Pensai fugacemente, senza rancore ma solo con una pietà sottile e distaccata, a mia sorella Ruth e a quello che faceva in quel preciso istante domenicale della sua inutile vita patinata di menzogne per far colpo sul nulla cosmico dei social media e delle false apparenze, immaginando con un sorrisetto perfido e rassegnato che lei, molto, molto probabilmente, e in maniera fastidiosamente insistente ed egoista, in quel preciso istante temporale si stava già amaramente, piagnucolosamente e sguaiatamente lamentando a gran voce e spargendo finte lacrime di coccodrillo vittimistiche con i nostri poveri, sprovveduti e compiacenti genitori riuniti a tavola del fastidioso ed enorme fatto ingiusto di dover tristemente e scomodamente tornare a usare, mescolandosi al popolino volgare, i lenti, affollati e puzzolenti mezzi pubblici in ritardo per andare ai suoi stupidissimi, inutili e del tutto finti appuntamenti di lavoro da influencer fallita e snob senza talento o mezzi propri per mantenersi il lusso effimero delle foto patinate in cui voleva disperatamente immergersi a sbafo, sfruttando per sempre e per pigrizia comodità o auto non sue prese con la forza della furbizia e dell’appoggio genitoriale cieco che le dava copertura totale.
Pensai poi rapidamente, in un battito di ciglia passeggero, senza odio acceso, senza tristezza mortale o un residuo angosciante di ansia da prestazione o senso di fallimento della pace che li circondava con un muro, ai miei testardi e ciechi genitori invecchiati nell’ignoranza emotiva, che stavano sicuramente, fermamente e amaramente seduti stretti insieme, appesantiti dai loro fallimenti esistenziali mascherati e celati, in quel medesimo momento serale al loro stesso grande, rigido e opulento tavolo da pranzo di querce in quel salone triste e antiquato della mia infanzia sottomessa e mutilata dall’egoismo familiare di fondo e dal favoritismo sistemico per l’incompetenza cronica elevata a debolezza da tutelare.
Me li immaginai lì, che stavano parlando malissimo, furiosamente e concitatamente di me, delle mie colpe, della mia ingratitudine cronica presunta, del mio orribile affronto inaudito fatto all’autorità paterna inaccettabile e al quieto vivere borghese di facciata, rafforzando così ciecamente, scioccamente, comodamente e a vicenda il loro inutile, spesso, disperato e impenetrabile muro congiunto di ottuso diniego storico ed eterno vittimismo cronico purificato, l’unico vero, vero e duraturo terreno fertile e mezzo emotivo comune e patologico dove potevano continuare a sguazzare, fingendo pietosamente e per un’altra generazione finta e falsa, di aver clamorosamente e inequivocabilmente ragione contro i demoni inventati della primogenita ingrata e snaturata, la pecora nera ribelle alla loro pace tossica.
E poi, espirando tutta l’aria dai polmoni distesi, rilassando completamente la schiena, dimenticandomi di loro e assaporando con la punta della lingua l’eccellente e sapido gusto d’uva tannica e frutta scura del vino maturo sulla lingua, con un grandissimo, enorme, sereno, sincero, disarmante e luminoso sorriso vero di pace stampato sulle labbra perfette e prive di stress, distogliendo per l’ultima volta lo sguardo dalla fredda e crudele città sottostante, pensai finalmente e in modo esclusivamente tenero, affettuoso e incondizionato dolcemente e solamente a me stessa, senza egoismi malati, ma come una carezza all’anima.
Pensai intensamente e vivacemente alla piccola, fragile, impaurita e malnutrita, ma incredibilmente coraggiosa e intraprendente ragazzina magra di quindici anni compiuti da poco che in un lontano passato ostile, cacciata via di casa senza valigie o un abbraccio per aver detto una verità scomoda ai genitori su una sufficienza in storia non data, aveva pianto da sola di notte prima del buio per poi dover dormire tremante al freddo con la coperta logora su un ruvido e duro divano scomodo in un salotto prestato in fretta e furia da amici di scuola pietosi del disagio altrui.
E ricordai bene in quel salotto estraneo il sapore acre della paura atavica, il buio dell’incertezza per il domani di quel giorno da adolescente ribelle ma abbandonata in una fredda periferia metropolitana, e rivissi per un secondo magico il puro terrore dell’abbandono stretto in una morsa dura, angosciante e stringente e letale nel suo acerbo e puro cuore in via di sviluppo formativo, destinato però, fin dall’inizio glorioso e ignaro, grazie alle proprie uniche forze interiori ad arrivare fin lassù, dove sedevo io in questo splendido tramonto di vendetta, di serenità e di sollievo in cui io adesso mi sentivo completa senza dover più dimostrare di valere a degli assenti in mala fede.
Le sussurrai allora mentalmente, silenziosamente e amorevolmente con la sola potente ed eterea forza dell’immaginazione e della cura per il bambino interiore sconfitto e sofferente, attraverso le barriere insormontabili del tempo che fugge inesorabile, dello spazio immenso e dei decenni faticosamente trascorsi sulla Terra ad affannarmi sul lavoro e sgobbare da sola senza aiuti monetari genitoriali o sussidi altrui a fondo perduto, che l’incubo infantile doloroso e pesante del rigetto e del favoritismo esplicito era finalmente, interamente, gloriosamente e definitivamente finito e morto per sempre e non l’avrebbe mai più turbata di notte togliendole il respiro.
Le promisi nel profondo solennemente, giurandole sulle stelle nascenti di quel crepuscolo stupendo e indimenticabile, che non avremmo mai, mai, mai e poi mai più in tutto il resto dell’imperscrutabile, magnifico e lungo corso della nostra intera esistenza terrena, dovuto ingoiare in muto e frustrante, rassegnato silenzio di tomba amari e tossici fiumi acidi straripanti di quotidiana delusione, tradimenti morali e manifesto disprezzo genitoriale e sorellare con l’ingenuo intento stupido, infruttuoso, fallimentare e totalmente masochista di compiacere debolmente a suon di mazzate o regali l’animo ingrato e nero di persone tossiche, vuote e malvage che in tutta onestà non ci meritavano nemmeno la metà del nostro unghio, né ci avevano per nulla inteso ed amato o conosciuto veramente nel profondo della nostra grandiosa bellezza interiore, per via di una totale cecità del loro freddo e disperato cuoricino secco che ignorava il duro impegno profuso ogni giorno nel lavoro in confronto alla sorella fallita e protetta.
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