Era l’evidenza fisica, tangibile, incontrovertibile e innegabile del fatto disgustoso che a nessuno dei membri della mia famiglia importava minimamente del mio duro lavoro o del mio dolore emotivo.
Senza esitare, indugiare o tentennare inutilmente per un altro singolo e prezioso istante, premei con decisione il pulsante di sblocco sulle mie chiavi di scorta strette nel pugno.
Le due frecce direzionali dell’auto lampeggiarono rapidamente due volte nell’oscurità e le pesanti portiere si sbloccarono emettendo un suono secco, meccanico e infinitamente rassicurante per le mie orecchie.
Aprii di scatto la portiera dal lato del guidatore, mi sedetti pesantemente al mio posto di guida e fui immediatamente e sgradevolmente investita da un forte e stagnante odore di fumo di sigaretta, profumo maschile da quattro soldi e patatine fritte vecchie di giorni.
Sul sedile del passeggero, un tempo assolutamente immacolato e profumato di nuovo, c’erano gettate carte unte e accartocciate di fast food, bicchieri di plastica vuoti di caffè macchiati ai bordi e un voluminoso maglione sportivo scolorito che apparteneva inequivocabilmente a Brandon.
I due fidanzatini avevano trattato la mia preziosa auto nuova, che rappresentava il sudato frutto di quasi due anni di enormi sacrifici finanziari e dolorose rinunce personali, letteralmente come se fosse un lurido bidone dell’immondizia pubblico.
Afferrai con stizza rabbiosa tutta l’immondizia sparsa sui sedili e il pesante maglione puzzolente, li raccolsi in un grande mucchio disordinato stringendoli tra le mie stesse braccia e scesi di nuovo, furibonda, dall’auto.
Poggiai tutto quel pattume informe con estrema fermezza e senza provare il minimo riguardo direttamente sull’asfalto freddo e sporco, depositando i loro rifiuti proprio nello spazio vuoto del parcheggio dove prima si trovava la portiera aperta del passeggero.
Non avrei assolutamente tollerato quella vergognosa e inumana mancanza di rispetto verso le mie cose e i miei spazi nemmeno per un altro misero secondo della mia esistenza terrena.
Risalii in fretta in macchina, sbattei forte la portiera per chiuderla, inserii meccanicamente la chiave elettronica nel quadro strumenti e accesi il potente motore silenzioso della berlina.
Sentii un forte, caldo e inebriante brivido di soddisfazione pura scorrermi lungo tutta la spina dorsale, dai capelli fino ai piedi, mentre il moderno cruscotto digitale prendeva vivacemente vita illuminandosi di blu.
Ingranai la marcia in modalità di guida silenziosa e uscii lentamente, fluidamente e dolcemente dal parcheggio residenziale condominiale, imponendomi di non voltarmi mai a guardare indietro attraverso lo specchietto retrovisore.
Guidai direttamente e senza distrazioni, percorrendo le grandi strade cittadine ancora quasi completamente deserte, verso una rinomata e affidabile carrozzeria di fiducia che si trovava strategicamente situata a pochi chilometri di distanza, molto vicino al mio edificio direzionale dove lavoravo.
Sapevo perfettamente e per esperienza diretta che quel particolare e rinomato esercizio commerciale apriva le sue serrande molto presto la mattina, e volevo assicurarmi ad ogni costo e il prima possibile che il veicolo danneggiato fosse immediatamente messo al riparo in mani sicure e competenti.
L’aria condizionata fredda, che avevo rabbiosamente spinto al massimo della sua potenza di ventilazione, iniziò rapidamente ed efficacemente a pulire e purificare l’odore sgradevole e acre dall’abitacolo chiuso.
Quando finalmente posteggiai l’auto nel piazzale ed entrai nel cortile della carrozzeria, il proprietario del locale, un uomo cordiale, corpulento e onesto di nome Marco che conoscevo da diversi anni come cliente abituale, stava proprio in quel momento alzando rumorosamente la saracinesca principale e mi salutò con un grande e sincero sorriso sorpreso.
Gli spiegai l’intera spiacevole situazione in termini estremamente pratici, concreti e diretti al punto, omettendo accuratamente l’imbarazzante dramma familiare sottostante ma sottolineando con forza l’estrema urgenza della mia richiesta.
Gli dissi molto chiaramente e senza mezzi termini che avevo un disperato bisogno di far riparare a regola d’arte il danno estetico il prima possibile e, cosa ancora più importante, che volevo assolutamente lasciare l’auto preziosa ben nascosta nel suo deposito chiuso e custodito per almeno qualche lungo giorno lavorativo.
Marco annuì comprensivo, si avvicinò lentamente e con aria professionale al lato del passeggero del veicolo, esaminò molto attentamente il lungo, frastagliato e profondo graffio sulla fiancata lucida, fece un fischio basso e prolungato di evidente disapprovazione e annuì ancora una volta con aria profondamente professionale e seria.
“Ci vorrà sicuramente qualche giorno di duro e meticoloso lavoro manuale per levigare lo strato danneggiato, preparare il fondo e verniciare nuovamente questa fiancata a dovere,” mi assicurò con un tono pacato, rassicurante e calmo, prendendo ufficialmente in consegna le mie chiavi di scorta dalle mie mani.
“E non ti preoccupare minimamente per il resto delle questioni di sicurezza, ti garantisco che qui dentro la tua bellissima berlina è assolutamente e totalmente al sicuro sotto chiave.”
“Garantisco personalmente con il mio nome e la mia reputazione che assolutamente nessuno la toccherà, la vedrà, o cercherà di portarsela via senza la tua esplicita, chiara e inequivocabile autorizzazione verbale, scritta e da me severamente verificata.”
Ringraziai Marco caldamente ed emotivamente per la sua immensa disponibilità e comprensione professionale, uscii a passo svelto dal cortile della carrozzeria e mi avviai a piedi verso il mio appartamento, che fortunatamente distava solo un paio di brevi isolati da lì.
Camminando spedita sul marciapiede lastricato, mentre la grande città metropolitana iniziava lentamente, rumorosamente e inesorabilmente a svegliarsi tutto attorno a me, mi sentivo finalmente, per la primissima volta nella mia vita adulta, l’unica, fiera e vera padrona assoluta e incontrastata del mio destino futuro.
Erano da poco passate le otto in punto del mattino quando varcai con passo sicuro la soglia di casa mia e chiusi pesantemente la porta blindata alle mie spalle, facendo girare la chiave nella serratura per due volte di seguito.
Sapevo con assoluta, incrollabile e cristallina certezza matematica che il gigantesco vulcano tossico e dormiente della mia disfunzionale famiglia d’origine stava per eruttare in maniera esplosiva e catastrofica, e mi preparai mentalmente, psicologicamente ed emotivamente a sopportare senza cedere il suo inevitabile e violento impatto.

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