Non c’era passione romantica in quell’abbraccio, non nel senso che i poeti descrivono. C’era qualcosa di molto più profondo, qualcosa di indistruttibile forgiato nel sangue, nel tradimento e nella sopravvivenza. Eravamo le due metà spezzate di un mondo oscuro che si tenevano insieme per non cadere a pezzi. Lui era la spada; io ero lo scudo e la mente.

«Tu sei la mia famiglia, Emily,» mormorò Luca contro i miei capelli. «Non scordarlo mai. Nessuno ti toccherà mai più. Hai la mia parola, la parola del Capo.»

Mi allontanai di un passo, guardandolo negli occhi neri, e per la prima volta nella mia vita, non mi sentii la cameriera terrorizzata che aveva tenuto in mano un vassoio tremebondo. Mi sentii uguale a lui.

«Lo so, Luca,» risposi.

Ci voltammo verso la tenuta. La grande villa in pietra si stagliava contro il cielo del tramonto, imponente e invincibile. Era stata teatro di omicidi, confessioni, assedi e dolore indicibile. Era una casa stregata dai fantasmi di Elena, di Rosa, e di innumerevoli nemici.

Ma mentre rientravamo camminando fianco a fianco, sentii che i fantasmi erano finalmente in pace. Avevano ottenuto il loro sangue. Avevano protetto ciò che contava.

La mafia è un veleno, una strada a senso unico verso le tenebre. Entrambi avevamo le mani macchiate, le anime irrimediabilmente compromesse. Sapevo che non saremmo andati in paradiso, se un paradiso esiste per chi uccide.

Ma nel nostro mondo, l’inferno non è il luogo dove si finisce quando si muore; è il luogo dove si vive. E in quell’inferno, io e Luca Moretti non eravamo solo sopravvissuti. Ne eravamo diventati i padroni.

La vendetta, scoprii, non è solo distruzione. A volte, quando le fiamme si spengono e le ceneri si posano, la vendetta è l’unico fondamento su cui poter ricostruire una vita. E la nostra, seppur intrisa di sangue, era appena ricominciata.

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