Né avevo più alcuna fottuta o recondita intenzione razionale e sensata di elemosinare ancora pietosamente, come una cagnolina bastonata e affamata, un solo briciolo infinitesimale, misero e invisibile del loro inesistente e falso rispetto genitoriale, un sentimento nobile, adulto e maturo che a dire il vero loro non avevano mai minimamente e genuinamente provato nei confronti di una creatura e figlia indipendente, forte e autosufficiente, ma che per loro natura incomprensibile consideravano fastidiosa e colpevole solo perché aveva sempre pensato e provato da sola con le proprie forze ad eccellere, avere voti alti ed emanciparsi economicamente senza chiedere niente a nessuno, facendo emergere, evidenziando e rimarcando per crudele e imbarazzante contrasto tutte le colpe, gli stalli mentali e l’assoluta e totale inettitudine cronica della cara e adorata sorella.
Avevo finalmente, liberatoriamente e dolorosamente capito una volta per tutte, pagando a mie carissime e altissime spese personali in termini di lacrime solitarie, ansia da prestazione e continui morsi di stomaco per lo stress e la rabbia repressa, che il vero rispetto duraturo tra due individui maturi e consapevoli in questa dura e cinica vita non si chiede mai, per nessun motivo al mondo e in nessuna possibile occasione di debolezza, per favore, in ginocchio e con la voce tremante a chi chiaramente e maliziosamente non vuole dartelo neanche se preghi in aramaico e gli doni un rene e tutte le tue ricchezze materiali o affettive, perché non te lo concederà mai.
Lo si impone silenziosamente, fieramente, irrevocabilmente e con una forza e una potenza distruttiva e costruttiva senza pari con la coerenza ferrea, spietata e implacabile delle proprie azioni dirette, chiare, trasparenti e assolutamente prive di appello e di mediazione, ergendo dei muri di cemento armato inespugnabili con scritte a caratteri cubitali che recitano a chiare lettere e per l’eternità i tuoi invalicabili limiti e confini intimi in faccia all’invasore, al vampiro o al genitore prevaricatore di turno che pretende sottomissione gratuita credendo di poter fare i propri porci comodi a tuo svantaggio all’infinito e senza pagare dazio a fine corsa o ricevere un contraccolpo fatale che rimetta in asse le parti o distrugga inesorabilmente i legami nocivi divenuti obsoleti e soffocanti in maniera irreversibile.
Quella benedetta, dolce e storica domenica sera immediatamente e fortunatamente successiva ai tragici e rivoluzionari eventi liberatori della settimana più importante e fondante della mia intera e complicata esistenza, nel preciso, puntuale e ansioso momento esatto, calcolato dall’orologio da parete, in cui di solito iniziava tra falsi sorrisi di circostanza la noiosa, ripetitiva e abitudinaria farsa ipocrita della nostra cosiddetta cena di famiglia borghese, e iniziava la solita, crudele e strisciante gara al massacro, piena di velate allusioni alle mie supposte mancanze empatiche e ai soliti disastrosi e fallimentari e incompresi tentativi scolastici di reinserimento e ascesa di Ruth, feci finalmente, liberamente e per la prima volta nella mia vita qualcosa di radicalmente diverso, totalmente rivoluzionario, felicemente appagante e squisitamente egoistico solo per il mio esclusivo benessere personale.
Invece di essere, come ogni triste domenica del passato, seduta silenziosamente e rigidamente costretta al mio freddo posto assegnato d’ufficio al grande e massiccio tavolo di pesante e scuro legno di quercia di mio padre, sottomessa fisicamente al suo sguardo accusatore e deluso e costretta senza appello a spingere con la forchetta il cibo freddo nel piatto grande di porcellana chiara senza neanche la minima ombra di appetito o serenità d’animo, immersa nella ragnatela dei loro ricatti emotivi e del loro strisciante disinteresse passivo-aggressivo se non servivo a ripianare danni o regalare comodità immediate, feci quello che volevo fare da una vita.
Mi rimboccai le maniche felice e decisa nella quiete della mia isolata oasi personale di pace cittadina, e con il sorriso sulle labbra rilassate, canticchiando dolcemente a mezza voce, preparai attentamente, amorevolmente e creativamente una cena prelibata, curatissima, deliziosa ed estremamente elaborata e gratificante esclusivamente per me stessa, per la prima volta nella mia intera vita, sentendomi la sola padrona e regina felice di un vasto e ricco regno dove ero finalmente rispettata e protetta a qualsiasi costo.
Cucinai il mio elaborato, profumato e gustosissimo piatto di pasta italiano preferito, unendo abilmente con le mani e amalgamando con cura ingredienti biologici freschi, sani e intensamente profumati acquistati appositamente al mercato rionale, fondendoli dolcemente insieme nella padella capiente e sfrigolante in un rito antico, intimo, quasi meditativo, lenitivo e profondamente e spiritualmente catartico che assunse il sapore speciale e mistico di un battesimo di rinascita spirituale dopo una lunghissima e infinita prigionia dorata che avevo sempre detestato fin da bambina impotente.
Misi della meravigliosa, fluida, sensuale e rilassante musica jazz d’autore a volume medio e gradevole in un gradevole sottofondo acustico caldo che riempiva morbidamente, dolcemente e intelligentemente ogni spazioso e intimo ambiente, corridoio e angolo isolato e prezioso del mio grande salotto moderno, spogliato e libero per sempre dalla cappa asfissiante e silenziosa, perennemente satura, dei loro giudizi invisibili, taglienti e continui sulla mia vita, le mie scelte, i miei vestiti, i miei capelli e le mie presunte mancanze caratteriali e assenze di calore o altruismo filiale a loro piacimento.
Versai orgogliosamente, copiosamente e lentamente, gustandone il rumore, un abbondante calice colmo del mio rarissimo, costoso e vellutato vino rosso d’annata preferito e gelosamente custodito in dispensa per le sole grandi e uniche occasioni speciali della vita, facendolo roteare, ossigenare e aprire lentamente tra le dita nel grande bicchiere bombato di cristallo, e mi godetti silenziosamente, estaticamente e in beata, totale e meravigliosa beatitudine solitaria l’incredibile, struggente e infuocato spettacolo irripetibile di un enorme, intenso e perfetto tramonto rossastro e viola acceso restando comodamente appoggiata e seduta in totale relax con un soffice scialle addosso sul mio adorato balcone panoramico di vetro del mio meraviglioso, conquistato, difeso e accogliente appartamento cittadino dal quale dominavo l’intero paesaggio urbano di Minneapolis con uno sguardo fiero di aquila.

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