“Accetto,” rispose lei senza esitare.

Le settimane successive furono un turbine travolgente. Emma fu catapultata in una realtà che conosceva solo attraverso i film. La residenza di Eleonor Vance, situata in una tenuta lussureggiante a Lake Forest, divenne la sua seconda casa. L’anziana donna si rivelò acuta, ironica e incredibilmente affettuosa. Tra le due nacque subito un legame profondo. Eleonor le raccontò delle umili origini di Julian, di come fosse cresciuto nei bassifondi, lottando con i denti e con le unghie per costruire il suo impero dopo la morte prematura dei genitori.

“Julian è un uomo indurito, Emma,” le disse un pomeriggio Eleonor, sorseggiando tè nella serra inondata di sole. “Il mondo gli ha insegnato a essere spietato. Ma il fatto che abbia scelto te… mi dice che non ha ancora perso la sua anima.”

Parallelamente, Emma iniziò la sua formazione aziendale. Al pomeriggio, tornava alla Vance Tower, dove veniva istruita sulle complessità degli investimenti immobiliari, delle fusioni e delle pubbliche relazioni. Julian era un mentore severo, esigente, implacabile. Non le perdonava il minimo errore, eppure, in rare occasioni, quando lei riusciva a risolvere un problema complesso o a proporre un’idea brillante, lui le rivolgeva un minuscolo, impercettibile sorriso di approvazione che le incendiava lo stomaco.

La dinamica tra loro era carica di un’elettricità taciuta. Si scontravano spesso, due temperamenti forti: l’idealismo testardo di Emma contro il pragmatismo cinico di Julian.

Una sera, dopo che Emma aveva lavorato fino a tardi in ufficio per studiare un contratto di acquisizione, trovò Julian ad attenderla nell’atrio direzionale.

“Vieni con me,” le disse semplicemente.

“Dove andiamo? Sono quasi le dieci di sera.”

“A sistemare una cosa.”

La condusse alla sua limousine parcheggiata nel garage sotterraneo. Il viaggio fu silenzioso. Emma guardava le luci della città scorrere oltre i vetri oscurati, sentendo la presenza ingombrante e magnetica di Julian accanto a lei. Quando l’auto si fermò, Emma guardò fuori dal finestrino e le mancò il respiro.

Erano di fronte al Northwestern Memorial Hospital.

“Cosa… cosa ci facciamo qui?” chiese, la voce che le tremava.

“Scendi,” ordinò lui, aprendo la portiera.

Emma lo seguì, confusa, fino al reparto di terapia intensiva, dove da mesi suo padre lottava contro una grave insufficienza cardiaca. Tuttavia, invece di dirigersi verso la solita stanza angusta e sovraffollata del reparto pubblico, Julian la guidò verso l’ala VIP, un’area dell’ospedale riservata ai donatori milionari e alle celebrità.

“Signor Vance,” li accolse il primario di cardiologia, stringendo deferentemente la mano a Julian. “Abbiamo trasferito il signor Carter come da sue istruzioni. L’équipe chirurgica specializzata che ha fatto volare da Boston è già qui per un consulto.”

Emma si voltò verso Julian, incredula. Le lacrime iniziarono a pungerle gli occhi. “Cosa hai fatto?” sussurrò.

Julian non la guardò, mantenendo la sua espressione fredda di fronte al medico. “Assicuratevi che abbia le migliori cure possibili. Il denaro non è un limite.”

Quando rimasero soli nel corridoio ovattato dell’ala privata, Emma si portò le mani al viso, singhiozzando. “Julian… questo costa una fortuna. Io non potrò mai ripagarti.” Era la prima volta che lo chiamava per nome, non “Signor Vance”.

Lui le si avvicinò e, per la prima volta da quando si conoscevano, la toccò. Le sfiorò la spalla con una mano calda e rassicurante. “Non voglio che tu mi ripaga, Emma. Lavori per me, sei leale alla mia famiglia. Io proteggo ciò che è mio.”

La frase, benché possessiva, non la spaventò. Al contrario, le fece provare un senso di calore e sicurezza che non provava da anni. Alzò lo sguardo, i suoi occhi umidi che incrociavano quelli neri e profondi di lui. Per un lungo istante, nessuno dei due parlò. La tensione tra loro vibrò nell’aria, densa e innegabile. Julian fece scivolare la mano dalla spalla di lei alla sua guancia, asciugando una lacrima con il pollice. Il respiro di Emma si fermò.

Ma lui si ritrasse improvvisamente, come se si fosse accorto di essersi spinto troppo oltre, chiudendo fuori quell’istante di vulnerabilità. “Tuo padre starà bene,” disse in modo brusco. “L’intervento è programmato per domani.”

Mentre le cose sembravano finalmente mettersi per il verso giusto nella vita di Emma, una tempesta si stava addensando all’orizzonte.

Victoria Langford non aveva dimenticato. Bandita dalla società, con le finanze del marito sotto attacco silenzioso ma implacabile da parte della Vance Enterprises, Victoria covava un odio velenoso. E sapeva che il punto debole di Julian Vance non era il denaro o la reputazione. Era la nuova arrivata. La ragazzina che l’aveva umiliata.

Tre mesi dopo l’incidente del Grand Vivaldi, Julian indisse l’annuale Gala di Beneficenza della Vance Foundation. Era l’evento più esclusivo dell’anno, e questa volta Emma non avrebbe indossato l’uniforme di poliestere e servito lo champagne.

Julian l’aveva nominata Direttrice Operativa della Fondazione, un salto di carriera che aveva fatto mormorare molti, ma che Emma si era guadagnata con notti insonni, intelligenza brillante e una dedizione incrollabile.

La sera del Gala, Emma si guardò allo specchio nella sua suite d’hotel. Indossava un abito da sera color smeraldo scuro, di seta pura, che le fasciava le curve in modo elegante ma non eccessivo, lasciando la schiena parzialmente scoperta. I capelli erano raccolti in un morbido chignon francese e un delicato filo di diamanti – un regalo di Eleonor – le adornava il collo. Non sembrava più la ragazza spaventata dei bassifondi. Sembrava una donna sicura, potente. Una donna che apparteneva a quel mondo.

Quando scese nella hall, Julian la stava aspettando. Indossava uno smoking su misura che gli calzava a pennello, esaltando la sua figura imponente. Quando la vide, si bloccò a metà di una frase che stava scambiando con il suo capo della sicurezza. Lo sguardo con cui la divorò da capo a piedi fu così intenso, così rovente, che Emma sentì le guance avvampare.

“Sei… magnifica,” mormorò Julian, offrendole il braccio. Non c’era sarcasmo o freddezza nel suo tono, solo una sincera e nuda ammirazione.

“Anche lei non è male, Capo,” rispose Emma con un mezzo sorriso, scivolando la mano sul suo braccio.

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