Non feci in tempo a riprendere conoscenza che l’aria si riempì del suono spaventoso del fuoco automatico. Il parabrezza antiproiettile iniziò a coprirsi di ragnatele bianche sotto la pioggia di proiettili sparati da armi d’assalto.

«Giù, Emily!» urlò Silvio, che era alla guida.

Estrassi la mia Glock, quella stessa arma che mi aveva salvato la vita nei sotterranei cinque anni prima, ma le mie mani tremavano a causa della commozione cerebrale.

«Sono cinque!» gridò Andrea, ricaricando il suo fucile a pompa prima ancora di aprire la portiera. «Romani bastardi! Coprici, Silvio!»

Andrea spinse la portiera con un calcio e si tuffò fuori, sparando nel buio e nella pioggia. Sentii urla, il suono di corpi che cadevano. Silvio cercò di seguirlo, ma una raffica di colpi trapassò il varco lasciato dalla portiera aperta. Silvio si accasciò sul volante, con un gorgoglio strozzato, il sangue che inondava il cruscotto.

Il panico, freddo e puro, mi afferrò lo stomaco.

Ero sola. Andrea era là fuori, forse morto, forse in fin di vita. I passi degli assalitori si avvicinavano, calpestando i vetri rotti sull’asfalto bagnato.

Respira, Emily, sentii l’eco della voce della Signora Rosa nella mia mente. Respira.

Con movimenti lenti per non farmi notare, mi sganciai la cintura. Mi abbassai sul pianale posteriore, fingendomi svenuta o morta. Tenevo la Glock stretta al petto, il dito fuori dalla guardia del grilletto, pronta a sparare non appena uno di loro avesse infilato la testa nell’abitacolo.

La portiera posteriore fu strappata via. L’aria fredda e piovosa mi sferzò il viso coperto di polvere e sangue.

«Questa è la puttana di Moretti,» ringhiò una voce maschile con un forte accento di Brooklyn. «La governante che fa il boss. Tira fuori il corpo. Don Salvatore vuole la sua testa, letteralmente.»

Un braccio enorme, avvolto in un impermeabile nero, mi afferrò per i capelli, tirandomi verso l’esterno. Il dolore mi bruciò il cuoio capelluto, ma non urlai. Sfruttai l’inerzia del movimento, mi girai su me stessa, puntai la pistola verso l’ombra sopra di me e premetti il grilletto due volte.

La fiammata illuminò il viso del sicario a distanza ravvicinata. I colpi gli squarciarono la gola. Cadde all’indietro, rantolando.

Mi lasciai cadere dall’auto, rotolando sull’asfalto fradicio. C’erano altri tre uomini vicini al furgone. Mi alzai in ginocchio e sparai verso di loro, il rinculo che mi spezzava i polsi, il sangue che mi colava da un taglio sulla fronte, accecandomi.

Riuscii a colpirne uno a una gamba, ma gli altri due si ripararono dietro il loro furgone e risposero al fuoco. I proiettili sibilavano sopra la mia testa, scheggiando l’asfalto. Mi nascosi dietro la ruota posteriore del nostro SUV distrutto, rannicchiata in una pozza mista a pioggia e sangue.

Ero in trappola. Avevo solo un caricatore. Sentivo i loro passi aggirare i veicoli, cercando l’angolo per finirmi.

Pregai. Non so nemmeno a chi. A Elena, a Rosa, a Dio.

Poi, in lontananza, udii il ruggito di motori portati al massimo dei giri. Non uno, ma quattro veicoli.

Fari abbaglianti tagliarono l’oscurità della notte autostradale. Due berline nere blindate frenarono bruscamente a venti metri di distanza, sbandando sull’asfalto bagnato. Ancora prima che i veicoli si fermassero del tutto, le portiere si spalancarono e l’inferno scese sulla terra.

I due sicari romani non ebbero nemmeno il tempo di capire cosa stesse succedendo. Furono falciati da una grandine di proiettili incrociati che ridusse il loro furgone a un colabrodo metallico.

Il silenzio cadde pesante, interrotto solo dal ticchettio della pioggia sul metallo caldo e dai gemiti lontani.

Rimani accucciata, tremante, la pistola ancora puntata verso il vuoto. Sentii dei passi correre verso di me. Passi veloci, disperati.

«Emily!»

La voce era un urlo lacerante che sovrastò la tempesta.

Luca si inginocchiò accanto a me nel fango. Era senza cappotto, la camicia bianca fradicia di pioggia incollata al corpo, i capelli scuri che gli piovevano sugli occhi terrorizzati. Lasciò cadere la sua arma e mi afferrò per le spalle, sollevandomi dal terreno come se non pesassi nulla.

«Emily… oh Dio…» sussurrò, passando freneticamente le mani sul mio viso, sul mio collo, cercando ferite letali tra il sangue e il fango. I suoi pollici sfiorarono il mio taglio sulla fronte.

«S-sono viva,» balbettai, lasciando cadere la Glock. «Silvio… Andrea…»

«Shhh,» mi zittì Luca, abbracciandomi con una forza disperata, schiacciando il mio viso contro il suo petto, dove sentivo il suo cuore battere in modo selvaggio, furioso. «Li vendicheremo. Ma tu sei viva. Sei viva.»

Sentii qualcosa di umido tra i miei capelli che non era pioggia. Luca, il mostro inarrestabile, il re senza cuore, stava tremando. In quel momento, nel fango dell’autostrada, circondati da cadaveri, capii una cosa assoluta. Elena era l’amore della sua vita. Ma io ero diventata la sua ancora, l’unica persona che lo teneva legato al mondo dei vivi. Se avessi perso la vita quella notte, Luca Moretti non sarebbe semplicemente impazzito; avrebbe bruciato il mondo intero e poi se stesso.

Mi prese in braccio, ignorando i miei gemiti di dolore per la costola, e mi portò verso una delle sue auto intatte.

«Matteo!» urlò Luca, prima di farmi salire nell’abitacolo. Il caporegime emerse dalle ombre, l’arma ancora fumante. «Chiama i medici alla tenuta. Preparate la sala operatoria sotterranea.»

«Subito, Capo.»

Luca si voltò verso il relitto fumante dei nemici, il volto trasfigurato in una maschera demoniaca. La tenerezza era svanita, sostituita dal male assoluto. «Raduna tutti gli uomini validi, dal primo all’ultimo. Apri l’arsenale pesante.»

«Cosa facciamo, Luca?» chiese Matteo, percependo il punto di non ritorno.

«Stanotte non voglio prigionieri,» sibilò Luca, la voce che era un rombo di tuono nel buio. «Stanotte andiamo a New York. E ammazziamo Salvatore Romano nel suo fottuto letto.»

PARTE IX: LA NOTTE DEL GIUDIZIO

L’attacco a New York non fu una scaramuccia da strada. Fu un’operazione militare su larga scala, orchestrata dalla rabbia pura di un uomo a cui avevano cercato di strappare l’ultimo affetto rimasto.

Io mi trovavo nel letto dell’infermeria sotterranea della tenuta, sotto potenti antidolorifici, con la costola fasciata, sette punti di sutura sulla fronte e la clavicola dolorante. I medici mi avevano proibito di alzarmi.