“Non ce la farò mai, Lorenzo,” singhiozzai, odiando la mia debolezza. “È troppo complesso. L’oro non si fonde in modo omogeneo. La densità non è giusta.”

“Sì che ce la farai,” disse lui, la voce bassa e ferma. “Sei stanca. Ma sei un’artista, Clara. Smettila di cercare di copiare. Senti il materiale. Nel Settecento non avevano forni digitali. Avevano istinto. Smettila di guardare i sensori e guarda il fuoco.”

Mi prese le mani, coperte di piccoli tagli e bruciature, e se le portò alle labbra. Fu un gesto intimo, scioccante, che mi fece fermare il cuore. Le sue labbra sfiorarono le mie nocche ruvide. I suoi occhi neri incontrarono i miei, carichi di una tensione che andava ben oltre la rapina e la vendetta.

“Riposati un’ora,” mormorò, senza lasciare le mie mani. “Poi riproverai. E questa volta, non fallirai.”

Quella notte non dormii, ma qualcosa in me era scattato. Quando tornai alla fornace, non guardai i display della temperatura. Ascoltai il rumore del crogiolo, osservai il colore della miscela fusa finché non divenne di un arancione incandescente, quasi accecante. Aggiunsi l’oro, sentendo il punto esatto di fusione. Soffiai il vetro con una lentezza disperata, modellando le costole con la pinza bagnata, usando tutto il mio peso per dare la curvatura corretta.

Quando posizionai la replica finita nel forno di ricottura per il raffreddamento controllato, sapevo di avercela fatta.

Due giorni dopo, la scultura emerse, fredda e perfetta. Era identica all’ologramma. Il colore era di un rosso rubino profondo, traslucido, con il cuore di cristallo opaco incastonato esattamente al centro (vuoto, ovviamente, pronto per ingannare Richter).

Lorenzo la ispezionò con una lente d’ingrandimento da gioielliere per un’ora intera, cercando un difetto. Quando abbassò la lente, c’era un sorriso genuino sul suo volto.

“È un capolavoro,” decretò. “Ora, passiamo alla fase due. L’infiltrazione.”

Ginevra, tre giorni dopo.

La notte del Gala del Giubileo d’Oro, la città era spazzata da una pioggia sottile e gelida che faceva brillare l’asfalto sotto i lampioni. La sede della Banque Helvétique, un imponente edificio in stile neoclassico sulle rive del Lago di Ginevra, era illuminata come un faro. Auto di lusso scaricavano miliardari, diplomatici e oligarchi sotto il porticato monumentale.

Ero in una limousine nera parcheggiata a tre isolati di distanza. Indossavo un abito da sera di velluto verde smeraldo, tagliato su misura per nascondere l’imbracatura tecnica e le fasce di contenimento che tenevano ferma la replica del Cuore di Vetro all’interno di una finta pancia da donna incinta di sette mesi.

L’idea era stata di Lorenzo. Nessuno perquisisce con forza una donna visibilmente incinta a un evento di gala di altissima società, e i metal detector non avrebbero suonato per il vetro. Era un rischio calcolato e folle.

Lorenzo sedeva accanto a me. Indossava uno smoking impeccabile. Sarebbe entrato come mio accompagnatore. L’invito ufficiale che avevamo era a nome del Conte e della Contessa di Valmont, identità false che Lorenzo aveva coltivato con cura per anni per occasioni simili.

“Microfono aperto,” disse la voce di Matteo nell’auricolare invisibile nascosto nel mio orecchio destro. Mio fratello era in un furgone attrezzato a due chilometri di distanza. “Ho bypassato la griglia esterna. I vostri inviti scannerizzeranno come validi.”

“Pronta?” mi chiese Lorenzo, prendendomi la mano.

Feci un respiro profondo. Sentivo il peso della scultura di vetro contro il mio stomaco, fredda e ingombrante. “Pronta.”

Uscimmo dalla limousine e camminammo verso l’ingresso. Un tappeto rosso ci guidò fino alle porte a vetri blindate, dove due guardie in abito scuro controllavano gli inviti. Il cuore mi martellava nel petto, ma mantenni un’espressione annoiata e distante, appoggiandomi pesantemente al braccio di Lorenzo, recitando la parte della moglie stanca.

La guardia scansionò il codice a barre sul telefono di Lorenzo. La luce divenne verde.

“Benvenuto, Conte Valmont. Madame,” disse la guardia con un inchino deferente.

Superammo il metal detector senza problemi. Eravamo dentro.

L’atrio della banca era stato trasformato in una sala da ballo. Lampadari di cristallo giganteschi pendevano da un soffitto affrescato, l’aria profumava di orchidee bianche e tartufo. Camerieri in livrea servivano champagne su vassoi d’argento.

Lorenzo mi guidò attraverso la folla, sorridendo e annuendo a volti che non riconosceva, con la sicurezza arrogante di chi sa di essere intoccabile.

“Obiettivo a ore due,” sussurrò Lorenzo senza muovere le labbra.

Voltai leggermente la testa. In piedi vicino a una colonna di marmo, circondato da un capannello di adulatori, c’era Heinrich Richter. Era un uomo basso, calvo, con occhiali cerchiati di tartaruga e un sorriso che non gli raggiungeva mai gli occhi, freddi come l’acciaio svedese.

“Matteo, situazione delle telecamere del caveau,” sussurrò Lorenzo, portandosi un bicchiere di champagne alle labbra.

“Il sistema di sicurezza perimetrale del livello -3 è attualmente offline per permettere ai VIP di scendere per il tour programmato tra quindici minuti,” rispose la voce metallica di Matteo nell’auricolare. “Tuttavia, la telecamera di sorveglianza diretta all’interno della cella del Cuore di Vetro è su un circuito chiuso analogico. Non posso oscurarla da qui. Dovrete inserire un loop fisico sul cavo coassiale dietro il pannello di controllo della stanza.”

“Ricevuto,” disse Lorenzo. Si rivolse a me. “È il momento, mia cara. Ricorda, hai sette minuti prima che Richter inizi il tour. Se incrociamo qualcuno, recita la parte. Sei incinta, hai un malore, hai bisogno di aria. Vai.”

Ci allontanammo dalla festa e ci dirigemmo verso gli ascensori di servizio, nascosti dietro una finta parete di legno vicino alle cucine. Lorenzo usò una tessera magnetica clonata per aprire le porte e premere il pulsante del livello -3.

L’ascensore iniziò a scendere. Il rumore ovattato della musica svanì, sostituito dal silenzio opprimente dei sotterranei di massima sicurezza. Sentii la claustrofobia assalirmi. Se fossimo stati scoperti laggiù, non ci sarebbe stata via di fuga.

Le porte si aprirono con un ding morbido.

Il livello -3 era un corridoio asettico di metallo grigio e pareti bianche. Le porte del caveau principale, normalmente spesse due metri, erano parzialmente aperte, sbloccate per il tour imminente. Due guardie armate sostavano all’ingresso.

“Matteo, distrazione. Ora,” sussurrò Lorenzo.