Lorenzo abbassò l’arma, gli occhi che brillavano di rispetto per la prima volta. “Fallo.”
Aprii il pannello di metallo, ignorando gli avvertimenti di alta tensione. La mia mente tornò alla fredda logica dell’elettronica, l’unica cosa che mi aveva tenuto sana di mente in quei mesi di incubo. Trovai i cavi di terra principali, afferrai un cacciavite isolato trovato su una scrivania lì vicino, e feci ponte tra i conduttori della rete principale e quelli del generatore d’emergenza.
Una cascata di scintille bluastre esplose dal pannello, seguita da un botto sordo. L’odore di ozono e plastica bruciata riempì la stanza.
In un istante, l’intera villa, dai sotterranei fino all’attico, fu inghiottita dall’oscurità assoluta. I monitor si spensero. Il ronzio costante dell’aria condizionata morì. Il silenzio durò solo tre secondi, poi le grida in russo e il suono di stivali pesanti iniziarono a rimbombare dai piani superiori.
“Perfetto,” mormorò Lorenzo nel buio. Sentii la sua mano afferrarmi il polso. “Matteo, aggrappati alla cintura di tua sorella. Non perdetevi. Corriamo verso la grotta naturale sotto le fondamenta. Ci deve essere un canale di scolo per l’acqua piovana che dà sulla scogliera.”
Ci muovemmo alla cieca. Il caos sopra di noi era totale. Sentivamo le guardie urlare ordini contraddittori, i fasci delle torce tattiche che tagliavano il buio nei corridoi lontani. Noi scendemmo ancora più giù, in una parte della cantina che non era mai stata ristrutturata. L’aria divenne più umida, il pavimento irregolare di roccia nuda.
Trovammo la grata di scolo fognario. Era arrugginita, massiccia.
Lorenzo mollò il fucile, afferrò le sbarre e tirò con tutta la sua forza, i muscoli del collo e delle spalle tesi allo spasimo. “Aiutami,” ringhiò.
Io e Matteo afferrammo le sbarre gelide. Contammo fino a tre e tirammo. La vecchia ruggine cedette con uno stridio metallico straziante. La grata si divelse, rivelando un tunnel di pietra strettissimo, da cui entrava l’odore inconfondibile dell’oceano e il rumore della risacca.
Ci infilammo nel tunnel, strisciando sulla pietra bagnata e coperta di limo. Matteo gemeva ad ogni movimento, ma continuava ad avanzare, spinto dal terrore puro.
Quando sbucammo all’aperto, l’aria fredda del mare ci colpì come una benedizione. Eravamo su una cengia di roccia a venti metri sotto la villa, proprio sopra la caletta dove avevamo nascosto il gommone Zodiac. Le luci delle torce delle guardie filtravano dai giardini sovrastanti, scrutando freneticamente l’oscurità, ma nessuno aveva ancora pensato di guardare giù dalla scogliera.
Scendemmo arrampicandoci sulle rocce frastagliate. Le mani mi sanguinavano, i mocassini eleganti di Lorenzo erano ormai distrutti, ma raggiungemmo il gommone.
Lorenzo slegò la cima, gettò Matteo sul fondo di gomma morbida e mi aiutò a salire. Si mise ai comandi, abbassò il motore fuoribordo elettrico e diede gas. Scivolammo via nell’oscurità sull’acqua nera, silenziosi come spettri.
Solo quando fummo a un miglio dalla costa, Lorenzo accese il motore a scoppio principale. Il rombo sordo coprì finalmente il rumore del nostro respiro affannato. Dietro di noi, la villa di Novikov era un formicaio impazzito di luci e caos, ma noi eravamo ormai un punto invisibile nel vasto Mediterraneo.
Caddi sul fondo del gommone, accanto a mio fratello che era svenuto dal dolore e dallo sforzo. Guardai le stelle, luminose e indifferenti sopra di noi. Eravamo vivi. Eravamo liberi.
Lorenzo governava il gommone in piedi, il vento che gli scompigliava i capelli scuri. La sua figura si stagliava contro il cielo notturno, solida, incrollabile. Abbassò lo sguardo verso di me.
“L’Interpol arriverà a Cap-Ferrat tra poche ore,” disse, alzando la voce per sovrastare il rumore del motore e del vento. “Troveranno un russo furioso con un diamante falso tra le mani, e una serie di guardie svenute. Sarà un disastro mediatico meraviglioso per lui.”
Mi sollevai sui gomiti, sentendo ogni muscolo protestare. “Perché lo hai fatto, Lorenzo? Perché rischiare tutto per salvare il fratello della donna che ha cercato di derubarti?”
Lui rallentò leggermente il motore, avvicinandosi alla costa monegasca dove le luci del Lumière brillavano all’orizzonte come un porto sicuro.
“Perché, Clara,” rispose lui, la voce che si addolciva per la prima volta, “tu hai il talento per penetrare sistemi di sicurezza impossibili. Hai l’abilità di creare falsi indistinguibili dagli originali. E hai dimostrato di avere nervi d’acciaio sotto pressione.”
Si inginocchiò accanto a me, i suoi occhi scuri che riflettevano la luce delle stelle. “Un nemico come Novikov non si sconfigge solo umiliandolo. Si distrugge rubandogli ciò che ama di più. E per il mio prossimo progetto… avevo disperatamente bisogno di un maestro del furto. E ora, mia cara, credo tu mi debba un enorme favore.”
Sentii un brivido scorrermi lungo la schiena, e non era per il freddo dell’oceano. L’incubo con Novikov era finito. Ma capii in quel preciso istante che, stringendo un patto con Lorenzo D’Agostino, avevo appena firmato un contratto per un gioco infinitamente più grande, più pericoloso, e, in qualche modo oscuro e innegabile, spaventosamente affascinante.
Sorrisi, asciugandomi il sangue dalla guancia. “Il mio nome è Clara. E tu, Lorenzo, hai appena trovato il tuo nuovo partner.”
Il ritorno al Lumière avvenne in un silenzio irreale, spezzato solo dal ronzio costante del motore del gommone e dal respiro affannoso di Matteo. Le luci di Monaco si facevano sempre più vicine, un mosaico dorato che prometteva salvezza, o forse solo un diverso tipo di prigionia.
Quando attraccammo alla piattaforma inferiore dello yacht, non ci furono domande. Lorenzo aveva chiaramente dato ordini precisi via radio durante il tragitto. Ad attenderci c’era un medico dall’aria discreta, un uomo anziano con una valigetta di pelle nera, e due membri dell’equipaggio che sollevarono Matteo con una delicatezza sorprendente.
“Portatelo nell’infermeria di bordo,” ordinò Lorenzo, la sua voce tornata al tono autoritario e distaccato del miliardario. “Voglio un rapporto completo sulle sue condizioni tra un’ora. Nessuna registrazione ufficiale. Niente nomi.”
Il medico annuì silenziosamente e seguì i marinai. Feci per andare con loro, ma la mano di Lorenzo si chiuse attorno al mio polso. La sua presa era ferma, ma non dolorosa.
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