Il corridoio sotterraneo puzzava di muffa, salnitro e disperazione secolare. L’aria era gelida, un netto contrasto con il calore soffocante dell’adrenalina che mi bruciava nelle vene. Lorenzo si muoveva davanti a me con una fluidità letale, i suoi passi completamente silenziosi sulla pietra umida. Non sembrava un miliardario abituato ai salotti della finanza internazionale; sembrava un predatore tornato nel suo habitat naturale.
“Quante celle ci sono in questo livello?” sussurrò, fermandosi prima di svoltare un angolo e appiattendosi contro la parete.
“Tre,” risposi, la voce ridotta a un filo di fiato. “Almeno, quelle che ho visto sulle planimetrie quando Novikov mi costringeva a lavorare nel suo laboratorio. Erano le vecchie cantine per il vino, convertite con porte d’acciaio e isolamento acustico.”
Lorenzo annuì impercettibilmente. Sporse la testa oltre l’angolo per una frazione di secondo. “Due guardie. Armate alla leggera. Fucili a pompa, niente armatura tattica. Si stanno annoiando.”
“Come facciamo a superarle? Sei disarmato,” gli ricordai, l’ansia che mi stringeva lo stomaco.
Lui si voltò a guardarmi, e nel buio scorsi di nuovo quel sorriso obliquo e arrogante. “Mia cara Clara, non sono mai disarmato. Resta qui e non fare rumore. Qualunque cosa accada.”
Prima che potessi protestare, Lorenzo scivolò fuori dal nostro nascondiglio. Non corse; si mosse con una calma innaturale, fondendosi con le ombre proiettate dalle deboli luci a incandescenza del corridoio. Trattenni il respiro, il cuore che martellava contro le costole con una violenza tale che temetti potessero sentirlo.
Una delle guardie accese una sigaretta. Il bagliore effimero dell’accendino illuminò il viso annoiato dell’uomo, ma lo accecò per quel secondo cruciale.
Lorenzo colpì.
Non ci fu nessun urlo hollywoodiano, nessuna scazzottata rumorosa. Fu una sequenza di movimenti chirurgici, brutali ed efficienti. Lorenzo afferrò il braccio della prima guardia, torcendolo con un angolo innaturale mentre, con l’altra mano, colpiva il lato del collo dell’uomo con il taglio della mano. La guardia crollò come un burattino a cui erano stati tagliati i fili.
Il secondo uomo ebbe appena il tempo di spalancare gli occhi e aprire la bocca. Lorenzo usò lo slancio del corpo della prima guardia per proiettarsi in avanti, afferrando il fucile a pompa dell’avversario. Con una spinta brutale del palmo sotto il mento, mandò la testa dell’uomo a schiantarsi contro il muro di pietra. Un tonfo sordo, e poi il silenzio tornò a regnare, rotto solo dal respiro leggermente accelerato di Lorenzo.
Recuperò le chiavi dalla cintura del primo uomo e si voltò verso di me, facendomi cenno di avanzare.
Corsi verso di lui, le gambe molli per la tensione. Guardai i due uomini a terra, privi di sensi. “Li hai…”
“Dormono,” mi interruppe lui, controllando il caricatore del fucile sottratto. “Ma non per molto. Quale cella?”
Mi precipitai verso l’ultima porta in fondo al corridoio. Le mani mi tremavano così tanto che quasi non riuscivo a indicare la serratura. Lorenzo infilò la chiave, girò la pesante maniglia di metallo e spinse.
L’odore di sangue, sudore e paura mi investì come uno schiaffo.
La cella era illuminata da una nuda lampadina penzolante. Al centro, legato a una sedia di metallo, c’era mio fratello. Il suo viso era un ammasso di lividi gonfi, il labbro spaccato, i vestiti strappati e macchiati di scuro.
“Matteo!” urlai, gettandomi in ginocchio accanto a lui.
Lui aprì a fatica un occhio, l’altro completamente chiuso dal gonfiore. Mise a fuoco il mio viso e cercò di sorridere, ma il gesto si trasformò in una smorfia di dolore. “Clara… cosa… cosa ci fai qui? Ti avevo detto di non venire.”
“Sta zitto, idiota,” singhiozzai, mentre le lacrime finalmente rompevano gli argini. Iniziai a tirare freneticamente i nodi delle corde che gli stringevano i polsi. “Ti porto fuori di qui. Te l’avevo promesso.”
Lorenzo era già dietro la sedia. Ignorò i nodi ed estrasse un piccolo coltello tattico a serramanico dallo stivale – mi chiesi quante altre sorprese nascondesse quel completo nero – e recise le corde in due movimenti fluidi.
Matteo crollò in avanti, ma Lorenzo lo afferrò per le spalle prima che cadesse a terra, sollevandolo con una forza sorprendente.
“Riesci a camminare, ragazzo?” chiese Lorenzo, la voce dura ma non priva di una strana forma di compassione.
Matteo guardò l’uomo sconosciuto che lo stava sorreggendo. “Chi è questo? Sembra uno dei sicari di un film di James Bond.”
“Lunga storia,” dissi, passandomi un braccio di Matteo intorno alle spalle per aiutare Lorenzo a sorreggerlo. “È l’uomo a cui ho cercato di rubare per pagare il tuo debito. E ora ci sta salvando la vita. Ringrazialo dopo. Ora dobbiamo muoverci.”
Uscimmo dalla cella, il peso di Matteo che rallentava drasticamente i nostri movimenti. Lorenzo teneva il fucile a pompa in una mano, scrutando l’oscurità del corridoio.
“Il jammer che hai messo sulla porta a vetri della biblioteca,” sussurrò Lorenzo. “Quanto durava l’interferenza?”
“Due minuti,” risposi, il panico che ricominciava a salire. “Ormai è scaduto da un pezzo. I sistemi si saranno resettati. Se usciamo da quella porta, il perimetro scatterà.”
“Ottimo. Significa che non usciremo da lì,” decretò lui. “Dov’è il quadro elettrico principale di questo livello?”
“Nella stanza delle guardie, vicino alle scale,” disse Matteo con un filo di voce, sputando un grumo di sangue. “Li ho sentiti parlarne mentre mi picchiavano.”
“Bene. Clara, portalo lì. Io vado avanti a pulire la strada,” ordinò Lorenzo.
Non attese una risposta. Scivolò di nuovo in avanti, un’ombra letale e silenziosa. Lo seguimmo arrancando. Ogni passo di Matteo era un’agonia, ma la disperazione ci spingeva oltre i limiti fisici.
Raggiungemmo la stanza delle guardie. Era vuota, i monitor di sicurezza mostravano i giardini e i corridoi illuminati dalla luce fredda delle telecamere. Lorenzo puntò il fucile verso i server incassati nel muro.
“Voglio un blackout totale,” disse, guardandomi. “Senza la luce e senza le telecamere, avranno il caos. E nel caos, noi fuggiamo.”
“Aspetta,” dissi, afferrando una sedia pieghevole e posizionando Matteo. “Se distruggi i server, si attiveranno i generatori d’emergenza. Ma se creo un cortocircuito dal quadro principale, posso friggere anche i relè di scambio. Ci vorranno minuti prima che la rete secondaria si attivi manualmente.”
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