Fino a quando non le era stata portata via.

«Ma prima del fuoco,» continuò Luca, inesorabile, avvicinandosi a Vanessa di un altro passo, costringendola a indietreggiare contro il bordo del tavolo, «prima del fuoco, c’era stata una colluttazione. Il medico legale mi disse che Elena aveva della pelle sotto le unghie, ma il calore aveva distrutto il DNA. Dissero che forse, nel panico, si era aggrappata al volante o aveva cercato di rompere il finestrino. Il suo cappotto, però, era stato sbalzato fuori dall’abitacolo prima dell’esplosione.»

Rosa prese in mano l’orecchino di diamante e lo tenne alto.
«Ho riposto le sue cose per un anno in una scatola,» disse Rosa, le lacrime che ora le rigavano finalmente il viso, lucide e amare. «Oggi, per la prima volta, ho trovato il coraggio di lavare quel cappotto per darlo ai poveri. Ho sentito qualcosa di duro nella fodera interna della tasca. Era strappata. Mia figlia te l’ha strappato via, vero Vanessa? Quando hai spinto la sua auto giù da quel dirupo, lei ha lottato.»

«È una bugia!» urlò Vanessa, con la voce incrinata, le mani che le tremavano violentemente. Si girò verso suo padre. «Papà, di’ qualcosa! Vogliono incastrarmi! Luca, amore, ti prego… sai come l’ho cercato quell’orecchino!»

«Sì,» rispose Luca. «Mi ricordo bene. Mi hai detto che te lo avevano rubato a Parigi, a luglio. Due mesi prima della morte di Elena. E per un mese, Vanessa, tu hai continuato a indossare sciarpe leggere e colletti alti. Dicevi che era la moda. Ma io ricordo i graffi sul tuo collo. Graffi che dicevi ti aveva fatto il tuo gatto.»

La stanza era diventata un cimitero. Trentotto uomini, avvezzi alla violenza e all’omicidio, trattenevano il fiato, testimoni della caduta di un impero. I Bellini stavano per essere spazzati via, e la scintilla era stata accesa da una vecchia madre in lutto.

«Elena ha scoperto qualcosa, non è vero?» sussurrò Luca, ora a un centimetro dal viso di Vanessa. La donna in rosso tremava in modo così incontrollabile che i calici di cristallo vicini a lei iniziarono a tintinnare. «Che cosa aveva scoperto, Vanessa?»

«N-niente… non c’era niente…» piagnucolò lei, le lacrime che le rovinavano il trucco perfetto, tracciando righe nere di mascara sulle guance ormai cineree.

Fu allora che Don Bellini, capendo che la vita di sua figlia (e forse la sua stessa alleanza) era appesa a un filo sottile come la seta, tentò un ultimo azzardo disperato.
«Moretti, ascoltami!» tuonò l’anziano boss, alzandosi di nuovo, ignorando la pistola puntata da Matteo. «Questa è un’imboscata! Non puoi prendere la parola di una vecchia rimbambita contro quella della tua futura sposa, contro il sangue dei Bellini! È solo un orecchino, potrebbe esserci finito in mille modi! Magari glielo aveva prestato!»

Luca girò la testa verso Don Bellini. Lo sguardo che gli rivolse avrebbe potuto congelare il sole.
«Elena disprezzava sua figlia, Don Bellini,» disse Luca con calma mortale. «Non le avrebbe mai prestato nemmeno uno spillo, né avrebbe mai toccato la sua volgare bigiotteria. E se c’è un’imboscata, non è stata orchestrata stasera. È stata orchestrata l’11 settembre dello scorso anno, sulla strada costiera di Amalfi.»

Si voltò di nuovo verso Vanessa. «Dimmi la verità, e forse, forse, ti lascerò la lingua per pregare prima di ucciderti.»

Vanessa crollò. Letteralmente. Le sue ginocchia cedettero e cadde in ginocchio sul tappeto persiano rosso, il vestito di seta che si allargava attorno a lei come una pozza di sangue fresco. Iniziò a singhiozzare, un suono patetico e animalesco, afferrando i pantaloni sartoriali di Luca.

«Non volevo!» gridò, la voce distrutta dal terrore. «Io la odiavo, Luca! Lei non era niente! Era solo una ragazzetta di borgata! Tu dovevi essere mio! I nostri padri avevano un accordo prima ancora che tu incontrassi quella sciacquetta!»

Sussulti di shock percorsero il tavolo. Definire Elena “sciacquetta” di fronte a Luca Moretti equivaleva a firmare la propria condanna a morte con il proprio sangue.

«Lei aveva scoperto dell’accordo,» continuò Vanessa, le parole che le uscivano di bocca in un torrente di disperazione e veleno, incapace di fermarsi. «Le avevo mandato io i documenti! Volevo che capisse che non aveva posto nel nostro mondo, che tu avresti dovuto sposare me per mantenere la pace. Le ho dato appuntamento sulla scogliera per costringerla ad andarsene, a chiedere il divorzio. Ma lei… lei ti amava, ha detto. Ha detto che non ti avrebbe mai lasciato. Ha minacciato di dire tutto a te. Ha iniziato a insultarmi, a dirmi che ero solo un burattino del cartello…»

Vanessa si portò le mani al collo, come se stesse rivivendo la scena. «Abbiamo lottato. Lei mi ha graffiato, mi ha tirato i capelli. Poi l’ho colpita… con un sasso. È svenuta. L’ho messa al posto di guida e ho spinto la macchina verso la discesa. Non pensavo… non pensavo che sarebbe esplosa così in fretta. Pensavo sarebbe sembrato un incidente. L’ho fatto per noi, Luca! L’ho fatto per il nostro futuro!»

Le sue ultime parole rimasero appese nell’aria pesante.
Io mi portai una mano alla bocca per soffocare un gemito di orrore. Guardai Rosa. L’anziana donna aveva chiuso gli occhi. Le sue labbra si muovevano in una preghiera silenziosa, ma il suo viso era finalmente disteso. Aveva ottenuto la sua giustizia.

Don Bellini era sbiancato, sprofondato nella sua sedia come se gli avessero sparato allo stomaco. Aveva appena sentito sua figlia confessare l’omicidio della moglie del Capo dei Capi, davanti a tutta la Commissione.

Luca rimase immobile per lunghi, interminabili secondi. Guardò Vanessa dall’alto in basso, come si guarda uno scarafaggio schiacciato sul pavimento di marmo.

Non ci fu un’esplosione di rabbia. Non ci furono urla. E questo, per chi conosceva Luca, era la cosa più terrificante in assoluto.

Lentamente, Luca si chinò. Con due dita, prese delicatamente la mano di Vanessa, allontanandola dal suo pantalone. Si raddrizzò e prese un tovagliolo di lino pulito dal tavolo, pulendosi le dita con un disgusto così metodico da far raggelare il sangue.

«Matteo,» chiamò Luca.