Luca, a quarantun anni, è il Re incontrastato. Ma un re solitario. Non si è mai risposato, e so che non lo farà mai. Il suo cuore è sepolto in quel mausoleo, sotto la statua dell’angelo piangente. Tuttavia, non è un uomo vuoto. Ha trovato uno scopo nel proteggere l’eredità che Rosa e Elena gli hanno lasciato: questa casa, e le persone al suo interno.
Ogni anno, nel giorno dell’anniversario della morte di Elena, Luca e io andiamo al mausoleo. Non parliamo di Vanessa, né di Lorenzo, né del sangue versato. Parliamo dei fiori della serra, di come il roseto abbia fiorito in anticipo, e ci sediamo nel silenzio pacifico del cimitero.
Sotto i miei piedi, in un angolo del giardino della tenuta dove le telecamere non puntano, c’è un punto in cui l’erba è cresciuta più rigogliosa. Nessuno sa che lì, sepolto a un metro di profondità, c’è il pezzo di metallo contorto a forma di vipera. Lontano dalla luce. Lontano dalla famiglia. Esattamente dove merita di stare.
La mafia è un veleno, una condanna a morte che prima o poi arriva a riscuotere. Io ho premuto il grilletto, ho attraversato il buio e sono diventata parte del mostro. Ma se chiudo gli occhi e ascolto il vento che soffia tra gli alberi della tenuta, riesco ancora a sentire la voce di Rosa che mi dice di respirare.
Siamo sopravvissuti. E alla fine, nel mondo implacabile dei Moretti, la sopravvivenza è l’unica forma di redenzione che ci è concessa.
PARTE VI: IL SILENZIO PRIMA DELLA TEMPESTA
Il lago artificiale della tenuta Moretti brillava sotto il sole freddo di febbraio, una lastra di specchio nero circondata da alberi spogli. Erano passati cinque anni dalla notte in cui Lorenzo Bellini aveva tentato di distruggere la nostra casa. Cinque anni dalla morte pacifica della Signora Rosa.
A trentatré anni, il mio riflesso nello specchio mi restituiva l’immagine di una donna che aveva visto troppo per poter mai tornare alla normalità. Non indossavo più il grembiule bianco da governante. I miei abiti erano completi sartoriali scuri, dal taglio severo ed elegante, cuciti su misura dai migliori sarti di Milano. I miei capelli, un tempo raccolti in una modesta coda di cavallo, ora cadevano in un caschetto liscio e impeccabile.
Ero, a tutti gli effetti, la padrona di casa, la confidente del boss, e l’amministratrice invisibile di una fortuna costruita sul sangue.
Luca aveva quarantatré anni. Il tempo aveva scavato linee profonde ai lati della sua bocca e spruzzato di grigio le sue tempie, conferendogli un’aura di potere oscuro e regale. Non era più solo il boss della costa orientale; dopo aver annientato i Bellini e i russi, aveva consolidato il potere con una spietatezza tale da fargli guadagnare un silenzioso, terrorizzato rispetto persino dalle Cinque Famiglie di New York.
La tenuta prosperava in una pace armata. Ma nel nostro mondo, la pace è solo un’illusione, una pausa per ricaricare le armi.
Tutto iniziò a sgretolarsi durante la festa per il battesimo del primogenito di Matteo. Il caporegime aveva sposato una donna dolce e ignara, originaria della Sicilia, e Luca aveva insistito per fare da padrino al bambino. La villa pullulava di ospiti. C’erano musica, champagne e risate, un suono così raro tra quelle mura che sembrava quasi un’eresia.
Ero in piedi vicino alle porte-finestre del grande salone, osservando gli invitati, quando notai tre uomini che non c’entravano nulla con l’atmosfera festosa. Indossavano gessati scuri, pesanti cappotti di cachemire nonostante il riscaldamento, e avevano gli occhi freddi dei predatori.
Li riconobbi. Erano emissari di Don Salvatore Romano, il capo della Commissione di New York, l’uomo più antico e potente dell’intera organizzazione.
Si fecero largo tra la folla fino a raggiungere Luca, che stava cullando il bambino di Matteo con una tenerezza che nessuno dei suoi nemici avrebbe mai creduto possibile. I tre uomini si fermarono, abbassando la testa in un rigido segno di rispetto.
«Don Moretti,» disse il più anziano, un uomo dal volto sfregiato dal vaiolo. «Don Salvatore vi manda i suoi omaggi per questa gioiosa occasione. E richiede la vostra presenza a Manhattan. Entro la fine della settimana.»
Luca non alzò lo sguardo dal volto addormentato del bambino. «Don Salvatore sa che non lascio il mio territorio, Carmine. Se ha bisogno di parlarmi, i miei cancelli sono sempre aperti.»
«Con tutto il rispetto, Luca,» ribatté Carmine, indurendo il tono. «Non è un invito. È una convocazione della Commissione.»
L’aria si raggelò. Matteo, che si trovava a pochi passi, irrigidì le spalle, la mano scivolando inavvertitamente verso la fondina nascosta sotto la giacca.
Luca restituì il bambino a sua madre, baciandogli dolcemente la fronte. Poi si raddrizzò, voltandosi verso gli emissari. Quando li guardò, la tenerezza era sparita, sostituita dal vuoto assoluto dei suoi occhi neri.
«Dite a Salvatore,» rispose Luca, la voce bassa e letale, «che il Re della costa non risponde alle convocazioni. Ci vedremo quando deciderò io. Fuori da casa mia.»
I tre uomini si scambiarono un’occhiata tesa, poi si voltarono e uscirono.
Quella sera, dopo che l’ultimo ospite se ne fu andato e i domestici ebbero finito di pulire, trovai Luca nello studio. Stava fissando il fuoco nel camino, un bicchiere di scotch ambrato stretto tra le dita.
Entrai senza bussare, un privilegio riservato solo a me.
«Cosa vuole Don Salvatore?» chiesi, sedendomi sulla poltrona di pelle di fronte a lui.
«Vuole quello che vogliono tutti i vecchi moribondi, Emily. Certezze,» rispose Luca, bevendo un sorso. «Sono passati anni da quando Elena se n’è andata. Non mi sono risposato. Non ho figli. Secondo le loro arcaiche regole siciliane, un impero senza un erede è un impero debole, destinato a crollare e a causare una guerra per la successione. Salvatore ha una figlia. Isabella. Ha ventidue anni.»
Trattenni il respiro. «Vuole un’alleanza di sangue. Vuole che tu la sposi.»
Luca annuì lentamente, lo sguardo fisso sulle fiamme. «Vuole fagocitare il mio territorio mettendomi la sua bambina nel letto. Se rifiuto l’offerta della Commissione, lo prenderanno come un insulto personale e una dichiarazione di instabilità. Penseranno che sono vulnerabile.»
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