Prima che potessero emettere anche solo un altro piccolo e fastidioso suono gutturale di stupore o protestare inutilmente contro la mia ferma e spietata decisione finale, premei con una forza inaudita e rabbiosa il mio pollice sul pulsante rosso luminoso sullo schermo del mio cellulare e chiusi definitivamente, per l’ultima volta, la chiamata con coloro che mi avevano generata ma mai veramente amata.
Il pesante e denso silenzio che immediatamente seguì all’interno delle rassicuranti mura del mio appartamento fu assolutamente divino, dolce, profondo, pacifico e indicibilmente magnifico in ogni sua singola e vibrante sfumatura.
Non c’erano più le loro fastidiose urla minacciose che rimbombavano nelle mie orecchie ferite, non c’erano più recriminazioni assurde e prive di senso logico da sopportare, e non c’era più nessun vecchio e radicato senso di colpa opprimente a schiacciarmi pesantemente il petto togliendomi il respiro.
Le mie due mani tremavano ancora leggermente in modo quasi impercettibile a causa dell’elevata e improvvisa scarica di adrenalina residua nel sangue, ma il mio respiro era stranamente e sorprendentemente calmo, profondo e ritmico come quello di un corridore che ha appena superato la linea del traguardo dopo una lunga e sfiancante maratona.
Avevo appena reciso chirurgicamente, in modo definitivo e con un solo, doloroso ma liberatorio colpo netto di spada, l’invisibile ma pesantissimo e avvelenato cordone ombelicale tossico che mi legava a loro dalla nascita impedendomi di volare libera.
Senza perdere altro prezioso tempo a pensarci su, andai con le dita decise nelle impostazioni avanzate della rubrica del telefono e bloccai definitivamente e permanentemente i numeri cellulari e fissi di entrambi i miei genitori, assicurandomi tecnicamente che non potessero neanche provare a lasciarmi nemmeno un singolo e patetico messaggio vocale implorante in segreteria telefonica.
Subito dopo questo gesto liberatorio, aprii l’applicazione verde di messaggistica istantanea e inviai un rapido e gioioso aggiornamento scritto a zia Eleanor, la mia unica, vera, fedele e saggia alleata in quel vasto e tempestoso mare di assoluta follia familiare che avevo finalmente abbandonato.
“La missione di salvataggio è stata compiuta con un enorme e strepitoso successo su tutta la linea operativa.”
“La macchina danneggiata è stata recuperata senza incidenti ed è ora al sicuro, custodita sotto chiave nella mia carrozzeria di stretta fiducia.”
“L’intera famiglia nucleare è stata da me formalmente e definitivamente bloccata su tutti i possibili fronti e canali di comunicazione esistenti al mondo.”
La sua calorosa, affettuosa ed entusiasta risposta scritta arrivò sul mio display in modo quasi istantaneo, ed era formattata in modo tale da rappresentare esattamente le parole di cui avevo disperatamente e intimamente bisogno in quel momento per concludere degnamente, gloriosamente e gioiosamente quella folle mattinata surreale e densa di eventi.
“Sono incredibilmente e immensamente fiera del grande e indomabile coraggio leonino che hai dimostrato di possedere in maniera così palese e inequivocabile quest’oggi, affrontando a testa alta i tuoi peggiori demoni del passato e uscendone vincitrice assoluta.”
“Hai appena spezzato in modo irreversibile una catena tossica, lunghissima e incredibilmente pesante che ti teneva prigioniera da anni senza che tu te ne rendessi nemmeno pienamente e consapevolmente conto.”
“Preparati psicologicamente e fisicamente, indossa il tuo vestito più bello, perché il pranzo favoloso e lussuoso di oggi, per celebrare questa indimenticabile e storica vittoria personale, te lo offro orgogliosamente e felicemente io nel miglior posto della città.”
Sorrisi apertamente e genuinamente leggendo le sue affettuose parole attraverso lo schermo retroilluminato, sentendo quasi fisicamente l’invisibile e opprimente tensione muscolare abbandonare completamente e defluire via dai muscoli perennemente tesi delle mie povere spalle e del mio collo dolorante.
Il resto di quella lunghissima e per me storica giornata lavorativa passò in una strana, inedita, incredibilmente fluida e meravigliosamente pacifica tranquillità interiore ed esteriore.
Lavorai agilmente e con grande efficienza in modalità remota dal tavolo di casa mia, seduta alla mia comoda scrivania di legno massiccio situata proprio vicino alla grande finestra luminosa, concentrandomi facilmente e profondamente sui miei complessi e stimolanti progetti analitici e finanziari.
La mia mente era incredibilmente e straordinariamente lucida, svuotata dai soliti e assillanti pensieri parassiti, sapendo che non avrei mai più dovuto preoccuparmi di affrontare, giustificare e sopportare stoicamente la tipica, noiosa e dolorosa cena domenicale in famiglia.
Non avrei mai più dovuto deglutire a fatica e controvoglia l’arrosto secco e insipido cucinato in modo approssimativo da mia madre fingendo educatamente che tutto andasse magicamente e perfettamente per il verso giusto nella nostra famiglia palesemente disfunzionale e allo sbando emotivo.
Non avrei mai più dovuto ascoltare in silenzioso e accondiscendente assenso i lunghi, ipocriti, pomposi e vuoti discorsi moralizzatori di mio padre sull’inestimabile e supremo valore dell’aiuto reciproco e incondizionato familiare, un principio sacro che, chissà perché, per lui valeva e si applicava magicamente solo ed esclusivamente quando era l’amata Ruth a doverne trarre sempre e immancabilmente un qualche cospicuo e ingiustificato beneficio economico o logistico.
La vera famiglia di sangue dovrebbe essere sempre concepita e vissuta in modo sano come un caldo e accogliente porto sicuro in cui potersi rifugiare tranquillamente durante le inevitabili tempeste della vita, e non certo come un buio, ostile e pericoloso vicolo cieco dove vieni costantemente e sistematicamente derubato senza pietà della tua preziosa energia vitale, del tuo sudato denaro e delle tue legittime conquiste personali e professionali da coloro che dovrebbero invece proteggerti.
Nel tardo e assolato pomeriggio di quella memorabile giornata, mi preparai e andai puntualmente a pranzare per festeggiare adeguatamente la mia liberazione con zia Eleanor in un bellissimo, lussuoso ed elegante ristorante pluristellato situato strategicamente proprio in pieno e vibrante centro città, circondato dai grattacieli lucenti.
Brindammo allegramente e rumorosamente facendo tintinnare due grandi ed eleganti calici di costoso e prelibato vino bianco ghiacciato alla mia appena ritrovata, assoluta e inebriante libertà psicologica e materiale, che aveva il sapore fresco e fruttato della vittoria personale su antiche avversità e soprusi ingiusti.

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