Non finì la frase.

Un boato assordante scosse la tenuta. Le finestre a golfo dell’atrio tremarono violentemente. Un’esplosione aveva appena divelto il cancello principale di ferro battuto, alto quattro metri.

Poi, l’oscurità. Il bypass di Marco aveva funzionato. La corrente principale saltò, e con essa le luci esterne e il sistema di allarme principale. I generatori di emergenza si attivarono dopo dieci lunghi secondi, inondando i corridoi di una pallida luce rossa d’emergenza.

«Emily!» urlò Matteo sopra il crepitio degli spari che iniziavano a risuonare dal giardino. «Prendi la Signora Rosa! Portala nella stanza antipanico! Ora! Chiudetevi dentro e non aprite a nessuno che non sia io o Luca!»

Corsi verso la biblioteca. Rosa era in piedi, il bastone in mano, lo sguardo fermo. Non era spaventata; era pronta.

«Andiamo, Signora Rosa,» dissi, prendendola per il braccio.

Mentre ci avviavamo verso il passaggio segreto dietro la libreria di quercia, sentii la voce di Luca riecheggiare dal piano superiore. Stava impartendo ordini, freddo e spietato. L’Assedio era iniziato.

PARTE III: SANGUE SUL MARMO

Guidare un’anziana di settantasette anni attraverso i corridoi bui di una villa immensa mentre fuori imperversava una guerra era un’impresa da incubo. Il rumore dei fucili automatici era assordante. Vetri andavano in frantumi. Le grida degli uomini in italiano e in russo si mescolavano al suono incessante della pioggia che batteva contro i vetri rotti.

La stanza antipanico si trovava nei sotterranei, dietro le cantine dei vini. Raggiungemmo le scale di pietra, illuminate solo dalle luci rosse d’emergenza. Il respiro di Rosa era affannoso, le sue mani fredde come il ghiaccio.

«Ci siamo quasi,» le sussurrai, sostenendola.

Improvvisamente, la porta in cima alle scale che avevamo appena chiuso si spalancò.

Mi voltai di scatto. La figura massiccia di un uomo armato si stagliò contro la luce fioca. Non era uno degli uomini di Luca; indossava una giacca tattica e aveva il volto coperto da un passamontagna nero. Un russo.

Puntò il fucile verso il basso, verso di noi.

Il tempo sembrò rallentare. L’istinto di sopravvivenza, unito a un senso di protezione primordiale verso la donna anziana che stavo tenendo, prese il sopravvento.

Lasciai andare Rosa, mettendomi davanti a lei. Infilai la mano nella tasca del grembiule. La Glock 19 che Luca mi aveva dato sembrava pesare mille chili. La estrassi, puntandola verso l’alto. Le mie braccia tremavano in modo ridicolo. Non avevo mai sparato a niente in vita mia, se non ai barattoli durante un noioso capodanno in campagna.

L’uomo esitò per un secondo, sorpreso di vedere una cameriera puntargli addosso un’arma. Quel secondo fu la sua rovina.

Schiacciai il grilletto. Una, due, tre volte.

Il rinculo mi quasi slogò il polso. Il boato fu assordante nello stretto vano delle scale di pietra. I primi due colpi andarono a vuoto, frantumando l’intonaco del muro. Ma il terzo lo colpì in pieno petto, proprio sotto il giubbotto antiproiettile, dove la protezione tattica si interrompeva.

L’uomo emise un grugnito strozzato, lasciò cadere il fucile e ruzzolò giù per le scale con un tonfo sordo, fermandosi a pochi passi da noi. Una pozza di sangue scuro iniziò ad allargarsi sui gradini di marmo bianco.

Fissai il cadavere, la pistola ancora fumante tra le mani. Avevo appena ucciso un uomo. Il respiro mi si bloccò in gola, e sentii un conato di vomito salirmi nello stomaco.

«Emily.» La voce di Rosa fu l’ancora che mi impedì di perdere i sensi. La sua mano si posò saldamente sulla mia spalla. «Respira, figlia mia. Hai fatto quello che dovevi. Salva le lacrime per dopo. Ora dobbiamo chiuderci dentro.»

Annuii, deglutendo a fatica. Scavalcammo il corpo inerte e raggiungemmo la spessa porta d’acciaio della stanza antipanico. Digitai il codice — 0911, la data in cui Elena era morta — e spinsi la pesante leva.

Entrammo, e quando la porta si chiuse ermeticamente alle nostre spalle, i rumori della guerra all’esterno divennero solo echi lontani. La stanza era sicura. Aveva telecamere di sorveglianza collegate a batterie indipendenti.

Accesi i monitor. Le immagini in bianco e nero mostravano il caos che regnava nella tenuta. Nel giardino posteriore, gli uomini di Matteo stavano tenendo una linea di fuoco contro decine di invasori. Ma le telecamere dell’atrio principale mi fecero gelare il sangue.

I russi avevano sfondato. Erano entrati in casa. E tra loro, vestito con un elegante completo grigio, camminava un uomo con i capelli biondo cenere tirati indietro e il volto sfregiato da una cicatrice che gli attraversava la guancia destra.

Lorenzo Bellini.

Era entrato nella sua vendetta con la calma di chi sa che il destino è dalla sua parte. Avanzava tra i corridoi, fiancheggiato da quattro uomini pesantemente armati, dirigendosi dritto verso l’ala principale. Cercava Luca.

«Guarda,» sussurrò Rosa, indicando il monitor della sala da pranzo. La stessa sala dove, tre anni prima, sua figlia aveva avuto giustizia.

Sullo schermo, la porta a doppi battenti della sala da pranzo si spalancò. Lorenzo Bellini vi entrò.

Ma la stanza non era vuota.

In fondo al lungo tavolo di quercia, seduto a capotavola nell’oscurità illuminata solo dalle luci rosse intermittenti, c’era Luca Moretti.
Non aveva in mano armi evidenti. Era seduto esattamente nella stessa posa rilassata che aveva assunto la sera in cui aveva distrutto Vanessa.

Lorenzo sorrise. Attraverso le telecamere potevamo vedere il suo viso contorcersi in una smorfia di trionfo malato, ma non potevamo sentire l’audio. L’uomo fece un cenno ai suoi mercenari russi di restare indietro, vicino alla porta, ed avanzò da solo verso Luca, fermandosi a pochi metri da lui, puntandogli una pistola placcata in oro direttamente alla testa.

«La arroganza dei Moretti,» sussurrò Rosa, gli occhi fissi sullo schermo. «Luca sapeva che sarebbe andato a cercarlo lì. L’ha aspettato.»

PARTE IV: LA SALA DEI FANTASMI

Ciò che accadde dopo fu così veloce e calcolato da sembrare surreale.

Lorenzo mosse le labbra. Stava parlando, probabilmente gustandosi il momento, snocciolando il suo monologo di vendetta. Luca ascoltava, impassibile, la testa leggermente reclinata.

Poi, Luca sollevò lentamente una mano e indicò il pavimento sotto i piedi di Lorenzo.