L’acqua bollente lavò via lo zucchero, l’alcol e la tensione superficiale, ma non poté cancellare il nodo di terrore freddo che mi stringeva lo stomaco. Se Novikov mi avesse presa, sarei morta. Se Lorenzo avesse scoperto che volevo usare il diamante per uno scambio e non per restituirglielo, sarei morta. Ero in bilico su un filo di rasoio senza rete di sicurezza.

Uscii dal bagno avvolta in un accappatoio di spugna egiziana. Nel guardaroba adiacente, come promesso, c’erano file di abiti femminili. Scelsi qualcosa di pratico ma anonimo: pantaloni neri a sigaretta, un dolcevita di cashmere scuro e un paio di mocassini di pelle morbida. Era un abbigliamento perfetto per muoversi nel buio.

Quando tornai nel salone, Lorenzo si era cambiato a sua volta. Aveva abbandonato lo smoking per un completo tattico nero che lo faceva sembrare meno un miliardario e più un mercenario. Stava caricando una pistola con una gestualità fluida e inquietantemente familiare.

“Non voglio spargimenti di sangue,” dissi, fermandomi sulla soglia.

“Neanch’io,” rispose lui, nascondendo l’arma in una fondina ascellare. “Ma Novikov non è noto per la sua ospitalità. Andiamo. L’elicottero è sul ponte di prua.”

Il volo da Monaco a Cap-Ferrat durò meno di dieci minuti. Le luci della costa scintillavano sotto di noi come una collana di diamanti gettata sul velluto nero del mare. Lorenzo non parlò durante il tragitto, ma non staccò mai gli occhi da me. Sentivo il suo sguardo addosso, pesante, valutativo.

L’elicottero atterrò su uno yacht più piccolo, un’imbarcazione d’appoggio veloce, in attesa a mezzo miglio dalla scogliera su cui sorgeva la villa di Novikov. Da lì, usammo un gommone Zodiac nero, mosso da un motore elettrico silenzioso, per avvicinarci alla costa rocciosa.

L’aria era salmastra e fredda. Lorenzo guidava il gommone con mani esperte, il volto illuminato a malapena dalla luce delle stelle.

“Il sistema d’allarme perimetrale ha un buco di trenta secondi ogni quattro ore per la sincronizzazione del server,” sussurrai, mentre ci avvicinavamo a una caletta nascosta sotto la villa. “Il prossimo è a mezzanotte e un quarto. Mancano sette minuti.”

“Hai davvero progettato tu il falso diamante?” mi chiese lui all’improvviso, fermando il motore e lasciando che il gommone scivolasse verso gli scogli.

“Sì,” risposi.

“Sei troppo giovane per avere l’esperienza necessaria per un taglio così preciso,” osservò lui. “A meno che non ti abbia insegnato qualcuno dei vecchi maestri.”

“Mio padre era un tagliatore di Anversa,” dissi, la verità che mi sfuggiva dalle labbra prima che potessi fermarla. “Ha lavorato per De Beers per trent’anni. Mi ha insegnato lui.”

“Era?”

“È morto l’anno scorso,” mentii. Metà bugia. Mio padre era vivo, ma era a causa dei suoi debiti se mio fratello era finito nelle mani di Novikov.

Lorenzo non indagò oltre. Saltò agilmente sugli scogli scivolosi, legò il gommone e mi offrì una mano. La sua presa era forte, le sue dita calde e ruvide. Per un istante, mentre mi tirava su, i nostri corpi si sfiorarono. Sentii la durezza del suo torace e il profilo della pistola sotto la giacca.

Iniziammo la scalata verso la villa. Era un’ascesa ripida tra i pini marittimi e la roccia viva, ma io conoscevo il percorso. Arrivammo al muro di cinta coperto di edera esattamente a mezzanotte e quattordici.

“Quindici secondi,” sussurrai, guardando il cronometro digitale sul mio polso. “Dieci. Cinque. Tre, due, uno… ora.”

Scavalcammo il muro con l’agilità della disperazione. Atterrammo silenziosamente nel prato immacolato dei giardini di Novikov. La villa si ergeva davanti a noi, una fortezza di vetro e acciaio cementato, illuminata da luci di sicurezza fredde.

Evitammo le due guardie armate che pattugliavano la piscina e scivolammo verso la porta a vetri della biblioteca sul retro.

“Il sensore del vetro?” sussurrò Lorenzo.

Tirai fuori un piccolo dispositivo dalla tasca. Era un jammer di frequenza che avevo rubato dal laboratorio di Novikov prima di fuggire. Lo attaccai al vetro. “Disattivato per due minuti. Dobbiamo essere veloci.”

Lorenzo usò un tagliavetro circolare con una precisione chirurgica, rimosse un disco di vetro vicino alla maniglia, infilò la mano e aprì la porta dall’interno.

L’interno della villa era buio e silenzioso. Odorava di cera per pavimenti costosa e sigari cubani. Ci muovemmo come ombre lungo i corridoi adornati da opere d’arte rubate o comprate al mercato nero.

“Lo studio è al piano di sotto,” mormorai, guidandolo verso una scala a chiocciola nascosta dietro un arazzo.

La porta dello studio era chiusa a chiave, ma la serratura cedette facilmente agli strumenti che Lorenzo estrasse dalla tasca. La vera sfida era la cassaforte, nascosta dietro un enorme dipinto di paesaggio.

“Codice?” chiese lui.

“Cambia ogni giorno,” dissi, avvicinandomi al pannello digitale. “Ma Novikov è prevedibile. Usa sempre una combinazione basata sulle quotazioni di chiusura dell’oro e del platino sulla borsa di Londra.”

Chiusi gli occhi per un secondo, ricordando i numeri che avevo ossessivamente controllato prima di salire sullo yacht. Li digitai sul tastierino. Un ronzio sommesso, poi un clic. La porta d’acciaio spessa dieci centimetri si aprì.

All’interno, su un cuscino di velluto nero, riposava il Lacryma Christi.

Anche nell’oscurità parziale dello studio, la pietra sembrava pulsare di luce propria. Era un diamante blu da settanta carati, tagliato a goccia, di una purezza che mozzava il fiato. Era bellissimo. E mortale.

Tirai fuori dalla tasca la replica perfetta che avevo conservato per quel momento e la scambiai con l’originale. Il peso era identico. La lucentezza, a occhio nudo, indistinguibile. Misi il vero diamante in un sacchetto di pelle scamosciata che feci scivolare nella tasca dei pantaloni.

“Fatto,” sussurrai, chiudendo la cassaforte.

“Troppo facile,” mormorò Lorenzo, gli occhi che scrutavano l’oscurità.

Aveva ragione. Nel momento esatto in cui le sue parole morirono nell’aria, le luci dello studio si accesero accecanti, illuminando a giorno la stanza.

Mi bloccai, il cuore che mi saltava in gola.

Sulla soglia dello studio, affiancato da tre guardie con i fucili spianati, c’era Victor Novikov. Era un uomo massiccio, con un volto segnato dalle cicatrici di una vita vissuta nella violenza e occhi pallidi, inespressivi come quelli di uno squalo.