Bloccai senza pietà, senza rimorsi di sorta e con un freddo ma soddisfacente click digitale sullo schermo del cellulare tutti i numeri fastidiosi o insistenti che cercavano invano di superare i miei nuovi muri protettivi e le mie ferree e invalicabili barriere personali finalmente erette e ben salde a difesa della mia salute mentale, e continuai serenamente, orgogliosamente e del tutto indisturbata il cammino positivo e ascendente con la mia felice, pacifica e brillante vita di meritato e sudato successo personale, lavorativo ed emotivo finalmente libero da pesanti zavorre.
Capii rapidamente e profondamente, analizzando la patetica e prevedibile reazione spropositata e rabbiosa del branco escluso, una grande, saggia, immortale e universale verità psicologica che non avrei mai più dimenticato per il resto dei miei giorni sulla terra illuminata dal sole benevolo e caldo della giustizia raggiunta e sudata con fatica: difendere in modo fermo e inamovibile i propri sani, vitali e legittimi confini personali spaventa e infuria sempre a morte coloro che, fino a quel fatidico momento di ribellione e rottura, traevano senza alcuno sforzo un enorme e parassitario beneficio materiale e piscologico dalla loro totale, compiacente e passiva assenza.
Alla fine esatta di quella intensa, faticosa, caotica ma immensamente trasformativa settimana lavorativa piena di sconvolgimenti emotivi, silenzi pesanti, scelte radicali e vittorie morali, ricevetti finalmente, attesa come un dono inestimabile e rassicurante, una formale ma graditissima telefonata dalla segreteria della carrozzeria fidata che mi informava con tono professionale e cortese che la mia amata e sudata berlina era finalmente pronta per l’atteso ritiro, perfetta, tirata a lucido e ripristinata al suo splendore originario, come promesso dal buon Marco.
Andai felice e sollevata a ritirarla di persona e con passo leggero in officina la mattina limpida e fresca del giorno seguente, dopo aver preventivamente preso, senza alcun problema o remora giustificativa, un meritato permesso retribuito dal lavoro d’ufficio per assentarmi due ore, ed entrai decisa nella reception del locale odoroso di vernice fresca e mastice pagando con fierezza il conto salato e dovuto senza esitare o protestare.
Il buon Marco e la sua abile, esperta e dedita squadra di carrozzieri professionisti avevano fatto un lavoro a dir poco eccezionale, minuzioso, invisibile e certosino, superando di gran lunga le mie più rosee aspettative iniziali.
La portiera dal lato destro del passeggero splendeva impeccabilmente e in maniera abbacinante sotto la luce forte del sole mattutino, liscia, perfetta e senza alcuna minima imperfezione, esattamente come se non fosse mai stata sfiorata, graffiata o stupidamente danneggiata da nulla in tutta la sua breve ma travagliata vita su ruote.
Entrai con cautela, riverenza e un pizzico di profonda emozione gioiosa e sollevata nell’abitacolo immacolato e sanificato della mia macchina recuperata e salvata, chiusi dolcemente e silenziosamente la pesante e solida portiera a tenuta stagna per isolarmi dai rumori sordi e molesti del traffico stradale esterno e inspirai profondamente, a pieni e grati polmoni dilatati, il delizioso, familiare e inebriante profumo avvolgente di interni puliti, plastica nuova e sedili in pelle pregiata, finalmente depurati dalla sgradevole e indelebile puzza tossica dei vizi ignoranti di mia sorella e del suo incosciente fidanzato scroccone.
La vettura potente, silenziosa e meravigliosa era tornata ad essere di nuovo esclusivamente ed egoisticamente mia, in modo completo, assolutamente legale, sicuro, inequivocabile e permanente, senza che nessun altro avesse più le maledette e invadenti chiavi o la facile possibilità di sottrarmela ingiustamente e senza conseguenze, come era tragicamente accaduto durante quella orribile e triste domenica sera piena di abusi, che ormai sembrava un lontano e sfocato ricordo, un incubo passato, distante e sconfitto che non aveva più alcun potere oscuro su di me.
Mentre guidavo rilassata, comoda, felice e appagata verso casa mia, ascoltando felicemente a tutto volume la mia adorata e ritmata stazione radiofonica preferita e accarezzando la pelle liscia del volante, il moderno ed efficiente navigatore satellitare mi fece passare del tutto inavvertitamente, guidandomi in base all’algoritmo del traffico cittadino della tarda mattinata, proprio davanti all’inizio del lungo e familiare viale principale e d’accesso del vecchio, snob e alberato quartiere periferico in cui vivevano ignari i miei genitori isolati dal mondo reale in cui si guadagnano le cose.
Per una minuscola, ridicola e totalmente insignificante frazione di secondo infinitesimale, il mio vecchio istinto irrazionale, sottomesso e fortemente condizionato e plasmato da decenni di abusi infantili, abitudini familiari tossiche e continue, pesanti lavate di cervello materne mirate ad annientare la mia autostima fin dalla culla, mi suggerì subdolamente e flebilmente di girare a destra il volante di cuoio, svoltare l’angolo oscuro della strada ben asfaltata e andare a controllare segretamente se per caso c’era ancora la luce gialla accesa e rassicurante della lampada grande e familiare nel vecchio, spazioso e soffocante soggiorno di casa loro, dove in quel preciso momento probabilmente si stavano scambiando le loro quotidiane e vuote falsità velenose sul mio conto o sul destino ingiusto di Ruth.
Ma strinsi saldamente e fermamente le dita magre e affusolate intorno alla pelle morbida del volante della mia macchina, ignorai categoricamente, orgogliosamente e spietatamente il patetico, subdolo e strisciante impulso tossico e autolesionista che mi chiamava dal profondo dell’animo frammentato del passato, spinsi un po’ più forte e con sicurezza incrollabile il piede destro sull’acceleratore sensibile per prendere rapidamente velocità in rettilineo e continuai imperterrita, dritta, serena e spedita per la mia strada principale che mi conduceva diritta, inesorabile e luminosa verso il sole, il futuro e la mia vera e incontrastata casa, dove ero padrona e regina di me stessa e delle mie cose legittime.
Non avevo assolutamente più il minimo e vitale bisogno emotivo, psicologico o finanziario di cercare in modo disperato, strisciante e patetico la loro inafferrabile, falsa e condizionata approvazione in cambio della mia obbedienza cieca e del sacrificio totale e doloroso dei miei beni e dei miei sogni più grandi a favore dei continui fallimenti egoistici della loro prediletta e viziata seconda figlia Ruth, che ormai mi faceva solo pena.

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