«Sì, Capo.» La voce del caporegime era priva di emozione.
«Portala nella cantina est. Quella insonorizzata.»
Vanessa cacciò un urlo agghiacciante. «No! Papà! Papà, aiutami!» Si divincolò selvaggiamente quando due degli uomini di Matteo la afferrarono per le braccia, sollevandola da terra di peso. La seta rossa del vestito si strappò lungo il fianco, rivelando la pelle pallida, ma a nessuno importò. Scalciava, graffiava, implorava pietà, chiamando il nome di Luca, poi quello di suo padre, e infine imprecando contro Rosa, la cui dignità silenziosa faceva da perfetto contrasto a quello spettacolo patetico.
Don Bellini fece per alzarsi di nuovo, ma questa volta tre armi da fuoco gli furono puntate direttamente alla testa.
«Ascoltatemi bene, tutti voi,» dichiarò Luca, alzando la voce in modo che riempisse ogni angolo della sala. Il suo sguardo spazzò i trentotto ospiti, fermandosi infine su Don Bellini. «Da questa notte, l’alleanza tra la famiglia Moretti e la famiglia Bellini è annullata. Chiunque di voi decida di schierarsi con quest’uomo, consideri se stesso un uomo morto entro l’alba.»
Nessuno fiatò. I consiglieri di Bellini abbassarono gli sguardi sui loro piatti. La codardia della mafia, la lealtà comprata solo dalla convenienza e dalla paura, si palesava in tutta la sua nudità.
«Don Bellini,» disse Luca, avvicinandosi all’anziano boss. «Tua figlia ha ucciso la mia vita. Te la rimanderò a pezzi. Pezzi piccoli, inviati in scatole di legno grezzo. E se provi a muovere un solo soldato contro di me in rappresaglia, brucerò la tua famiglia fino all’ultimo ramo, comprese le tue nipoti e tua moglie.»
Don Bellini deglutì, una goccia di sudore freddo gli scivolò lungo la tempia. Annuii impercettibilmente. Sapeva di aver perso. Sapeva che in quel mondo, il sangue versato richiedeva un tributo di sangue, e il crimine di Vanessa era imperdonabile.
«Fuori,» sibilò Luca. «Tutti quanti. La cena è finita.»
La sala si svuotò in meno di cinque minuti.
Gli uomini potenti, nei loro abiti di sartoria, corsero verso le porte come topi che abbandonano una nave in fiamme, trascinandosi dietro mogli pallide e silenziose. Don Bellini fu l’ultimo a uscire, affiancato dai suoi uomini, l’ombra di un uomo ormai distrutto. Le urla di Vanessa, che riecheggiavano ovattate dai corridoi sotterranei della tenuta, furono la colonna sonora della loro ritirata.
Rimanemmo soli.
Io, in piedi con il mio vassoio, ancora tremante. Luca, al centro della stanza devastata. E la Signora Rosa, ancora seduta al suo posto.
Luca si voltò verso di me.
«Emily,» disse, la sua voce ora priva di quel tono metallico e letale, tornando a essere umana, intrisa di una stanchezza millenaria. «Prepara del tè caldo per la Signora Rosa. Servilo nel salotto della biblioteca. Accendi il camino.»
«S-sì, signor Moretti. Subito,» balbettai, fiondandomi verso la cucina, grata di avere uno scopo, un compito che mi allontanasse da quella sala che puzzava di paura e rivelazioni.
Mentre mi allontanavo, mi fermai sulla soglia e mi voltai indietro per un solo istante.
Vidi l’uomo più temuto della costa, il boss spietato, crollare in ginocchio accanto alla sedia della Signora Rosa. Vidi Luca Moretti, le cui mani erano sporche del sangue di decine di uomini, appoggiare la testa sul grembo della madre di sua moglie.
Rosa alzò una mano tremante e la posò sui folti capelli scuri di Luca, accarezzandolo come avrebbe accarezzato un bambino ferito.
E poi, in quel silenzio sepolcrale, interrotto solo dal ticchettio dell’orologio a pendolo nel corridoio, sentii Luca piangere. Un pianto rotto, devastante, che sgorgava dal profondo della sua anima spezzata. Pianse per la moglie che gli era stata strappata via, per l’anno trascorso nel buio, per il tradimento e per il mostro che sarebbe dovuto diventare ancora di più per vendicarla.
«Lo so, figlio mio,» sussurrò Rosa in italiano, la sua voce colma di una compassione infinita. «Lo so. Ora è finita. La nostra Elena può riposare in pace.»
Le ore successive furono surreali.
Preparai il tè alla camomilla nel servizio buono, quello di porcellana di Limoges che Elena amava tanto. Lo portai nella biblioteca. Il fuoco crepitava allegramente nel grande camino di pietra, proiettando ombre calde sui volumi antichi. Rosa era seduta sulla poltrona di pelle, una tazza fumante tra le mani, lo sguardo perso tra le fiamme.
Luca non c’era. Dalla finestra della cucina, però, vedevo i fari dei SUV neri che partivano uno dopo l’altro nel buio della notte. La guerra non era stata evitata; era appena iniziata, ma questa volta, Luca non combatteva per il territorio o per i soldi. Combatteva per il fantasma di una ragazza che amava il mare.
I giorni che seguirono l’incidente della cena cambiarono per sempre le dinamiche della tenuta Moretti.
Vanessa non fu mai più vista. Girarono voci, sussurri tra le cameriere e gli uomini della sicurezza, su pacchi anonimi consegnati alla villa dei Bellini. Il cartello Bellini cercò di reagire, ma Luca abbatté su di loro una collera così biblica, un’ira così fredda e implacabile, che nel giro di sei mesi non rimase più nulla del loro impero. Furono spazzati via, le loro attività smantellate, i loro capi costretti alla fuga o sepolti sotto fondamenta di cemento armato.
Io continuai a lavorare per Luca. Mi aspettavo di essere licenziata, forse per aver assistito alla vulnerabilità del boss, ma accadde il contrario. Mi fu affidato l’incarico esclusivo di prendermi cura di Rosa.
La madre di Elena non tornò nella sua modesta casa di periferia. Luca impose che rimanesse alla tenuta. «Questa è casa sua,» mi disse un giorno, incrociandomi nel corridoio. «Elena avrebbe voluto che sua madre non fosse mai più sola.»
La stanza che un tempo era appartenuta a Vanessa, con le sue pareti tinteggiate di rosso, i suoi tappeti di seta e i suoi specchi a figura intera, fu completamente sventrata e rimessa a nuovo. Diventò un santuario luminoso, dipinto di bianco e azzurro pallido, con una grande vetrata che dava sui giardini che Elena aveva piantato. Lì, Rosa trascorreva le sue giornate, curando le rose rampicanti e guardando l’orizzonte.
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