“Santo cielo, era soltanto un banalissimo, superficiale e insignificante graffio sulla fiancata!” esclamò lui a gran voce e in tono sprezzante, minimizzando subdolamente come aveva sempre e costantemente fatto per coprire e giustificare ogni singolo errore, disastro o malefatta compiuta da Ruth in tutta la sua vita.
“Smettila di comportarti in modo così assurdamente materialista, egoista e attaccata agli oggetti, Caroline, mi stai deludendo.”
“Tua sorella minore aveva un urgente e bisogno vitale di ricevere una mano da noi per emergere professionalmente nel suo campo lavorativo, e tu, invece di essere felice per lei, stai facendo una gigantesca e ridicola scenata teatrale di cattivo gusto solo per un po’ di banalissima vernice metallizzata graffiata per sbaglio.”
“Inoltre, lei ha degli impegni importantissimi di pubbliche relazioni questa impegnativa settimana e ha un disperato e assoluto bisogno logistico di apparire professionale e benestante agli occhi dei suoi futuri clienti di alto livello.”
“Pretendo da te, come padre e come capofamiglia, che tu le riporti la sua macchina immediatamente sotto casa e ti scusi profusamente in ginocchio per questo tuo intollerabile comportamento infantile e vendicativo.”
La sfacciata, abominevole e cieca presunzione patriarcale orgogliosamente contenuta e ostentata nella sua voce baritonale, unita all’ordine perentorio e inaccettabile impartito come se io fossi ancora la spaurita, insicura e fragile ragazzina di soli quindici anni che lui poteva umiliare, minacciare e cacciare brutalmente di casa a suo completo piacimento e totale arbitrio, mi fece salire prepotentemente, violentemente e inarrestabilmente tutto il sangue alla testa pulsando nelle tempie.
“No,” dissi, in un modo così incredibilmente semplice, estremamente chiaro, meravigliosamente inequivocabile e assolutamente definitivo che non lasciava spazio a ulteriori e patetiche trattative.
Ci fu immediatamente un’intera, lunghissima e pesantissima frazione di secondo di assoluto silenzio totale e assolutamente scioccato dall’altra parte dell’instabile linea telefonica.
“Come hai osato dire, scusami tanto?” chiese lentamente mio padre a voce incredibilmente bassa e minacciosa, l’incredulità pura, lo sdegno e il totale sbigottimento resi palesemente evidenti e percepibili in ogni singola e articolata sillaba del suo tono interrogativo.
“Ho detto semplicemente e chiaramente di no,” ripetei con una calma glaciale e inquietante, scandendo benissimo ogni singola vocale della parola affinché non ci potessero essere fastidiosi, comodi o finti fraintendimenti di sorta da parte sua.
“La mia bellissima e costosa automobile privata si trova attualmente al sicuro e ben protetta in un’eccellente officina meccanica specializzata per essere debitamente, accuratamente e professionalmente riparata dai danni subiti.”
“Sarà faticosamente sistemata e riverniciata completamente a mie esclusive spese, pagando profumatamente di tasca mia il conto salato per rimediare a un orribile e stupido danno causato esclusivamente e colpevolmente dal fidanzato idiota, irresponsabile e pericolosamente distratto della tua amata, viziata e inutile figlia preferita.”
“Quella macchina non tornerà mai più, per nessun motivo al mondo e in nessuna possibile circostanza immaginabile o futura, nelle mani maldestre, avide e incapaci di Ruth, né tantomeno nelle tue mani prepotenti e ladre.”
Sentii chiaramente e nitidamente la voce apprensiva, fastidiosamente acuta e nasale di mia madre in sottofondo, che gli chiedeva concitatamente, ansiosamente e ripetutamente cosa diavolo stesse mai succedendo e perché lui avesse improvvisamente, stranamente e inspiegabilmente smesso di urlare a pieni polmoni contro di me.
Mio padre le sussurrò in fretta e furia qualcosa di soffocato e incomprensibile coprendo il microfono con il palmo della mano, e un solo attimo dopo mia madre, presa dal panico, gli strappò prepotentemente il telefono di mano.
“Caroline, tesoro mio dolcissimo, ti prego con tutto il mio cuore,” iniziò lei in modo teatrale, usando da subito senza vergogna quel suo classico tono drammatico, finto-affettuoso, pietosamente lamentoso, disgustosamente vittimistico e altamente passivo-aggressivo che avevo imparato a detestare con tutta l’anima crescendo in quella casa.
“Non puoi e non devi distruggere irrimediabilmente la preziosa pace e la sacra unione della nostra bella famiglia in questo modo brutale, meschino e insensato solo per una stupida, fredda e insignificante automobile fatta di metallo e plastica.”
“La tua povera, dolce e fragile sorella è disperata in questo momento e sta singhiozzando ininterrottamente sul divano del suo appartamento sentendosi tremendamente in colpa per averti deluso.”
“Ha un incontro d’affari cruciale e insostituibile con un potenziale e importantissimo cliente molto facoltoso proprio oggi pomeriggio alle quindici, e ora non sa minimamente come arrivarci in tempo utile senza rischiare di sembrare una persona fallita e poco affidabile agli occhi degli altri.”
“Sii per una volta la brava e saggia sorella maggiore matura, comprensiva e generosa che tutti noi sappiamo e crediamo fermamente tu possa e debba essere, per favore te lo chiedo.”
“Fallo unicamente per me, Caroline, te lo chiedo in ginocchio come tua madre che ti ha generata e ti ha sempre amata profondamente.”
Chiusi fortissimo gli occhi serrando le palpebre, sentendo un’immensa, pesante e terribilmente familiare ondata di totale stanchezza emotiva invadere silenziosamente e inesorabilmente ogni singola e sfinita cellula del mio corpo logorato, ma la mia granitica e ritrovata risoluzione interiore non vacillò né tremò nemmeno di un singolo, minuscolo e impercettibile millimetro rispetto alla mia decisione iniziale.
“Mamma, apri bene le orecchie e ascoltami molto attentamente: la nostra finta e ipocrita famiglia l’avete distrutta completamente voi due anni e anni fa, proprio quando avete deliberatamente e insindacabilmente deciso che i continui capricci e bisogni di Ruth erano l’unica vera cosa che contava in tutto l’intero universo.”
“L’avete distrutta a martellate in modo irreparabile e imperdonabile in quella drammatica e fredda notte autunnale di ben diciassette anni fa, quando mi avete freddamente e spietatamente intimato di fare le mie povere valigie logore e andarmene di casa da sola e senza soldi solo perché osavo timidamente chiedere un minimo di giusto supporto economico e affettivo per i miei difficili studi liceali.”
“E l’avete confermato per l’ennesima volta in modo palese, sfrontato e indiscutibile domenica sera scorsa a cena, quando mi avete vilmente rubato dal muro le chiavi della mia stessa macchina senza nemmeno pensare per un nano-secondo di chiedere il mio parere, il mio consenso o rispettare la mia fatica e il mio denaro speso.”
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