«E tu cosa farai?»

Luca girò la testa verso di me. Il suo sguardo era così intenso da farmi rabbrividire. «Tu conosci la risposta, Emily. Il mio cuore giace nel mausoleo di famiglia. Non ci sarà mai un’altra donna. E non permetterò a dei vecchi rimbambiti di New York di dettare legge a casa mia.»

«Allora ci sarà la guerra.»

«Sì,» mormorò Luca, finendo il suo scotch. «Ci sarà la guerra.»

PARTE VII: L’ULTIMATUM DI SANGUE

L’attacco non si fece attendere, e non fu sottile. Don Salvatore Romano non era un uomo abituato a sentirsi dire di no. Era un predatore all’apice della catena alimentare da quarant’anni. La sua reazione fu rapida e devastante, mirata a tagliare l’ossigeno finanziario e logistico del nostro cartello.

Il primo colpo arrivò di martedì. Al porto di Baltimora, tre dei nostri container più importanti — un carico di armi e contanti non rintracciabili che doveva essere smistato in Europa — esplosero in una palla di fuoco, illuminando il cielo notturno. Due dei nostri uomini furono trovati uccisi con un singolo colpo alla nuca, i loro corpi gettati nelle acque gelide dell’Atlantico.

Il secondo colpo, il venerdì, fu più personale. Un commando assaltò uno dei casinò clandestini gestiti da Matteo nel sud del New Jersey. Non portarono via un solo dollaro. Si limitarono a falciare i gestori e a lasciare un messaggio: una testa di maiale sul tavolo verde della roulette, con la bocca cucita con filo di seta rossa. Il rosso di New York.

La tenuta Moretti si trasformò in una fortezza assediata. La sala da pranzo, la stessa dove Vanessa aveva confessato, divenne la nostra sala operativa. Le mappe vennero stese sul tavolo, i telefoni satellitari squillavano incessantemente.

Luca era un generale implacabile. Ordinò rappresaglie chirurgiche, colpendo i centri di distribuzione della cocaina di Salvatore, bruciando le loro raffinerie e paralizzando i loro sindacati portuali. Ma New York aveva risorse quasi infinite, e noi stavamo combattendo una guerra di logoramento.

Fu durante una di queste notti insonni, mentre servivo il caffè nero a Matteo e ai capi decina riuniti al tavolo, che notai un’anomalia nei registri che avevo appena finito di decifrare.

Luca mi aveva affidato l’analisi dei flussi di denaro sporco. Sapeva che avevo imparato ad avere un occhio clinico per i dettagli che i suoi uomini, più inclini all’azione che ai fogli di calcolo, trascuravano.

«Scusatemi,» dissi, interrompendo una discussione accesa tra Matteo e un capozona riguardo a un contrattacco.

Tutti si voltarono verso di me. Anni fa, mi avrebbero cacciata in malo modo. Ora, quando la Donnina parlava, il silenzio era d’obbligo.

Misi una cartellina davanti a Luca. «Ho tracciato i pagamenti dei mercenari che hanno attaccato il casinò in New Jersey. Salvatore è vecchio e furbo, lava i soldi attraverso una mezza dozzina di società fittizie. Ma ha fatto un errore. I fondi provengono da un’unica holding, la Empire State Logistics. E questa holding sta attualmente convogliando milioni di dollari verso un conto vincolato a Miami.»

Luca si accigliò, scorrendo i numeri con il dito. «Miami? Salvatore non ha interessi pesanti in Florida. Quel territorio è dei cubani.»

«Non sta comprando territorio,» risposi, appoggiando le mani sul bordo del tavolo, sentendo l’adrenalina pulsarmi nelle vene. «Sta comprando un esercito privato. Ho incrociato il numero del conto. Appartiene a una PMC, una compagnia militare privata sudafricana, nota per lavori sporchi in Sud America. Non sta mandando i suoi picciotti a combatterci, Luca. Sta assoldando professionisti paramilitari. Ed è per questo che sono stati così efficienti.»

Matteo bestemmiò in italiano. «Mercenari. Ecco perché non usano le nostre regole d’ingaggio.»

Luca mi guardò, e per un istante, vidi un lampo di puro orgoglio nei suoi occhi. «Hai appena evitato che ci prendessero in trappola. Quanto tempo abbiamo prima che i mercenari arrivino?»

«Il bonifico finale è previsto per domani alle sedici,» risposi freddamente. «Se i soldi non arrivano, il contratto è annullato. I mercenari non si muovono senza saldo.»

«Allora blocchiamo i soldi,» sibilò Luca, alzandosi in piedi, la sua aura omicida che riempiva la stanza. «Matteo, prendi una squadra. Voglio che rintracciate il contabile della Empire State Logistics prima di domani mattina. Spezzategli ogni dito finché non ci dà le password per svuotare quel conto. Emily…»

Mi guardò. «Resta nel perimetro. Da oggi, non esci dai cancelli per nessun motivo.»

PARTE VIII: L’AGGUATO

Non obbedii. O meglio, il destino decise altrimenti.

Due giorni dopo aver bloccato con successo il bonifico ai mercenari (lasciando Don Salvatore senza il suo esercito privato e furioso per l’umiliazione), ci fu un’emergenza.

La fornitura di un farmaco sperimentale per il cuore, che avevamo importato illegalmente dall’Europa per salvare la figlia neonata di uno dei nostri uomini più leali, era bloccata in un deposito doganale a cinquanta miglia dalla tenuta. Il funzionario doganale corrotto non si fidava dei corrieri e richiedeva l’intervento di qualcuno “di famiglia” per rilasciare la merce sottobanco.

Luca era al nord per coordinare un assalto a un magazzino di Romano, e Matteo stava gestendo l’interrogatorio di una spia scoperta nel nostro cartello. Non c’era nessun altro con abbastanza autorità per rassicurare il funzionario.

Decisi di andare io.

Presi due guardie del corpo fidate, Silvio e Andrea, due giganti silenziosi, e Salimmo su un SUV corazzato nero. La pioggia batteva violenta contro i vetri oscurati mentre lasciavamo le colline per scendere verso l’autostrada. La mia mente era distratta, calcolando i prossimi morsi finanziari da dare all’impero di New York, quando l’inferno si scatenò.

Non eravamo nemmeno a metà strada. Un grosso camion per le consegne sbucò da una rampa laterale, speronandoci lateralmente con una violenza inaudita. Il nostro SUV, pesante quattro tonnellate, fu sbalzato contro il guardrail con un rumore assordante di metallo contorto e vetri infranti.

Il mio corpo fu proiettato contro la portiera, la cintura di sicurezza che mi mozzò il fiato, incrinandomi forse una costola. Il sapore metallico del sangue mi riempì la bocca.